Non è raro, in caso di stupri, che ci siano sentenze assolutorie verso gli abusanti che non rendono giustizia alle vittime. La ragione delle assoluzioni è spesso argomentata con l’accondiscendenza all’abuso giustificato dall’assenza di resistenza.

È questo un problema molto serio che rivela la mancanza di conoscenza di giudici ed avvocati dei meccanismi della  fisiologia umana che si mettono in atto in caso di grave trauma come quello da stupro.

Per comprendere a fondo cosa accade in caso di pericolo dobbiamo rifarci alla teoria polivagale di Porges.
Sappiamo che il sistema nervoso è composto di una parte cerebrospinale motoria e sensitiva in gran parte sotto il controllo della volontà e di un’altra così detta autonoma vegetativa indipendente da un controllo diretto della mente cosciente.
Nell’ambito di quest’ultima fino a poco tempo fa era accettata universalmente la teoria simpaticocentrica che vedeva il sistema nervoso come un’alternanza tra due strutture principali tra loro in competizione: il sistema simpatico attivato dall’adrenalina e noradrenalina e il sistema parasimpatico vagale attivato dalla acetilcolina.

In questo approccio il sistema simpatico è responsabile della nostra reattività (attacco/fuga) e dunque della nostra sopravvivenza, mentre il parasimpatico (vagale) ha un ruolo protettivo di riduzione dell’eccitazione e recupero dell’omeostasi. Il nome del nervo vago attribuito al sistema parasimpatico si deve al fatto che esso vaga attraverso la maggior parte degli organi sopra e sottodiaframmatici.

Studi recenti hanno dato molta importanza al nervo vago nelle reazioni verso il mondo esterno attraverso una visione allargata di questo nervo che getta le basi alla così detta teoria polivagale messa a punto dal neurofisiologo Stephen Porges nel 2014. Essa si basa sull’evoluzione filogenetica del sistema nervoso dai rettili ai mammiferi e quindi all’essere umano. I mammiferi per sopravvivere devono instaurare relazioni sociali, legami affettivi e proteggersi l’un l’altro, mentre i rettili sono animali solitari.

Il sistema di autoregolazione parte da un sistema primitivo di inibizione ereditato dai rettili (controllato dal vago dorsale), poi si affina, nel corso dell’evoluzione, con il sistema di attacco-fuga (controllato dal sistema simpatico), e culmina in un sistema sofisticato di ingaggio sociale, proprio dell’essere umano, mediato dalle espressioni facciali e dalla vocalizzazione (controllato dal vago ventrale).

Esistono quindi due principali branche del sistema parasimpatico appartenenti a periodi diversi della nostra storia filogenetica: un circuito vagale più recente proprio dei mammiferi (ventrale) ed un più antico proprio dei rettili (dorsale).

Come si comportano questi due circuiti vagali in caso di pericolo?

Il circuito ventrovagale ha un effetto calmante sul cuore, riduce la reattività simpatica e promuove comportamenti di ingaggio sociale ed è nato nei mammiferi per la loro necessità di relazioni sociali; al contrario il circuito dorsoventrale, più antico, in condizioni di pericolo ha un’unica risposta difensiva da mettere in campo: il collasso (shut down), risposta che abbiamo ereditato dai rettili. Esso si attiva in condizioni di pericolo estremo, creando uno stato di rallentamento che arriva fino all’immobilizzazione. Ha il ruolo fondamentale di mantenere l’omeostasi, ma può diventare pericoloso se usato come reazione di difesa primaria. È quello che caratterizza l’immobilità del serpente di fronte al pericolo o del cervo in mezzo a una strada trafficata in cui percepisce il pericolo. Nei mammiferi superiori questa condizione di immobilizzazione con paura è collegata all’ottundimento mentale e alla perdita del senso di controllo e le emozioni sottostanti sono tristezza, disgusto, imbarazzo e, ovviamente, paura. 

Quando il circuito dorsovagale è attivo riscontriamo, nella persona, uno stato di prostrazione: muscoli flaccidi, sguardo perso nel vuoto, cuore bradicardico e movimento del collo all’indietro (il movimento della tartaruga, come a volersi nascondere). 

Durante uno stupro, soprattutto quando questo è di gruppo, si attiva indipendentemente dalla volontà il circuito dorso vagale con impossibilità da parte della vittima di qualsiasi reazione. Tutto il corpo resta paralizzato dalla situazione di pericolo estremo e non è possibile alcuna reazione motoria o verbale. A volte si può arrivare a vivere la situazione in un vero e proprio sdoppiamento. La vittima vede quello che sta accadendo dall’esterno, come spettatrice fuori dal corpo.

La memoria del trauma può condizionare tutta la vita successiva in quanto è possibile che il meccanismo dorso vagale diventi lo stile predominante di risposta agli stimoli futuri da parte della persona. Uno stile di modulazione troppo incentrato su una singola modalità di risposta del sistema vagale, porterà, se non adeguatamente trattato, allo sviluppo di una personalità disadattata.

La teoria polivagale permette di rivedere alcune diagnosi: per esempio, una depressione potrebbe essere riletta e ripensata come una risposta dorso-vagale cronicizzata messa in atto nel contesto di uno stress post-traumatico complesso.

Le frequenti sentenze assolutorie verso gli abusanti, oltre a non rendere giustizia alle vittime, peggiorano il vissuto dell’episodio traumatico, amplificando i sensi di colpa e la vergogna intrinsecamente connesse all’aggressione subita.

letture consigliate:

La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione di Stephen W. Porges

Le applicazioni cliniche della teoria polivagale La progressiva affermazione della teoria polivagale nelle terapie

La teoria polivagale nella terapia. Prendere parte al ritmo della regolazione