Antefatto: la canzone Maracaibo nasce in un tour teatrale del 1979. Recitavo un Ruzante, Canto della terra sospesa, regia di Savelli musiche di Piovani. Tre attori, io Piovanelli e Fabienne Pasquet. Fabienne era nera, haitiana, figlia di diplomatici. Sera dopo sera, dopo le repliche con gelosie di soldati e contadini cinquecenteschi, inventavamo una storia su chi fosse davvero questa bella tropicale che si aggirava per l’aretino in vesti medievali. E venne fuori la fantasia della ballerina, di Zazà, del traffico d’armi, di Fidel, della zanna bianca del pescecane. Alla fine del tour la storia era completa, e per non scordarla la misi in musica, e la musica è quella che conoscete. Il testo, poi ridotto, era più lungo. Ma c’era già tutta.

Se le canzoni somigliano ai figli, ci sono canzoni che nascono “creandole” insieme. In qualche modo, sessualmente condivise. Non è questo il caso. La canzone è arrivata già compiuta, è stata adattata, da Colombo con un gruppo di lavoro consistente. Poi naturalmente cantata. Si potrebbe definire una maternità adottiva, o “adattiva”. Cosa che niente toglie alla genitorialità, naturalmente. Una canzone è in gran parte la voce che la identifica. Per questo fui io a proporre che questo mio pezzo, una volta adattato, dividesse a metà l’anagrafe.

E qui veniamo a oggi
Luisa Colombo,
leggo in conclusione di una tua intervista una interessante equazione tra maternità e canzone, riferita a Maracaibo. Chissà, se la leggesse Recalcati, che si interessa di canzoni, ci scriverebbe sopra sei volumi.
Dispiace molto che tu ti sia sentita, come dici, prigioniera di una canzone, ed è interessante il tuo cenno alla maternità che forse è il motivo per cui, sentendo tua figlia la canzone, hai riconosciuto la mia “paternità” soltanto nel 2018, dopo una mia azione legale.

Avevamo fatto un patto, nel 1980, o giù di lì. Mi chiedesti di firmare tu la canzone per motivi tecnici che mi esponesti e che mi sembrarono ragionevoli. Il patto voleva che avremmo condiviso il rideposito, quando fosse stato possibile. Poi abbiamo collaborato a un tuo secondo disco. Poi sono stati anni intensi, non eravamo più a Milano, i rapporti si erano rarefatti per le molte occasioni della vita. Ma sempre quando tornavo sull’argomento di ridepositare il brano, negli anni ’80, negli anni ’90, tu mi ripetevi che la Siae impediva di farlo, e che comunque la canzone era morta, non rendeva niente, o spiccioli che reinvestivi per tenerla un po’ viva.

Maracaibo e il tema della maternità

Il tema della maternità in Maracaibo lo capisco bene, perché anche per me era diventato un tema insistente. Oltre a essere una bella canzone, marcava quel periodo, tra teatro fantasie e molta allegria: era una specie di mappa psicologica, mi somigliava. Mi pareva insensato che la Siae, come mi veniva ripetuto, non volesse prender atto formalmente di quel che diceva un autore, non lo riconoscesse.

Finché abbastanza casualmente misi piede per la prima volta in vita mia in Siae, all’Eur, più o meno intorno al 2016: e mi fu detto che si poteva benissimo, bastava che l’altro autore fosse d’accordo. La storia poi è nota: comunicai la notizia, Colombo disse di rivolgersi ad avvocati, così feci, intentai una causa per il riconoscimento della mia “genitorialità”, e la cosa si sciolse velocemente. In questi casi le parti si scambiano papelli con su scritte le proprie ragioni: quando leggevo di bizzarri contesti nei quali a Colombo sarebbe venuta in mente, solo a lei, la canzone, pensavo appunto che ci fosse qualcosa che non riguardava più la normale gestione di una canzone, ma di ben più viscerale. D’altra parte, anche a me faceva questo effetto: la rivendicavo per sangue, non certo per denaro. Il denaro davo per scontato che fosse poco o niente, stando a quel che me ne diceva l’unica a conoscerne l’entità, appunto Colombo.

Quando il giudice dichiarò evidente la mia presenza autorale, chiedendo cosa intendessimo fare, ribadii che confermavo l’idea di sempre, della condivisione a pari merito. Dal momento della firma avremmo diviso gli incassi. Ero molto soddisfatto delle esito, e anche Zazà era molto contenta. (Va detto che con Zaza, e tutta la sua banda di ballerine, ho sempre tenuto fin dall’inizio una relazione affettuosissima e serena).

Non indagai sugli incassi precedenti: verificai che la Siae non me li avrebbe detti (per statuto riferisce solo ai soci), l’avvocata non aggiunse elementi, non avevo idea di quanto valesse l’esposizione del brano e il contenzioso era centrato su un tema sentimentale: il denaro in questa cosa per me era un dettaglio, starne a parlare quasi maleducazione. Si combatteva con passione per il pedigree della figlia, per me come per lei, pensavo. Addirittura un po’ mi spiaceva della sua disillusione: Zazà era sempre più reale, con la sua energia tropicale: sembrava esistere davvero. Recalcati potrebbe illuminarci, a proposito.

E così, feci questo condono tombale fidandomi delle tue informazioni: tu dicevi da sempre che la canzone era economicamente morta. E io mi fidavo.

Quando la prima Siae del 2018 mi ha dato più di 20.000 euro per Maracaibo, sono caduto bruscamente dalle nuvole. Dal 2018 al 2025, Maracaibo ha incassato circa 100.000 euro.

