Il silenzio, il vetro, il minimalismo ritmato delle musiche di Glass with Silence (mai come in questo caso nomen omen) sono le caratteristiche dichiarate dell’omaggio a Lucinda Childs, che la mia scarsa competenza in tema di danza mi ha fatto amare a distanza di un cinquantennio buono dalla sua generosa e originale fioritura. 

Con la sua compagnia, fondata nel 1973, ha dato vita a più di 50 lavori, collaborando anche con artisti del calibro di Robert Wilson e lo stesso Glass, per “Einstein on the beach”, “Maladie de la Mort” tratto da Marguerite Duras, “Letter to a man” con Mikhail Baryshnikov nel 2015, invitata da commissioni del Guggenheim Museum, Paris Opera Ballet, con numerose e qualificate incursioni nella lirica, anche in qualità di regista, ricevendo numerosi premi e onorificenze, tra le quali il Leone d’oro di Venezia nel 2017 e la nomina a Comandante dell’Ordine delle Arti e delle Lettere francese nel 2004. L’etoile indiscussa della danza postmoderna. A domanda in un’intervista sulla direzione della danza contemporanea rispose: “Pina Bausch ha aperto la strada, la gente spesso negli anni ’60 mi chiedeva “Ma è teatro o è danza, o è cosa?”, mentre adesso la strada è ben aperta, chissà cosa ci aspetta. Non sempre è facile per il pubblico comprendere questo stile, ma chissà”.

L’omaggio a Lucinda Childs

I bravi danzatori del MP3 Dance Project, coordinati da Michele Pogliani, storico elemento della compagnia originaria, restituiscono purezza e rigore ad alcuni dei suoi momenti più brillanti, coadiuvati da installazioni video, Katema, due sue nuove coreografie ispirate ad “Etudes” di Glass, Calico Mingling, Pastime, con l’intenzione di creare un ponte tra memoria e innovazione. 

Un autentico viaggio nel tempo, con incursioni delicate, visionarie, ipnotiche. Un dolce trascorrere in un’idea di postmoderno che è insieme ricordo e invito a proiezioni future di qualità magnetica.

Non è semplice scrivere di omaggi, specie se minimali, ma la sensazione nel caldo e relativamente affollato a benedire l’apertura della stagione del Teatro Vascello di Roma, sensibile e platealmente entusiasta sul finale, resta quella di essere nani sulle spalle di giganti, perché condannati a riscrivere i grandi, abitando un’epoca di decadenza che poco inventa e piuttosto distrugge assai ogni germoglio di creatività. Dunque benvenuta sia ogni riscoperta, ogni meritata devozione, ogni retrospettiva per reimparare originalità, coraggio e sogno.

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