Ci avete fatto caso che una cosa, per essere considerata terapeutica, oggi deve avere un nome straniero? Se cammini tra gli alberi dietro casa sei solo uno che ha tempo da perdere; se ci schiaffi sopra il termine giapponese Shinrin-yoku, stai facendo mindfulness e fa subito figo. Se guardi il mare in solitudine, la società ti diagnostica una preoccupante asocialità; ma se compri il libro giusto e lo chiami Blue Mind, allora stai scientificamente curando la tua Red Mind — la mente rossa, quella nevrotica, ansiosa e iper-stimolata che la società stessa ti ha provocato.

La cannibalizzazione del marketing contemporaneo comincia sempre così: con una colonizzazione linguistica che si appropria del banale, lo riveste di esotismo o di filtri neuroscientifici, e ce lo rivende a peso d’oro. Alla vigilia delle vacanze estive, mentre prepariamo i bagagli e veniamo bombardati da réclame che ci promettono “esperienze rigeneranti” e “connessioni ancestrali” a favor di telecamera, vale la pena farsi una domanda tagliente: come siamo arrivati al punto di dover esibire uno scontrino o un trend per ricordarci che la natura è, semplicemente, il nostro habitat?

Il vuoto e il negativo: la scomparsa delle mappe emotive

Mediterraneo. Un elemento puro, immenso e, soprattutto, ostinatamente gratuito, prima che il marketing ci appiccichi sopra un’etichetta promozionale o una spunta da scontrino. Abitare il mondo, non esserne clienti.
Malta Foto © Ljdia Musso

Questa urgenza improvvisa, quasi nevrotica, di riconnettersi con il verde e con il blu non nasce dal nulla. Nasce da un vuoto profondo, da un “negativo” che la quotidianità tardo-capitalista ha scavato dentro di noi.

Abbiamo geometrizzato le nostre esistenze dentro scatole di cemento, scatole mentali, scatole biologiche abbiamo cronometrato i ritmi biologici e saturato ogni istante di stimoli digitali, riducendoci a quella perenne modalità di sopravvivenza che gli scienziati chiamano, appunto, Red Mind.

Come scrive splendidamente Vasco Brondi nel suo Una questione di spiritualità, ciò che si rileva nella nostra cultura è che non c’è più una vera e propria ricerca spirituale di beni immateriali e indispensabili per l’”anima”. Abbiamo smarrito le nostre mappe emotive, quegli strumenti interiori che per millenni ci hanno permesso di abitare il mondo e sentircene parte. E quando l’individuo moderno si ritrova svuotato di senso e saturo di stress, reagisce nell’unico modo in cui il sistema lo ha addestrato a reagire: cercando qualcosa da acquistare per riempire quel vuoto.

L’oceano, o il mare in saldo: la liturgia del consumo a pagamento

È in questa fessura dell’anima che il mercato compie il suo gioco di prestigio più spaventoso. Prende l’immateriale, il gratuito, l’ovvio, e lo trasforma in merce. Trasforma un bisogno metafisico in un’esperienza da scontrino.

La natura è il banale per eccellenza: l’essere umano si è evoluto per milioni di anni guardando l’orizzonte e ascoltando il fruscio delle foglie. Non c’è nulla da capire, c’è solo da stare. Eppure, se quella stessa azione non viene istituzionalizzata da un brand, certificata da un guru o ribattezzata dal marketing, ci sembra di perdere tempo. Qualcosa di profondamente spirituale finisce così col diventare una liturgia di consumo a pagamento, in cui l’”anima” viene ridotta all’ennesima transazione commerciale.

Dal bosco al mare: la medicalizzazione della spontaneità

Che si tratti del “soffitto verde” di una foresta o della distesa liquida del mare, il meccanismo sociologico non cambia. Lo Shinrin-yoku e il Blue Mind sono le due facce della stessa medaglia: la medicalizzazione della spontaneità. Abbiamo bisogno della validazione scientifica o del trend di Instagram per darci il permesso di stare fermi di fronte all’oceano.

La natura, in questo modo, smette di essere un ecosistema da rispettare e contemplare, e diventa un farmaco da banco. Una spa a cielo aperto in cui immergersi per “ricaricare le batterie” con l’unico, utilitaristico scopo di tornare più performanti e produttivi il lunedì mattina dentro l’ingranaggio sociale. Abbiamo trasformato la contemplazione in manutenzione ordinaria del capitale umano.

Una buona idea per la mente: sintonizzarsi sulle frequenze giuste

“Prima del Blue Mind, prima delle etichette del marketing e dei trend estivi. Coltivare buone pratiche personali di interazione con il mondo significa questo: ritrovare le mappe emotive dell’infanzia, quando il mare era solo un immenso spazio di scoperta, rigorosamente gratuito. Una dimensione fatta di avventura, curiosità e, soprattutto, meraviglia.”
Salento Foto © Ljdia Musso

Le fotografie del Mediterraneo che accompagnano questo articolo non sono il catalogo di un’agenzia di viaggi, né lo sfondo per promuovere un pacchetto benessere. Al contrario, vogliono essere un atto di resistenza visiva. Mostrano l’elemento puro, immenso e, soprattutto, ostinatamente gratuito, prima che il marketing ci appiccichi sopra un’etichetta promozionale.