Impeccabile, avevo firmato nel pieno delle mie facoltà. Mancavo dei dati necessari, che avevi tu: ma avrei potuto benissimo diffidare. Se non ha sospettato, se non aveva idea del valore, se prendeva per buone le sue stime eran fatti suoi, caro Riondino. Bisogna farsi furbi. Perfetto.

Si crea quindi, nella paternità restituita, un babbo dopo il 2017 che vede un certo incasso, che equivale giustamente a quello della madre, e lo stesso babbo che per gli anni che affondano negli ’80, nel ’90, e nel 2000 non ha visto nulla, dato che quel che doveva vedere lo teneva la mamma. C’è qualcosa, evidentemente, che non va. E la questione, dato che formalmente il tombale ha chiuso ogni discorso, la puoi risolvere solo tu. Con un gesto volontario, riprendendo in mano l’argomento, come peraltro accenni a fare nell’intervista.

Non necessariamente, Dio ne scampi, versandomi quel che risulterebbe dagli incassi fino al 2017, sui quali sappiamo c’è la famosa lapide (lo dico per l’avvocato che legge). Blandini e Assumma, ai quali chiesi lumi, mi confermarono la pesantezza della lapide. Ma semplicemente dicendomi l’importo: di modo che più compiutamente vada a far parte della leggenda, che già c’è, sulle mie formidabili perdite di denaro, certificate dalla sventura di Lande, il Maddoff dei Parioli, e da recenti vicende telefoniche, meno radicali ma interessanti. Si aggiungerebbe questa avventura a un interessante profilo di milionario virtuale, che un angelo tiene evidentemente lontano dagli eccessivi accumuli, mantenendomi però in condizione di produrre molto liberamente. L’argomento consegnerebbe dati certi ai discorsi al bar, evitando che salpino, come già capita, dopo qualche bicchiere, verso entità smisurate.

Zazà, la ballerina, che mi viene a trovare da sempre, e con cui ho da sempre un ottimo rapporto, mi dice di non esser così romantico, mi dice che una sua ballerina peruviana le ricorda il famoso proverbio iberico “La ocasión hace al ladrón” Certo, sapienza antica: ma non credo ci sia mai solo quello, la cosa che un buddista definirebbe avidità e un teologo stitichezza (il denaro è lo sterco del diavolo, come noto). Parlando seriamente, credo che ci sia un vero viscerale confondersi con ciò che si canta, che porta a sentirlo proprio. Ci si può convincere che sia solo tuo, come capita con un figlio? Questo è il tema interessante che apre l’equazione canzone-maternità.

E’ possibile che una volta convinti che la figlia sia tua, ci si convinca anche che tutto il denaro che la figlia ha prodotto sia il legittimo compenso per l’attenzione che la madre ha dato e il padre, sempre secondo questo punto di vista, non ha dato? È una specie di delirio, ma credo che sia possibile accada: è l’antico nodo tra denaro e passione. Chiederemo a Recalcati.

Questo groviglio non rende facile il mestiere

Quando ti riferisci a Mannoia, come esempio di carriera possibile, hai ragione: potevi avere un percorso simile. Ma quelle carriere si basano su rapporti chiari con autori e collaboratori. Berté ama appassionatamente le sue canzoni, a giudicare da come le canta, ma non ha mai pensato che non fossero di Fossati. Così Mina con Malgioglio, o Celentano con Azzurro di Conte. Magari invece questa paternità non dichiarata ma “incassata” rendeva tutto molto più faticoso. Chissà. Chiederemo a Recalcati.

Zazà mi dice che vita non è poi così lunga, perché guastarsela con Maracaibo? E mi espone anche una strana idea, che dice le ha suggerito una ballerina colombiana, una delle sue. Una che un po’ ne sapeva perché aveva avuto un amante commercialista in Libano. Un’idea un po’ da realismo magico. Te la riporto.

Siamo ultra settantenni, prendiamone atto. E la canzone ci sopravviverà. Dovrei andarmene prima io di te, gli uomini durano meno delle donne. Facciamo che se muori prima tu, (cosa che non ti auguro), lascerai scritto che mi rientri dalla Siae la tua parte, fino a quando non sia completo il conto. Poi naturalmente tutto andrà agli eredi. Spero se muoio prima io, la stessa cosa ti impegni a farla con i miei eredi (mia figlia, che è in carne e ossa, non una canzone, e mia moglie, anche lei viva e vegeta). Le canzoni durano nel tempo oltre a noi, e non è bene che agli eredi tocchi qualcosa che non apparteneva al defunto: il denaro di altri porta sfortuna.

Zazà è entusiasta di questa proposta, io naturalmente preferirei che tutto avvenisse da vivi, più o meno vegeti. Chissà che la paternità ricostruita non permetta di fare questo passo, sapendo bene da che deriva la differenza economica tra i due periodi dello stesso padre. E non posso che augurarmi di rivedersi insieme a questa figlia, che quando mi viene a trovare continua a raccontarmi le sue evoluzioni: ha seguito altri campi di battaglia, sposta il suo bordello e i suoi amanti in altri terreni, con la stessa vitale incoscienza. Potrebbe essere una idea cantare insieme queste nuove avventure.

Attendo nuove, signora Colombo, e concludo riferendomi al suo viaggio tropicale, piuttosto indicativo: anche di quello, Recalcati qualcosa ci potrebbe dire. Racconti che arrivavi sempre vicino a Maracaibo, senza mai entrarci: bene, forse questa è l’occasione per abbattere l’ultimo ostacolo, e metter finalmente piede in città.

Concludo salutando, augurandomi che il tuo percorso di illuminazione e di decongestione si possa sviluppare serenamente.

David Riondino

P.S.: Ogni sei mesi, quando arriva la Siae, mi chiedo “Ma quanto ha reso, veramente, Maracaibo?

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