È proprio vero! Le giornate non sono tutte uguali, e se casomai ti sembra così, é perché riflettere sugli accadimenti diventa faticoso. Cose successe in passato, magari dolorose, che con astuzia e tracotanza hai appoggiato in qualche antro non visitato spesso dalla realtà.
Poi una mattina, che appunto sembrava innocua, ti ritrovi al telefono. Dall’altra parte chi parla, é una persona che riappare con l’entusiasmo di chi scopre la verità della colpa. Senza invito arriva proprio diretta in quel posto. Le parole che di per sé sono semplici incontri tra vocali e consonanti, diventano pietre rotolanti che cascano una sull’altra per impedirti di scappare. Respiro per quel poco d’aria che é rimasto e penso.
Ascolto.

Passano i giorni e tutto sembra ritornare normale. Sembra. Poi, un giorno, un altro incontro, stavolta di quelli che mi rendono felice delle mia passione. Marco Crotti di Podere Giardino, agricoltore e produttore di lambrusco, telefona. Ho assaggiato i suoi vini prima della fine del mondo. Mi ricordavano quei profumi che riportano alla frutta e forse all’infanzia, viste le mie origini emiliane. Passa a trovarmi, ma senza vino, per cui chiacchierando, la voglia di andare a conoscere il suo podere si fa strada nella mia testa.

Qualche giorno dopo devo andare a Reggio Emilia, proprio lì, dove quella telefonata di qualche tempo prima aveva messo a ferro e fuoco la mia quotidianità. Decido che prima andrò da lui a Roncadella, e poi tutto il resto.
Arrivo, in anticipo e la realtà di Podere Giardino é esattamente l’espressione di quella zona. Stalle e campi. Divertita, mentre aspetto, entro a vedere le mucche che con le galline stanno parlando sicuramente del caldo e del tempo… Sono adulta e niente dovrebbe meravigliarci, ma il modo con il quale questi animali masticano, mi diverte tanto da provare a fargli il verso. Un piccolo vitello cerca addirittura di ciucciare la mia mano. Passano trattori immensi e finalmente arriva Marco. Andiamo in cantina. Piccola, ma curata. Le pupitre colpiscono se pensi ad un Lambrusco, ma la vera rivoluzione di questo vino é quella di pensare in grande.

Ha in tutto 5 ettari coltivati a vigna e produce 4 tipologie, tra le quali appunto un metodo classico 48 mesi, fatto con il Marani, che grazie a un sistema particolare, non ha bisogno di essere livellato dopo la sboccatura. Il resto sono 3 etichette, di cui una Malvasia che a finirla ci vuole un attimo. Tutto rigorosamente biologico e naturale. Le uve che sono impiegate per la produzione oltre al Marani, sono il Salamino, Oliva, Ancelotti e Malbo gentile. Assaggio in sequenza e tutto torna. La campagna, le mucche, il latte, il parmigiano, queste mura del capannone un po’ scrostate e la casa di mattoncini rossi piena di piante. Il risultato di giornate dure, ma premiate da questa effervescenza che ti obbliga a sorridere.

Penso al nome Suoli Cataldi e mi ricorda così come suono, la convergenza delle esperienze, mentre é il nome di questo territorio nella parte alta della piana di Reggio Emilia. Vado via con il mio baule pieno. Affronto il pranzo per il quale ero venuta e sul tavolo c’è un altro Lambrusco. Arriva nel bicchiere: lo annuso e lo guardo. Scuro e potente, come una vendetta. Un sorso. Alla fine del pranzo vengo quasi rimbrottata per non aver bevuto. È vero, ma le cose cambiano, per fortuna. Anche in questo esiste un prima e un adesso. E l’adesso è l’attenzione con la quale questa tipologia viene trattata alla pari di altre più blasonate. Si sperimenta, si cerca, si ritorna ai metodi ancestrali.

La mia storia è piena di Lambrusco e quello del pranzo era ciò che adesso non mi appartiene più. Un po’ come l’infanzia. Prima o poi diventa solo un ricordo, perché se non lo è, significa che non ci siamo mai evoluti e voluti davvero.