Ci sono ristoranti in cui nulla sembra lasciato al caso. L’arredamento è studiato nei minimi dettagli, le luci sono soffuse, i tavoli perfettamente apparecchiati. La scelta dei materiali, dei colori, dei piatti, dei bicchieri. Persino il modo in cui viene presentato il menu contribuisce a costruire un’identità precisa. Poi ti siedi. E parte la musica.

Ed è lì che, molto spesso, qualcosa non torna.

Per il mio lavoro di musicista viaggio molto e frequento moltissimi ristoranti, in Italia e all’estero. Da tempo mi capita di osservare una contraddizione che trovo sempre più evidente: locali che investono moltissimo per creare un’esperienza raffinata e riconoscibile sembrano dimenticare completamente uno degli elementi che maggiormente contribuiscono all’atmosfera di un luogo: il suono.

Mi è capitato anche in ristoranti gourmet, con menu degustazione, cucina ricercata e ambienti estremamente eleganti, di trascorrere la serata accompagnato da una musica completamente estranea al contesto. Non necessariamente brutta: semplicemente sbagliata. Musica pop, canzoni molto conosciute, testi e voci che inevitabilmente attirano l’attenzione e finiscono per interferire con una conversazione, con un momento intimo o semplicemente con l’atmosfera che il ristorante ha cercato di costruire attraverso tutto il resto.

Ed è proprio questo il punto: non esiste una musica giusta in assoluto. Esiste una musica coerente con l’esperienza che si vuole creare.

Dall’estetica all’empatia

Negli ultimi anni la ristorazione ha sviluppato una straordinaria attenzione all’estetica. Interior design, illuminazione, mise en place, materiali, colori, profumi, presentazione dei piatti: tutto concorre a raccontare qualcosa.

Ma forse manca ancora un passaggio. Non basta costruire un luogo bello. Bisogna riuscire a entrare in empatia con chi lo vive.

L’esperienza di un cliente non è soltanto ciò che vede o ciò che mangia. È un insieme di percezioni. La luce che incontra entrando, il tono di voce di chi lo accoglie, la distanza tra i tavoli, il profumo dell’ambiente e, naturalmente, ciò che ascolta.

La musica ha una capacità straordinaria di intervenire su tutto questo. Può accompagnare una conversazione senza invaderla, creare intimità, dare calore a un ambiente, suggerire contemporaneità, eleganza, leggerezza. Può diventare un elemento quasi invisibile e, proprio per questo, potentissimo.

Oppure può ottenere l’effetto contrario. Per questo credo che la musica dovrebbe essere considerata parte integrante dell’identità di un ristorante, non un riempitivo da accendere all’inizio del servizio.

Non scegliete una playlist. Create la vostra

Oggi trovare una playlist “soft”, “dinner”, “lounge” o strumentale richiede pochi secondi. Ed è sicuramente meglio di una scelta completamente casuale. Potete iniziare ad ascoltare delle playlist come Water & Wonder oppure Date Night Jazz

Ma credo che un ristorante che abbia davvero un’identità possa fare qualcosa di più.

Il consiglio che darei agli amici ristoratori è molto semplice: costruite la vostra playlist.

Fatelo attraverso la vostra sensibilità, esattamente come scegliete gli ingredienti, i vini, le ceramiche, le luci o gli oggetti che entrano nel vostro locale.

Cercate musica. Ne parlavo ad esempio nel mio articolo “Tre playlist per 24 ore di musica di mezza estate”

Scoprite artisti nuovi. Cercate compositori e musicisti contemporanei la cui sensibilità sentite vicina alla vostra. Provate generi differenti, soprattutto strumentali, ambient, soft lounge o altre sonorità capaci di accompagnare il vostro ambiente senza imporsi su di esso. Immaginate sia la colonna sonora di un vostro film. Se vuoi approfondire ne parlo in questo articolo.

E soprattutto non fermatevi alle playlist preconfezionate che un algoritmo propone a migliaia di locali contemporaneamente.

Perché se avete impiegato anni per rendere riconoscibile la vostra cucina, perché il vostro ristorante dovrebbe suonare esattamente come altri mille?

La playlist come un menu

Forse è proprio questo il paragone che mi piace di più. Uno chef non costruisce un piatto mettendo insieme casualmente ingredienti che trova già preparati. Li cerca, li seleziona, li assaggia, li combina. Alcuni funzionano insieme, altri no. E attraverso quelle scelte costruisce progressivamente una propria identità.

Perché non fare lo stesso con la musica? Una playlist può essere pensata quasi come un menu.

Ci può essere una musica per l’accoglienza, una per accompagnare la cena, una diversa per un dopocena. Può cambiare con le stagioni, con la luce, con il tipo di serata. Può contenere artisti poco conosciuti che, proprio attraverso quella selezione, diventano parte dell’esperienza e del ricordo di quel luogo.

A quel punto la musica smette di essere un semplice sottofondo.

Diventa identità sonora.

E può rappresentare un plus importante per un ristorante, perché contribuisce a creare qualcosa che non si fotografa facilmente e non si mostra in un post sui social, ma che il cliente percepisce. Sarà una parte importante dell’esperienza.

Come suona il vostro ristorante?

Forse questa è una domanda che ogni ristoratore dovrebbe farsi almeno una volta.

Non: “Che musica mettiamo stasera?”

Ma: “Come voglio che suoni il mio ristorante?”

Se avete scelto personalmente il colore delle pareti, la temperatura della luce, il piatto sul quale servire una portata e il vino con cui accompagnarla, forse vale la pena dedicare la stessa attenzione anche a ciò che i vostri clienti ascolteranno per due ore.

Perché un ristorante non è soltanto un luogo nel quale mangiare. È un luogo nel quale trascorriamo del tempo, parliamo, incontriamo qualcuno, festeggiamo, ci innamoriamo, ricordiamo.

E la musica, quando è scelta con sensibilità, può entrare in tutti questi momenti senza bisogno di farsi notare. Proprio come un ingrediente perfettamente dosato.

Forse la prossima grande attenzione della ristorazione non sarà qualcosa da mettere nel piatto. Sarà qualcosa da ascoltare.

Buona Musica!

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