Il 31 agosto 2025 un terremoto di magnitudo 6.2 ha colpito l’Afghanistan orientale provocando oltre 1.500 morti e più di 3.000 feriti. Da quel giorno altre scosse si sono registrate nel Paese. Il regime dei Talebani ha chiesto aiuto alle organizzazioni internazionali per fronteggiare l’emergenza ma i soccorsi non sono semplici. Le organizzazioni per i diritti umani hanno raccontato le difficoltà di portare aiuti in aree montuose già difficili da raggiungere e che il sisma ha reso completamente isolate a causa delle frane. A questo si aggiungono le discriminazioni nei confronti delle donne afghane di cui, con l’attenzione sul genocidio a Gaza, si parla sempre meno.

Quattro anni di talebani

Nell’agosto 2021 i Talebani presero Kabul e istaurarono l’Emirato islamico d’Afghanistan. Da allora Haibatullah Akhundzada, il leader supremo, ha istituito un potere sempre più autoritario e discriminatorio verso le donne. Recentemente la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto contro alcuni dei capi talebani per la persecuzione nei confronti delle afghane. Secondo la Corte si tratta di

“atti di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, compresa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”.


Con la presa del potere dei Talebani, molti Stati per non legittimare il regime e per esercitare pressioni politiche non hanno riconosciuto ufficialmente il governo dell’Emirato islamico e hanno bloccato sia gli aiuti che i canali diplomatici. L’Afghanistan è un paese fortemente dipendente dagli finanziamenti esteri: prima del 2021 il bilancio del governo dipendeva per l’80% da fondi dall’estero. Anche gli aiuti umanitari sono calati drasticamente, passando da 3,5 miliardi di euro nel 2022 a soli 706 milioni del 2025.

Cosicché dopo quattro anni senza i fondi internazionali, la popolazione afghana sta attraversando una delle maggiori crisi umanitarie e alimentari al mondo. Inoltre, l’Afghanistan negli ultimi anni ha affrontato una serie di terremoti che hanno aggravato una situazione già fragile in ogni settore.

Con il recente terremoto e la richiesta dei talebani di ricevere aiuti, gli Stati hanno deciso di fornire assistenza alla popolazione afghana. L’Italia, ad esempio, ha predisposto un pacchetto di aiuti di 13 milioni. Le Nazioni Unite si sono attivate per mobilitare i soccorsi così come altre organizzazioni umanitarie. Una delle ong molto attive in Afghanistan è Nove Caring Humans, una onlus italiana che opera nel paese dei talebani dal 2023.

La situazione delle donne afghane

All’indomani del terremoto di fine agosto Babu Ram Pant, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale, ha dichiarato: “Nei momenti di emergenza è fondamentale che la protezione dei diritti umani sia posta al centro della risposta. Le autorità di fatto talebane devono adempiere ai propri obblighi in materia di diritti umani e adottare misure che facilitino la fornitura di assistenza umanitaria in modo non discriminatorio ed efficace, in grado di rispondere ai bisogni della popolazione”.


Purtroppo, le donne anche in questa situazione di crisi sono quelle che pagano il prezzo più alto. Per una norma dei Talebani le donne non possono toccare ed essere toccate da uomini che non siano familiari; pertanto, le donne ferite non vengono aiutate dai soccorritori e non ricevono cure mediche. Per essere soccorse devono aspettare che le poche operatrici sanitarie raggiungano i posti più remoti.
Il regime dei Talebani ha approvato molte norme discriminatorie nei confronti delle donne: oltre a non poter né toccare né essere toccate da un uomo che non sia un loro parente stretto, non possono studiare, né lavorare (eccetto rari casi), devono coprirsi integralmente e non possono viaggiare senza un uomo. Secondo Action Aid, le donne afghane costrette a sposarsi in maniera forzata e spesso precoce sono il 60-80%.


Per conoscere la situazione delle donne in Afghanistan il libro Noi, afghane. Voci di donne che resistono ai talebani, scritto dalle giornaliste di Avvenire (Antonella Mariani, Viviana Daloiso e Lucia Capuzzi), racconta oltre quaranta storie di donne che “vivono in prigioni di stoffa”, donne che non possono più lavorare, studiare, uscire e che hanno un solo modo per esistere “scomparire”. A queste storie si aggiungono le voci lucide di donne che condannano l’occidente per aver lasciato l’Afghanistan senza un piano preciso o criticano le sanzioni imposte dagli Stati che, come abbiamo visto, hanno ridotto il paese in ginocchio senza avere effetti sul regime talebano.

Leggere questi racconti e queste testimonianze è importante perché come scrivono le giornaliste di Avvenire

“l’Afghanistan ci riguarda, dunque: riguarda chiunque creda che l’alleanza e la reciprocità tra femminile e maschile sia la precondizione per la crescita in e dell’umanità”.

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