La vita che non entra nei libri di giurisprudenza secondo Stefano Vitelli, il giudice che assolse Stasi
La trama della vicenda di Garlasco e l'esercizio del dubbio di Stefano Vitelli come metodo di conoscenza.

La trama della vicenda di Garlasco e l'esercizio del dubbio di Stefano Vitelli come metodo di conoscenza.

Stefano Vitelli è il giudice che nel 2009 assolse in primo grado Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi, con una sentenza che fa tuttora scuola sul tema del ragionevole dubbio.
Stefano, c’è un’interessante corrente di pensiero che m’intriga, che crede nella interdisciplinarità di legge e letteratura. Perché la legge e la letteratura hanno entrambe per oggetto situazioni umane difficili, che devono comprendere e interpretare, e cercare di dargli un senso. Se gli uomini del diritto frequentano i buoni romanzi – è la tesi – allargano la loro conoscenza dell’animo umano e delle fondamenta delle leggi stesse.
Ma sarai d’accordo che la conoscenza non basta. Credo che a volte gli uomini del diritto debbano assumere lo stesso coraggio che ha la letteratura di fare irruzione dentro il teatro del mondo, sporcarsi le mani, soffrire insieme al proprio simile. Debbano assumere quella maniera di pensare che li costringa, anche se è faticoso, a confrontarsi continuamente con l’altrui umanità.
Che ne pensi?
Fermati Gabriella, se no rischiamo di perderci: il giudicare è un’attività tecnica. È prima di tutto apparato tecnico-giuridico-concettuale, non comprensione umana.
Questa è una premessa che sta alla base di tutto, che non puoi mai dimenticare. Detto questo, possiamo però senz’altro ricordare che l’attività tecnica del giudicare presenta peculiarità che bisogna tenere in considerazione, proprio affinché le parti tecniche siano virtuosamente applicate.
Usciamo dalle teorizzazioni, ti faccio un esempio semplice semplice.
Un uomo incensurato di 80 anni, ex vigile, in regolare possesso di pistola, spara e uccide la moglie malata di Alzheimer. Il primo step è tecnico: l’uomo ha commesso un omicidio. Il suo è un omicidio e rimane un omicidio.
Però presenta un fatto peculiare: per anni lui aveva accudito la sua compagna, fronteggiando una malattia che si era fatta via via sempre più grave ed emotivamente dolorosa.
È qui che il giudice, come dici tu, deve sporcarsi le mani e calarsi nel teatro della vita. Non può essere un tecnico asettico. Nè ha senso che prenda ad esempio a metro di giudizio se stesso, e pensi: ma io non lo farei mai. Il giudice deve avere la forza di calarsi nell’umanità e nella sofferenza altrui, pur se a tutta prima può sentirsene lontano e avverso. Deve riuscire a individuare le peculiarità di una situazione che, a calarvisi dentro, sollecita comprensione e compassione
E questo può farlo solo se ha un grosso bagaglio culturale e umano ed è aperto al mondo.
Come dici tu, deve conoscere i grandi romanzi che esplorano l’animo umano e deve conoscere altri settori oltre al proprio, come ad esempio le scienze umane, la psichiatria, la psicologia. Non deve trovarsi sguarnito.
Ti faccio un altro esempio.
Un padre integerrimo, che adora suo figlio, torna a casa la sera dal lavoro e, a passo d’uomo, fa manovra per parcheggiare la macchina. Il bambino sfugge al controllo della nonna per correre a salutare il papà. Che non lo vede e lo investe uccidendolo. È omicidio colposo.
Ecco, può anche darsi che il giudice pensi: a me non capiterebbe mai. È vero, forse quell’uomo in quel momento non ha guardato bene gli specchietti: ma ti devi calare in un padre normale alla fine di un giornata di lavoro…
La pena naturale quest’uomo subisce per essere stato causa della morte di suo figlio è un dolore talmente forte che, al confronto, la sua colpa di aver avuto un deficit di attenzione è talmente lieve. Non è un aggravio inutile comminargli anche la pena legale?Nel primo caso, una giustizia umana sta nel trattamento sanzionatorio: si applicano le attenuanti e si dà il minimo della pena. Nel secondo, sarebbe escludere la pena. La “pena naturale” in Italia è un concetto ancora molto dibattuto; ma in Germania ad esempio è una fattispecie normativa esistente.

