Fino a che punto può arrivare l’essere umano, se privato dalla morale? Fino a che punto potrei arrivare io? Quanto sono giudicabili i nostri pensieri? Parlo per me, perché di voi non so nulla: io, nella testa, ho ucciso, torturato e goduto. Io, nella mia testa, sono un’assassina e una puttana. Io nella mia testa sono una creatura deforme.

Poi c’è il filtro. L’etica. Il buon senso. La paura di un Dio qualsiasi. Il bene contro il male, la pietà, il perdono, il rispetto. E così, quelle fantasie restano fantasie; incatenate al mondo segreto del mio immaginario. Mi condanno? Mi disprezzo? No, mi assolvo. Perché dentro di noi deve vigere sempre la libertà di essere mostri. Senza quella, la nostra coscienza verrebbe fustigata dai sensi di colpa, e ci porterebbe alla repressione, alla frustrazione. Probabilmente all’eterna infelicità. Ma, alle volte, il filtro non funziona, ed ecco che i mostri escono dal nascondiglio, e la malvagità prende il sopravvento. Alle volte il male, dimentico delle leggi dell’essere umano, dei limiti, dell’amore, sovrasta il bene. Ed è in quel momento che l’individuo torna primitivo. Diffidente e cacciatore, uccide per sopravvivenza, per vendetta, per soddisfare la propria grandiosità: quella di agire al di sopra della morale.  Allora mi chiedo, cosa ci spinge a resistere all’istinto e cosa, invece, ci potrebbe indurre ad abbattere il muro? Alle volte la follia. Altre volte l’odio. Altre volte ancora: l’esempio. Se vivessi in una realtà dove tutti fanno del male, anche io arriverei a fare del male? Me lo domando. Senza pensare direi: no. Io non so fare male. Io detesto il dolore inflitto. Io, istintivamente, proteggo l’altro. Io sono buona. Poi, però, incapace di rimanere in superficie, decido di andare oltre il pensiero che ho di me. E me lo domando ancora: anche io arriverei a fare del male?

Nello straordinario romanzo Il condomino di J.G. Ballard, un ampio gruppo di condomini di un grattacielo londinese, perde il controllo fino ad arrivare all’auto distruzione. Erano tutti già pazzi? Tutti predisposti alla violenza? All’omicidio? Alla perdita dei freni inibitori? O, semplicemente, hanno seguito la follia di un singolo, per legittimare i propri desideri morbosi e violenti? Nel romanzo, un blackout di quindici minuti, trasforma la normalità in ferocia. In quindici minuti l’ombra del male si impossessa delle menti degli abitanti del condominio, e li trasforma in seviziatori. In creature quasi mitiche, capaci di divorare un cane, come fanno i gabbiani con la preda.  Il condominio è una favola distopica, irreale, feroce e straordinaria, che mette in mostra una classe sociale – con gerarchie precise dettate dai piani del grattacielo – che regredisce fino a tornare cavernicoli, che strappano coi denti la carne del nemico. È un romanzo quasi indulgente, ironico e terribile. Ballard, solo attraverso il racconto, senza mai cadere nel giudizio, fa un’analisi raffinata su quanto una comunità possa condizionarsi e modificare le prospettive e le azioni. E ci obbliga, o almeno ha obbligato me, a chiederci: e noi, saremmo scappati, o avremmo aderito al massacro?

È chiaro che l’essere umano ha un bisogno estremo di barriere. Senza regole non potrebbe vivere con l’altro. Seguirebbe soltanto l’istinto e si estinguerebbe nel giro di pochi decenni. Queste regole ci salvano. Ma alle volte, io credo, che dovremmo concederci la possibilità di guardare in faccia l’altra parte di noi. E Ballard, con il suo libro meraviglioso, ci accompagna proprio in questo viaggio negli inferi.