La morte di Mario Vargas Llosa, avvenuta nella notte di domenica 13 aprile a Lima, chiude un capitolo fondamentale della letteratura mondiale. Scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo e politico, Vargas è stato una figura poliedrica, capace di attraversare decenni di storia con lucidità, coraggio e una penna sempre affilata.

Nato ad Arequipa nel 1936, crebbe in un Perù spaccato tra autoritarismo militare e desiderio di modernità. Cominciò a scrivere da ragazzo, spinto da un senso di isolamento dovuto ad un’infanzia caratterizzata dal brusco ricongiungimento con il padre (creduto morto fino a quel momento), figura autoritaria e distante. Quel trauma (la scoperta improvvisa che il padre non era morto, come gli avevano fatto credere) e il difficile rapporto con lui lo segnarono profondamente.

Vargas, le opere

La sua opera prima, La città e i cani (La ciudad y los perros, 1963), fu un atto di rottura: una denuncia del sistema educativo militare, ma anche l’inizio del cosiddetto “boom” della letteratura latinoamericana, insieme a nomi come Gabriel García Márquez, Julio Cortázar e Carlos Fuentes. Con una scrittura realista, tagliente, spesso labirintica, che ha permesso di raccontare il potere in tutte le sue forme: corrotto, violento, seducente, ma anche fragile e destinato a disfarsi.

Tra le sue opere più celebri, Conversazione nella cattedrale (Conversación en La Catedral, 1969) è forse la più emblematica: un romanzo che si interroga sul momento in cui “il Perù si è rovinato”. Ma è con La festa del caprone (La Fiesta del Chivo, 2000) che la sua penna raggiunge l’apice della maturità: un affresco lucido e terribile del regime di Trujillo nella Repubblica Dominicana, che diventa una metafora di ogni dittatura.

Nel 2010 arriva il riconoscimento più alto: il Premio Nobel per la Letteratura, conferitogli per la sua cartografia delle strutture del potere e immagini taglienti della resistenza, della rivolta e della sconfitta dell’individuo. Coronamento di una carriera che lo ha visto attraversare con eleganza e rigore le frontiere della narrativa e dell’impegno civile.

Ma la sua vita non è stata solo letteratura. Nel 1990 si candidò alla presidenza del Perù, portando avanti un programma liberale in opposizione al populismo nascente. Fu sconfitto da Alberto Fujimori, ma quell’esperienza rafforzò il suo impegno nella riflessione politica, portandolo a distaccarsi dalla sinistra marxista giovanile e abbracciare un liberalismo più disilluso e pragmatico. Una svolta che gli attirò critiche, ma che egli difese con coerenza, nel nome della libertà individuale e della democrazia.

Saggi, opere, articoli

Oltre ai romanzi, il premio Nobel ha scritto saggi pungenti, “pièces” teatrali e articoli che hanno alimentato il dibattito intellettuale internazionale. Dal 2023, è stato anche membro dell’Académie Française, primo autore di lingua spagnola a ricevere questo onore, a dimostrazione di una statura ormai universale.

La sua ultima opera, Le dedico mi silencio, pubblicata nel 2023, è una dichiarazione d’amore alla musica creola peruviana, ma anche una riflessione malinconica sull’identità e la memoria. Un testamento artistico che riassume l’anima di un autore che ha fatto della parola uno strumento di indagine e denuncia.

Colui che ci lascia, non è solo un grande scrittore, ma un intellettuale scomodo, capace di mettersi in discussione e di raccontare le contraddizioni del nostro tempo con onestà e passione.

Vi lascio con questa sua frase, che penso lo rappresenti appieno:

“Scrivere non è solo un mestiere o una vocazione. Per me è una necessità essenziale. Se non avessi scritto, sarei diventato un uomo profondamente infelice”

Mario Vargas Llosa in “Il pesce nell’acqua”


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