Nel 1971 Pier Paolo Pasolini, in un’intervista, disse: “il successo è l’altra faccia della persecuzione”. Egli viveva in una realtà in forte cambiamento, di cui condannava gli strumenti di comunicazione, inclini ad un’inavvertibile ma travolgente corrente omologante, primo tra tutti la televisione. Credo che, se Pasolini avesse potuto assistere al fiume in piena mediatico che viviamo oggi, sarebbe rabbrividito dinnanzi all’inevitabile svalutazione del peso del contenuto delle affermazioni che vengono postate sui social e alla freddezza con cui giudizi e accuse vengono spiattellati pubblicamente, in forza della loro distanza e natura passeggera.

Personaggi in vista sono alla mercè del giudizio di ogni individuo e così era anche nell’era pre-digitalizzazione imperante. La differenza sta nel fatto che, oggi, chiunque si formi un’opinione non si limita a discuterne con gli amici al bar, ma, spesso e volentieri, preferisce renderlo pubblico con un bel post su Facebook, Twitter o Instagram. Queste arene virtuali, sono diventate i colossei di accesi scontri verbali, dove il popolo dei chiunque, ovvero gli abitanti dei social network, rappresenta l’imperatore di turno, il cui compito è quello di decidere la sorte dei contendenti, non a caso scegliendo tra pollice in su e pollice in giù.

Qualche settimana fa, la famosa dj coreana Peggy Gou è finita in un turbinio mediatico, dopo essere stata accusata di svariate stranezze personali dal suo ex amico, ex vicino di casa, nonché affermato e rispettato dj e produttore techno, Daniel Wang.
L’8 Dicembre, Wang ha pubblicato su Facebook un lungo post accusatorio, in cui pareva finalmente liberare la propria lingua, o meglio la propria mano, da un nodo che l’aveva stretta per anni. Il dj californiano, stila un’articolata lista di aspetti della Gou, che noi fan, offuscati dal colorato e fuorviante schermo degli smartphone, mai avremmo potuto immaginare, ma che a dirla tutta forse neanche ci avrebbe interessato. La definisce narcisista, egoista, aggressiva, sfruttatrice e probabilmente affetta da un disturbo istrionico di personalità. Egli racconta di episodi vissuti come vicini di casa, in cui lui tentava di instaurare un rapporto amicale e lei sembrava sfruttarlo come deposito pacchi dei suoi sponsor. O ancora di aver raccolto testimonianze anche di altri conoscenti del giro della musica elettronica berlinese, che hanno subito soprusi dalla giovane dj, concentrata solamente sul proprio apparire. La accusa poi di aver partecipato ai plague raves di quest’estate in Italia e in Grecia, suonando a varie serate, senza preoccuparsi delle restrizioni da Covid-19 e di aver donato migliaia di euro a una casa discografica per la propria visibilità. Le rimprovera il vizio di avere troppe scarpe, e lui lo sa perché l’ha aiutata a montare le mensole dove sono riposte, nei primi tentativi di fare amicizia, e di indossare troppo profumo e abiti firmati. In breve, dalle parole di Wang, emerge una Peggy Gou frivola, emblema del consumismo, concentrata solo sul proprio aspetto e sul denaro, sfruttatrice, egoista e troppo profumata.

Caro Wang, dal tuo post percepisco tutta l’urgenza quasi nevrotica di levarti dal cuore questo peso, e posso solo immaginare quali siano state le motivazioni reali, a noi inaccessibili, che ti abbiano spinto a scriverlo con tale foga, ma hai toppato alla grande sia il mezzo che i contenuti evidenziati! Innanzitutto, trattandosi di denunce di carattere personale, forse sarebbe stato meglio alzare la cornetta come gli antichi e chiamare la Gou dicendole tutto quel che ti premeva. In secondo luogo, se avessi voluto accusarla di essere un emblema di un mondo che viaggia sulle rotaie dell’apparire, che nulla di buono porta ad una realtà che sta perdendo il contatto con valori e sentimenti, avresti potuto evitare tutte quelle deduzioni psicologiche e quegli attacchi così personali all’interiorità e ai vizi della dj. Terzo, sei caduto nella trappola degli attacchi misogini, infatti nessuno saprà mai se i tuoi siano stati aspri commenti alle abitudini estetiche di Peggy Gou o incoscienti tentativi di crearvi un parallelo con il suo essere donna (dico incosciente, perché ritengo che solo un folle o un inconsapevole, dati il vigore e i desideri di rivalsa dei movimenti femministi e la confusione che spesso annebbia la delineazione di insulto sessista, possa rischiare, senza intenderlo, di esserne accusato). Infine, hai scelto tu di calarti nell’arena social per affrontare quella tigre coreana che è la Gou, ma ti sei dimenticato che, in questi campi di battaglia virtuali, la meglio, spesso purtroppo, la ha chi ha più gladiatori dalla sua, in questo caso tu eri decisamente lo sfavorito.

Ora mi rivolgo a voi, cari abitanti dei mondi social, e vi chiedo: quanto vi influenza scoprire aspetti della vita personale di celebrità che seguite? Leggendo le accuse rivolte a Peggy Gou, sono stata sorpresa da alcune caratteristiche che mai le avrei attribuito, ma è finita lì. Conosco la Gou per la sua musica, per i suoi sound vari, perché quando parte in cassa Starry Night non riesco a tenere le spalle ferme, perché i suoi live fanno ballare dalla Norvegia al Perù. Non sono mai andata a cena con Peggy, o meglio con Kim Min-ji, che è il suo vero nome, e in quell’occasione forse sarebbe stato più adatto, quindi non vedo proprio perché tentare di farsi idee e opinioni su qualcosa di inaccessibile. I social sono una mistificazione della realtà, sono un pesantissimo e interattivo velo di Maya, sotto al quale probabilmente nulla di quel che si immagina dimora.

I social media hanno messo in mano al popolo dei chiunque l’illusione di aver accesso alla conoscenza, ma in realtà ne allontanano, ognuno si crea la propria convinzione a seconda di che cosa appare, senza la possibilità di approfondire. Io consiglio di stare su quel che toccate con le mani, vedete con gli occhi, assaggiate con la lingua e sentite con le orecchie. Quindi distinguete la persona che vi appare sul profilo Instagram dall’artista e le sue produzioni, poiché non potrete mai conoscere l’individuo realmente, ma potrete realmente ballare sui beat delle sue tracce e farvi trasportare altrove. Questo è reale! Vi lascio con un invito all’umiltà, alla percezione e all’ascolto di It Makes You Forget di Peggy Gou.

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