La scuola è diventata in questo periodo un argomento analogo a quello della nazionale di calcio durante i mondiali: improvvisamente ci ritroviamo con sessanta milioni di commissari tecnici, allenatori ed esperti di calcio. Allo stesso modo oggi pare che tutti siano insegnanti, dirigenti scolastici e ministri della pubblica istruzione. La scuola è uno dei pochi argomenti in cui tutti si sentono in diritto di parlare e dire la propria, per il semplice motivo che è un elemento che ci accomuna tutti perché ognuno di noi l’ha frequentata, vissuta, odiata, amata, appartiene alla vita di ognuno di noi che in seguito può rivivere l’esperienza in modo indiretto da genitore, zio, nonno o diretta da insegnante, studente, educatore.

La scuola è grande come il mondo scriveva Gianni Rodari, nell’omonima famosa filastrocca contenuta nel libro degli errori edito da Einaudi nel 1964: di imparare non si finisce mai…

Tutti a parlare di scuola, quindi, di come dovrebbe essere, o di cosa si dovrebbe fare. Ci proviamo anche noi, iniziando questa rubrica a partire dall’etimologia della parola scuola, una parola greca il cui significato è tempo libero. Quando molti studenti scoprono la radice della parola scuola spesso si mettono a ridere e si sentono presi in giro. La scuola per loro è fatica, è dovere, è tempo di costrizione, esattamente il contrario. Chiunque ci legga ha vissuto il periodo scolastico più come tempo forzato che come tempo libero e questo perché la scuola da tanti anni è un diritto acquisito per tutti e un dovere per gli studenti, tanti anni fa invece era un privilegio riservato a pochi. A chi aveva tempo libero.

Proveremo a raccontare la scuola da tanti punti di vista diversi, vorremmo che questa rubrica fosse come un caleidoscopio che ogni volta vi farà vedere e immaginare da prospettive differenti questo mondo che fa parte della vita passata, presente o futura di tutti.

Cominciamo il nostro viaggio da una prospettiva visionaria e utopica come quella che racconta Silvano Agosti nel suo libro Lettere dalla Kirghisia edito da L’Immagine edizioni nel 2004, scrive l’autore: “Oggi ho chiesto di visitare le scuole. Pensavo di entrare, come da noi, in grandi edifici, suddivisi in aule, invece mi hanno portato in una decina di parchi, colmi di bambini e di giovani intenti a giocare. Ogni parco viene denominato Valle della Vita. La Valle della Vita numero uno, numero due, etc. Qui i bambini dai cinque anni in su e i ragazzi fino ai sedici anni, giocano, tutto il giorno, alla presenza di persone adulte disponibili a risolvere qualsiasi problema.
Ogni adulto si prende cura ed è responsabile di venti tra bambini o ragazzi.
È prevista un’interruzione a metà giornata, quando i genitori, finite le tre ore di lavoro al mattino, raggiungono i figli e pranzano con loro, spesso trattenendosi a giocare nel pomeriggio.
L’immagine di questi due o tremila ragazzi, ragazzini e bambini che si divertono inventando ogni sorta di giochi, mi ricorda le evoluzioni misteriose e spettacolari, le danze geometriche degli storni nel cielo di Roma in autunno.
Cosa desiderano il novantanove per cento dei bambini, ragazzi o giovani del mondo?
Desiderano giocare, e infatti qui in Kirghisia semplicemente giocano, qui, dove tutto viene relazionato ai desideri degli essere umani.
«Ma se giocano tutto il giorno quando studiano?» obbietto al mio accompagnatore.
Mi sorride. «Loro non studiano, imparano»”.

E se provassimo a imparare insieme ad immaginare un nuovo modo di fare scuola? E’ arrivato il momento di raccontare un altro tipo di scuola, una scuola a tempo vuoto. E se cominciamo a immaginarla e a raccontarla, possiamo essere capaci anche di costruirla.