Il 2020 era iniziato sotto gli auspici della lotta per la sostenibilità, grazie al risveglio dei giovani di Fridays for Future. Nel 2019 aveva infatti di nuovo preso corpo un grande movimento di massa, con un grande e semplice ideale incarnato dalla sua giovane portabandiera Greta: fare presto ciò che serve perché ai giovani di oggi sia consentito di guardare al futuro con gioia e speranza e non come a un’incombente catastrofe. La parola chiave affermatasi negli ultimi anni per indicare la discontinuità da ricercare rispetto alle insostenibili politiche sociali, economiche e ambientali del ventesimo secolo è stata sostenibilità.
Sostenibilità declinata come capacità di un sistema di evolvere in qualità e quantità senza compromettere nel tempo i beni oggetto della trasformazione. Nel campo delle risorse ad esempio sostenibilità è un termine che si accompagna spesso a rinnovabilità, come nel caso dell’acqua, dove il suo uso è definito sostenibile se l’estrazione di acqua resta minore o uguale alla ricarica naturale data dalle piogge, garantendo dunque la possibilità di protrarne nel tempo l’uso, senza depauperare la risorsa disponibile.

Quando si entra nel mondo delle relazioni umane il termine perde chiarezza, perché la sostenibilità dipende dal punto di vista. Ad esempio, in campo economico possono essere ritenute sostenibili, da alcuni, le trasformazioni che non compromettono il mantenimento del sistema vigente. Ricordo ad esempio con chiarezza alcuni anni fa la formulazione di una tematica nel bando per progetti di ricerca della comunità europea, in cui alla richiesta di innovazioni tecnologiche per l’efficientamento energetico si aggiungeva la specifica che non dovessero comportare riduzioni della crescita economica (leggi del prodotto interno lordo), perché ovviamente ogni risparmio è una spesa in meno che implica una compressione dello sviluppo economico, come inteso nella versione del capitalismo moderno. D’altro canto, è evidente che la sostenibilità (ossia il perpetuarsi) dell’attuale modello di sviluppo economico è invece sostanzialmente insostenibile per tutto ciò (l’ambiente) e tutti coloro (le vittime del neo-neocolonialismo) che vi soccombono. Questi ultimi in genere non richiedono mai politiche sostenibili ma al contrario aspirano a cambiamenti che assumono spesso connotati rivoluzionari, ossia all’opposto della sostenibilità.

Da quando la tematica del cambiamento climatico ha iniziato ad occupare l’agenda mediatica e politica la questione della sostenibilità ha iniziato a cambiare faccia, perché il cambiamento climatico produce impatti non solo su chi già li subiva, ma anche nelle società economicamente più aggressive che dall’attuale sistema economico hanno sempre tratto solo vantaggi.

Poi è arrivato il Covid-sars2 che molto più velocemente del cambiamento climatico ha messo a soqquadro tutto, soprattutto nelle società economicamente più aggressive. A partire da noi. Dai primi giorni dell’incredulità (è accaduto in Cina, non può accadere qui), alla negazione (è solo un’influenza), alla sorpresa (ma davvero siamo chiusi in casa?), all’orgoglio (stiamo facendo una cosa giusta), alla solidarietà (cantiamo dai balconi, doniamo alla Protezione Civile), all’attesa (quando ritorneremo fuori?), alla grande paura (che cosa accadrà, quanto durerà?), alle solite divisioni. Davanti a noi adesso c’è la scelta tra sostenibilità del sistema che ha bisogno di riprendere a produrre al più presto e nei medesimi modi, e la possibilità rivoluzionaria di usare questo momento stra-ordinario per cambiare radicalmente cammino.

Le questioni su cui riflettere sono tante, dall’artefatta contraddizione tra salute ed economia, alla necessità di visioni e soluzioni sistemiche ai problemi ambientali, alla necessità di superare il modello unico neoliberista di relazioni economiche e sociali. Ma prima ancora di entrare nel dibattito è necessario rimettere al centro una parola che appare ormai desueta: Rivoluzione.

Perché solo un animo rivoluzionario può concepire con coraggio un futuro nuovo e sostenere lo sforzo per realizzarlo. E ancor più necessario è dare un senso nuovo alla Rivoluzione. Il maestro buddista Daisaku Ikeda scrive a questo proposito: “esistono vari tipi di rivoluzione: politica, economica, industriale, scientifica, artistica… ma, indipendentemente da cosa viene cambiato, il mondo non sarà mai migliore finché le persone rimarranno egoiste e prive di compassione. In questo senso, la rivoluzione umana è la più importante di tutte le rivoluzioni e allo stesso tempo la più necessaria per l’umanità”.
Oggi è il tempo delle scelte.