Esiste però una via d’uscita a questa cannibalizzazione, ed è tracciata da chi, per vocazione, rifiuta le risposte preconfezionate dal mercato. I sociologi, i pensatori, gli artisti e i creativi continuano a fare domande a se stessi e alla realtà. Almeno ci provano. Loro continuano a mantenere e difendere degli strumenti sani di interazione con se stessi e con il mondo: strumenti immateriali che non si comprano. Possiamo chiamarla creatività, come fa Vasco Brondi; possiamo chiamarla intelligenza emotiva, come preferiscono gli psicologi; o possiamo chiamarla “anima”, per chi si occupa di fede.

Chiamiamola come vogliamo, ma la vera “buona idea per la mente” per questa estate non è consumare l’ennesimo trend modaiolo di benessere. La vera scommessa è coltivare buone pratiche personali e intime di interazione con gli altri, con noi stessi e con la Terra. Significa fare un lavoro di sintonizzazione interiore per trovare i canali giusti, le frequenze giuste che ci tirino fuori dalla Red Mind collettiva. Spegnere il telefono, guardare il mare o camminare sotto un soffitto di alberi, e rivendicare il diritto sacrosanto di farlo gratis, senza un nome straniero, e senza scontrino. Tornare, finalmente, a essere abitanti del mondo, e mai più suoi clienti.

Le tre immagini che seguono e chiudono larticolo non sono cartoline. Sono frammenti di un’indagine visiva sulla mia terra, la Calabria, e sul mare Jonio che l’abbraccia. Sono estratti dal progetto “Ephemeride”, un tentativo di mappare i beni immateriali e indispensabili dell’anima lungo le coste del Mediterraneo, prima che vengano cannibalizzati dal marketing del benessere.

Un’imbarcazione tradizionale abbandonata sulla sabbia e un ombrellone deserto, icone di una quotidianità balneare che resiste alle etichette esotiche. Una delle buone idee per la mente: riscoprire il banale come atto di resistenza culturale.”
Foto dal progetto Ephemeride © Ljdia Musso
Il quotidiano che si fa icona: vecchie cabine immerse nel vuoto salvifico di un mare d’inverno. Questa inquadratura non cerca il relax da copertina, ma difende il diritto a un’assenza feconda: un vuoto salvifico esteriore ed interiore specchio di un habitat selvaggio che cura l’anima, senza intermediari e senza scontrino.”
Foto dal progetto Ephemeride © Ljdia Musso
Il mare d’inverno. Se lo guardi in solitudine, la società ti diagnostica una preoccupante asocialità. Ma se lo chiami Blue Mind, stai curando la tua Red Mind. Questo è il mio habitat selvaggio. Una dimensione di vuoto salvifico per l’anima che non si compra e non si privatizza.”
Foto dal progetto Ephemeride © Ljdia Musso

Bibliografia per la mente: letture di resistenza contro la mercificazione del sé

Se vuoi approfondire i legami tra società, capitalismo e la cannibalizzazione del nostro quotidiano, ecco una mappa di letture essenziali:

  1. Vasco Brondi, Una questione di spiritualità (2024) Una riflessione preziosa sulla necessità di ricercare beni immateriali e indispensabili per l’anima in un’epoca iper-connessa, riscoprendo la lentezza e la profondità dei legami umani e artistici.
  2. Blue Mind. Mente e acqua di  Nichols Wallace J. La Blue Mind (mente blu) indica uno stato mentale di calma, serenità e benessere generale che si attiva quando siamo vicini, dentro, sopra o sotto l’acqua. Il concetto è stato coniato dal biologo marino Wallace J. Nichols nel suo omonimo bestseller, dove unisce neuroscienze e biologia evolutiva per dimostrare scientificamente l’impatto positivo degli ambienti acquatici sul cervello umano
  3. Mark Fisher, Realismo Capitalista (Nero Editions) Il testo definitivo per capire come il capitalismo sia riuscito a fagocitare ogni aspetto della vita umana (comprese la salute mentale e la spiritualità), presentandosi come l’unico orizzonte possibile e trasformando il malessere sociale in una patologia individuale da curare con i prodotti del mercato.
  4. Wallace J. Nichols, Blue Mind: The Surprising Science That Shows How Being Near, In, On, or Under Water Can Make You Happier, Healthier, More Connected, and Better at What You Do (Back Bay Books) Il saggio scientifico da cui nasce il fenomeno. È qui che l’autore teorizza il contrasto tra la Blue Mind (stato di calma acquatica) e la Red Mind (stato di iper-stimolazione indotto dalla società moderna).
  5. James Riley, Well Beings: How the Seventies Lost Its Mind and Taught Us to Find Ourselves (Icon Books) Un’ottima contro-storia culturale dell’industria del benessere. Riley spiega come il “wellness”, nato negli anni ’70 con scopi radicali, politici e comunitari di emancipazione sociale, sia stato progressivamente svuotato e trasformato in un business d’élite per ricchi.
  6. Barbara Ehrenreich, Cause naturali. Sulla nostra ossessione per la salute, la longevità e la fobia di morire (Feltrinelli) Una critica feroce e ironica alla medicalizzazione della vita quotidiana e all’ossessione contemporanea per il benessere performativo e il controllo ossessivo del corpo.
  7. Byung-Chul Han, La società della stanchezza (notetempo) Il filosofo coreano analizza l’individuo contemporaneo come un “animale da prestazione” che si auto-sfrutta convinto di realizzarsi, trasformando anche il tempo del riposo e della natura in una forma di ottimizzazione del sé.
Condividi: