Si chiama Unesbulin ed è un medicinale che riesce efficacemente a influenzare il microambiente tumorale del polmone riducendo la crescita del tumore. La scoperta si deve al gruppo di ricerca internazionale guidato dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Itb), composto anche da studios* degli Stati Uniti e di Singapore. Lo studio è disponibile in open access su Cancer Research Communications, rivista ufficiale della prestigiosa American Association for Cancer Research.

Il team – guidato da Elena Levantini e con Giorgia Maroni come prima autrice dello studio, entrambe ricercatrici del Cnr-Itb,  ha impiegato l’innovativa metodologia della trascrittomica ad alta risoluzione – cioè il sequenziamento mirato a identificare l’insieme di RNA presente in ogni singola cellula – e tecniche di imaging, per dimostrare come l’Unesbulin sia in grado di interrompere le interazioni tra le cellule tumorali e cellule circostanti quali cellule endoteliali, fibroblasti e cellule immunitarie, essenziali per la crescita del tumore.

Tumore al polmone tra le prime cause di morte

Il tumore del polmone è una delle prime cause di morte nei Paesi industrializzati, Italia compresa. In particolare, nel nostro Paese questa neoplasia è la prima causa di morte per tumore negli uomini e la seconda nelle donne, con circa 34.000 morti in un anno. In base ai dati oggi disponibili, raccolti da AIRTUM (Associazione italiana registri tumori), nel corso della vita un uomo su 10 e una donna su 35 possono sviluppare un tumore del polmone, mentre un uomo su 11 e una donna su 45 rischiano di morire a causa della malattia.

Il farmaco Unesbulin, attualmente in fase di sperimentazione clinica negli Stati Uniti, agisce inibendo BMI1, un oncogene coinvolto nei tumori polmonari”, spiega Elena Levantini (Cnr-Itb), ricercatrice che coordina il Laboratorio di oncologia molecolare dell’Istituto, a Pisa. “Il nostro studio si è focalizzato su modelli animali affetti da tumore al polmone portatore di mutazioni del gene EGFR, che si riscontrano in circa il 10-15% dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), il tipo più comune di cancro al polmone. Tali mutazioni rendono le cellule tumorali più sensibili a una classe di farmaci chiamati inibitori della tirosina chinasi (TKI) dell’EGFR, che bloccano l’attività del recettore mutato. Tuttavia, tali i farmaci non funzionano bene in tutti i pazienti, e molti sviluppano resistenza farmacologica nel tempo, necessitando di identificare nuove terapie farmacologiche”.

Abbiamo scoperto che – oltre ad aver ridotto il numero delle cellule tumorali– l’Unesbulin ha avuto un profondo impatto sul microambiente tumorale, fattore chiave per la progressione del tumore e la risposta alla terapia ha, infatti, interrotto la comunicazione tra le cellule tumorali e le cellule dell’ambiente tumorale che supportano la crescita e la sopravvivenza del tumore fornendo ad esso sostanze nutritive”, aggiunge Giorgia Maroni (Cnr-Itb). “Il farmaco ha interferito con la loro funzione e ne ha ridotto la quantità, di conseguenza i tumori trattati con Unesbulin erano più piccoli di quelli non trattati. La riduzione della crescita del tumore è stata evidenziata da esami di risonanza magnetica“.

Nuove strategie terapeutiche

Lo studio apre nuove strade per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il trattamento di una patologia attualmente responsabile della maggior parte delle morti per cancro nel mondo, relativamente al quale le opzioni terapeutiche sono, purtroppo, ancora molto limitate.

In particolare, emergono nuove prospettive per il trattamento di tumore al polmone con mutazioni dell’EGFR, che spesso sviluppano resistenza ai trattamenti attuali: Unesbulin potrebbe potenzialmente superare tale resistenza e migliorarne l’efficacia”, sottolinea Levantini, che da oltre dieci anni è impegnata nel testare Unesbulin nella lotta contro i tumori al polmone. “I prossimi passi, infatti, consisteranno nell’investigare i meccanismi molecolari che provocano tali forme di resistenza alle terapie, e nel testare l’efficacia del trattamento con Unesbulin sull’uomo, non prima di aver eseguito un’attenta validazione dei dati. Ulteriore obiettivo, inoltre, è arrivare a testare il farmaco anche in altri tipi di cancro ai polmoni e in altri tumori solidi”.

La ricerca ha anche messo in luce l’importanza di un approccio combinato allo studio della patologia, che lega tecniche di trascrittomica unicellulare e imaging MRI per studiare la complessità e la dinamica del tumore in risposta al trattamento. 

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