Chiara Guarducci è una delle voci più originali nel panorama drammaturgico nazionale. Poeta, regista e drammaturga, dalla voce unica, da irrequieto folletto, acuta e profonda, intuitiva e tragicomica, nasce a Firenze, e allarga il suo raggio di azione a contesti non sempre tradizionali, come un convegno, una camera d’albergo che saluta la vita di Marilyn…

Introduci Chiara al pubblico di rewriters: sotto quale aspetto ti senti maggiormente riscrittrice?
Per quanto riguarda la ri-scrittura sai quanto mi sia cara. Ogni volta che ci sono dei riferimenti è una riscrittura. Anche quando esplori personaggi realmente esistiti. Dar loro voce significa studiare i materiali, riscriverne zone d’anima, tratti di vita. Il confronto è un atto fecondo, fa scaturire un’originalità che si presta al desiderio di far ri-vivere. Love Lee, il mio lavoro più recente, è su Aileen Wournos e più che mai ho sentito l’etica di portare altro restando fedele alla sua rabbiosa richiesta di giustizia.

Recentemente hai pubblicato i tuoi scritti: che effetto fa e a cosa serve per un drammaturgo arrivare a farlo? Ha senso per un autore teatrale?
Non è la svolta. Con l’esperienza ho capito che non sono tipo da svolta. Però una pubblicazione rinforza il tuo valore, la tua identità, e ti dà l’illusione di aver più consistenza anche nel panorama degli addetti ai lavori. Sicuramente il segno è stato lasciato: il tuo libro esiste ed esisterà. Ed è la carne delle tue creature. Quando debuttai entrai in Intercity Plays, raccolta di drammaturgia contemporanea internazionale. Barbara Nativi inserì nel volume 2000 i miei primi due monologhi, che insieme al terzo, formano una trilogia, successivamente pubblicata col titolo La neve in cambio da Petite Plaisance Edizioni, una perla di casa editrice, piccola e molto impegnata. E quando nel 2018 approdo con Monologhi alla Titivillus Edizioni faccio salti di gioia, perché si occupa esclusivamente di drammaturgia e sto in mezzo a nomi importantissimi. Le aspettative è che il libro stavolta giri, in modo da venir contattati da registi e/o compagnie per l’allestimento dei propri testi, quindi nuove interpretazioni, nuove date. So che Monologhi è usato molto nelle scuole di teatro e ne sono contenta, ma spero vivamente nell’interesse di registi o attori a mettere in scena queste opere, dato che con le mie forze non posso affrontare vere e proprie tournée, fatta eccezione del miracolo Bye Baby Suite che per anni ha girato tutt’Italia, superando le 100 repliche. Infine credo che il problema di questo genere di libri sia la visibilità. Non esistono recensioni di testi teatrali. Forse alla base c’è un pregiudizio, siccome sono scritture per la scena non si ritengono autonome, anzi magari c’è l’idea che non siano godibili in lettura. Niente di più falso. Se non muoiono sulla carta, se non esibiscono la polvere degli intellettualismi, hanno una grande e irresistibile carica vitale.

Hai riscritto drammaturgicamente casi storici di clinica freudiana: come è andata? Monologhi assembla le mie opere più significative dal 2015 al 2018 e si conclude proprio con I casi di Freud. Mi domandi com’è stato questo lavoro che parte dagli studi scientifici del padre della psicanalisi. Un travaglio di somatizzazioni. Il mio superego era allertato, tra l’altro avrebbero debuttato in un festival di psicanalisi, ricolmo di professionisti del settore. Per me non era allettante teatralizzare le teorie di Freud attraverso un’operazione didattica, ma tuffarmi in questi personaggi agitati, portarne fuori l’incandescenza e i corti circuiti. Ogni diversa patologia l’ho messa nel linguaggio, rendendolo mimetico, sintomatico, fluente e romanzato per l’isteria di Dora, frammentario e ripetitivo fino alla comicità per l’ossessivo Uomo dei topi. Cupo e imprevedibile nell’Uomo dei Lupi, che si libera in un erotismo acceso e osceno, estatico e visionario in Schreber e assolutamente irriverente, quasi una parodia del complesso Edipico, nel piccolo Hans. Questa scelta è risultata d’impatto anche per chi non ha confidenza con la ‘materia’. E sulla scena è stata decisiva la capacità di trasformazione dell’attrice e regista Laura Cioni, che da sempre intreccia le forze del suo mestiere di psicoterapeuta a quelle interpretative. Ora, grazie all’interesse dell’ordine di psicologi della Lombardia lo spettacolo andrà in streaming.

Che succede oggi del tuo lavoro con e senza covid ?
Sono tempi in cui il teatro deve reinventarsi senza stravolgere la propria intima fisicità e la propria funzione rituale. Questa pandemia spalanca una precarietà spaventosa, eppure secondo me è un periodo fertile perché ci spinge più a fondo nelle nostre solitudini e fa sorgere nuove idee e impreviste collaborazioni. Come se il desiderio, sentendosi soffocato, scalciasse più forte. Nell’aria c’è audacia, tensione a sperimentarsi. Non so a Roma, ma la scena teatrale di Firenze è poco generosa per noi. Ci sono teatri validi ma si occupano soprattutto di importare autori dall’estero.
Non c’è alcuna volontà direttiva di valorizzare le risorse del territorio, che vengono ospitate in spazi più marginali, e nonostante la qualità delle numerose proposte, sono ancora considerati sottobosco. Quando ho ascoltato il direttore del più importante teatro di Barcellona che andava orgoglioso che la sua produzione si concentrasse per l’80% sugli autori locali mi veniva da piangere. Ma diciamolo chiaro, l’artista non si ferma, ha un amore smisurato per la sua ricerca e aspetta solo di innamorarsi del nuovo imminente progetto.