La globalizzazione, i dazi di Trump e la matita di Milton Friedman
La spericolata e vendicativa iniziativa del presidente americano cancella i princìpi del WTO. Per sopravvivere la globalizzazione deve essere più equa.

La spericolata e vendicativa iniziativa del presidente americano cancella i princìpi del WTO. Per sopravvivere la globalizzazione deve essere più equa.

La decisione del presidente americano Donald Trump di cambiare le regole del commercio internazionale nell’interesse degli Stati Uniti alzando in maniera drastica tutti i dazi sulle merci in arrivo nel paese rivela – se ancora ce ne fosse bisogno – l’avversione dei protezionisti e dei sovranisti verso la globalizzazione. Che sicuramente avrà avuto degli eccessi.
Ma è stata senza dubbio un fattore di enorme crescita economica mondiale, soprattutto a vantaggio dei paesi meno sviluppati, e di creazione di nuovi prodotti e servizi in un mercato ben più ampio di quello chiuso all’interno dei propri confini. Con la decisione americana di alzare i dazi, portandone alcuni a livelli altissimi, si può dire che la globalizzazione è morta?.
Qualcuno lo pensa, altri sostengono che la forza del mercato è così intensa e logica da spezzare le catene imposte dalla politica, e da far convergere gli interessi verso il migliore equilibrio possibile: quello che avvantaggia gli azionisti e il cittadino-consumatore, e le loro scelte. Speriamo che sia così.
Milton Friedman, principale esponente della scuola monetarista di Chicago, spiegava in questo modo la sua teoria liberista: impugnando una matita diceva non c’è nessuna persona al mondo capace di creare quell’oggetto da solo. In una matita il legno viene dal Canada, che l’ha ottenuto tagliando un albero. Per tagliarlo è servita una motosega, che ha avuto bisogno dell’acciaio, di qualcuno che ha estratto il ferro e lo ha lavorato. Poi c’è stato chi ha scavato per portare alla luce la grafite e chi ha ricavato la gomma dagli alberi per attaccarla alla matita e permetterle di cancellare. Poi sono servite le vernici per colorare l’oggetto. Insomma un tipico processo di globalizzazione, e prima che il termine diventasse di uso comune e ancora prima che nascesse il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

L’esempio della matita di Friedman è ancora attuale. Le sneakers Nike che gli americani indossano oggi sono prodotte in Vietnam, con la gomma lavorata in Malesia, con i lacci realizzati con il cotone dall’Uzbekistan e il pellame dall’India, Pakistan o Bangladesh. La volontà – dichiarata – di riportare moltissime produzioni all’interno degli Stati Uniti si scontra con due realtà. La prima è che alcuni prodotti non sono disponibili in tutti i paesi, e che quindi è arduo avviare stabilimenti o terreni dedicati alla loro produzione e lavorazione, a meno di fare dei semplici succedanei.
La seconda, derivata dalla prima, è che – se anche fosse possibile – il costo del lavoro sarebbe ben più elevato di quello del paesi di origine, con pesanti ricadute sul prezzo per i consumatori finali.
Allora possiamo dire che la globalizzazione è la migliore soluzione possibile per i cittadini-consumatori? Forse si, ma a patto di correggerne le distorsioni. E di non considerarla solo come un modo per massimizzare i profitti riducendo i costi di produzione.
Negli anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale della ricchezza in mano a pochi, e ad una progressione lentissima dei salari, con un costante impoverimento della classe media e delle classi operaie. La globalizzazione ha gonfiato i profitti delle grandi multinazionali, di Big Tech, di Big Pharma e degli istituti di credito. Ma non ha migliorato il reddito degli operai delle acciaierie italiane o dei lavoratori dell’automotive americana. Quelli che, non a caso, sono le basi della forza elettorale dei protezionisti italiani e del movimento Maga di Donald Trump. E che puntano a ribaltare, con il risentimento, le classi politiche non non hanno saputo governare il fenomeno.
I dazi di Trump sono la risposta a questa sete di vendetta, e fruttano per ora consenso elettorale. Basterà? Per ora vale il giudizio dei mercati, con le borse mondiali che vacillano e in qualche caso tracollano, bruciando miliardi di risparmio investito. Anche quello nel portafoglio degli elettori di Trump.