A proposito della ricostruzione della trama di un reato, è interessante ricordare quello che fa dire Durrenmatt dal suo investigatore allo scrittore di romanzi gialli di successo:
“Quello che davvero mi irrita nei vostri romanzi è la trama. Le vostre storie sono costruite secondo logica, come una partita a scacchi: il criminale, la vittima, il complice, basta che il detective conosca le regole e le applichi al gioco ed ecco che arresta il criminale e la giustizia trionfa.”
Esaminiamo se vuoi la trama di Garlasco, allo stato e con gli elementi in tuo possesso nel 2009, al momento della sentenza: quale logica rintracciavi in quei fatti e quei dati?
Garlasco è stato un caso unico, per la sua problematicità e i caratteri misteriosi: dal
dna sul pedale di una bicicletta quando però la bicicletta è un’altra, all’alibi che non si trovava dentro il computer perché era stato danneggiato dalle aperture dei carabinieri; dalla pretesa intorno a valutazioni necessariamente soggettive o irrazionali del tipo “ah, ma dovevi renderti conto del biancore o no del viso…” oppure “uno scopritore non fa una chiamata al 118 con quel tono…”, al contesto di provincia e i vari personaggi che ruotavano intorno alla scena.
Uno dei problemi critici del primo grado di giudizio era non avere neanche il collante del movente. Il movente non è indispensabile dal punto di vista tecnico. Ma se disegni un quadro in cui l’imputato in 23 minuti esce e raggiunge in bicicletta l’altra casa, uccide e poi ritorna al suo computer senza un’arma nè abiti schizzati di sangue, allora mi devi parlare di premeditazione, di un’azione studiata nei minimi dettagli. Quindi dev’esserci un movente maturato ed esistente almeno nei giorni precedenti, e non ve n’è traccia.
Inoltre: sembrava che in quei giorni ci fosse solo Stasi a Garlasco. Tutta una semplificazione, un atteggiamento riduttivo che portava a una visione monocolore. Ora dalla nuova indagine, secondo le prime risultanze, pare emergano scenari molto più complessi e articolati.
Come dissi all’epoca: c’erano delle probabilità che Stasi fosse colpevole, ma una sentenza dello Stato non è una scommessa, non può basarsi su un astratto dato probabilistico.
Rischiare di mandare un innocente in galera è intollerabile per uno stato democratico. La giustizia viene lesa in maniera enorme nel momento in cui un innocente viene punito.

È faticoso sempre confrontarsi con l’ambiguità e l’ambivalenza, e in primo luogo con quella dell’animo umano. La vicenda di Garlasco gira tutta intorno al tema del dubbio. So che le motivazioni della tua sentenza di assoluzione sul caso Garlasco fanno tuttora scuola. Ma il dubbio è un sentimento da cui si rifugge, non ci fa stare a nostro agio. Quando tutto si confonde, ci sentiamo in pericolo. Come si può incoraggiare ad esercitare il dubbio come metodo di conoscenza, in un mondo sempre più complesso e che sempre più rifugge la complessità?
Comunque andrà, questa nuova inchiesta avrà esemplificato, reso concreto, direi corporeo, cosa vuol dire ragionevole dubbio. La vicenda di Alberto Stasi può essere un modo per farlo capire ai ragazzi, che hanno bisogno di storie e hanno sempre fretta. E spiegargli cosa di fondo vuol dire ‘meglio un colpevole fuori che un innocente in galera’, portandoli a identificarsi nella storia.
“Però Stasi diventa milionario se gli si riconosce l’errore”, può dire uno di questi ragazzi, in un mondo in cui si misura il successo con i soldi: ma 4 o 5 milioni sostituiscono la vita? Sostituiscono la mancanza di libertà e la sofferenza di una continua feroce esposizione mediatica? Quale ragazzo baratta 20 anni di vita per avere 4 milioni di euro? Ecco, bisognerebbe cominciare a spiegarlo nelle scuole.
Il processo di Garlasco è un caso paradigmatico anche per la varia umanità coinvolta nella vicenda. Ma più in generale, ci ha coinvolto e chiamati in causa tutti, nelle nostre case, con un battente parallelo processo mediatico, di grande forza. Come persona che lavora sulle parole, che sa quanto peso hanno le parole, come riescano anche a modellare la superficie dei fatti, ho sempre pensato che l’etichetta “bocconiano dagli occhi di ghiaccio” abbia molto influito sul modo con cui tutti noi – spettatori, giornalisti, giudici popolari e togati – abbiamo guardato all’imputato.
Il rischio è sempre quello di smussare i fatti, e aderire a verità monocolori. O bianco, o nero. È un rischio che riguarda tutti, nessuno escluso. È umano, è un meccanismo che ci rassicura, ci fa sentire a posto. Il bene da una parte, il male dall’altra. Sono d’accordo, ci sono parole che potenzialmente possono turbare ed esercitare una forza psicologica, l’importante è conoscere il rischio, prenderne atto, adottare le necessarie misure, prenderne le distanze.
Il caso di Garlasco è una storia che comunque vada ci aiuta a riflettere su questo e su tante altre cose.
Se Stasi fosse stato vittima di un errore giudiziario, allora saremmo di fronte al paradosso che, anziché il carnefice di questa storia, lui sia la vittima. E se ci pensi, di fronte a un paradosso ancora maggiore: se non fosse stato assolto per ragionevole dubbio e poi di fronte alla condanna lui non si fosse lasciato portare docilmente in prigione, continuando però a reclamare e a lottare per la sua innocenza, il caso ora non sarebbe stato riaperto. Se ci pensi, con il suo sacrificio, di fatto, avrebbe consentito di scoprire i veri responsabili dell’uccisione della sua fidanzata.
Questo dimostra quanto la vita possa essere paradossale, quanto poco monocolore.
Tutto quello che ci siamo detti oggi mi fa pensare a una frase del filosofo Fernando Savater, che tempo fa citasti – seppur con dei distinguo – in un tuo articolo su una rivista giuridica: “La vita è troppo complessa e sottile, le persone sono troppo differenti, le situazioni sono troppe varie, e spesso troppo intime perché tutto questo possa entrare nei libri di giurisprudenza.”
Più che la conclusione, questo potrebbe essere l’inizio di una ben più lunga conversazione.
