Il 18 luglio è una data particolare. Perché, esattamente 415 anni fa, un uomo fuggiva disperatamente sulla spiaggia di Palo Laziale, poco prima di Porto Ercole. Si trattava di un assassino in fuga ma anche di uno dei più grandi artisti di sempre. Era Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio. La sua arte è un patrimonio di bellezza che tutto il mondo ammira e ha sempre ammirato. 

Ma la carriera dell’artista non si può separare dalla vicenda dell’uomo, e soprattutto dalla sua morte. Come un binomio inscindibile di genialità e abiezione. Per questo la data della sua morte è così significativa, così tragica.

Caravaggio, l’ultimo giorno

Il 18 luglio 1610 Caravaggio vaga come un disperato sul litorale laziale, anelando quel poco di ombra che può ricercare tra i rami dei pini marittimi, nel cuore di un’estate afosa come non mai. È un uomo affannato, angosciato, come se qualcuno lo stesse inseguendo. Eppure sulla spiaggia Caravaggio è da solo. 

Anzi, è stato lui a chiedere di scendere dalla feluca sulla quale si è imbarcato e che è diretta a Porto Ercole. 

A questo punto è necessario tornare indietro nel tempo, ma di poco. Caravaggio è partito da Napoli, dove si trovava per la seconda volta nella sua vita. È arrivato di nuovo a Napoli, fuggendo da Malta.

La prima volta, Caravaggio era arrivato a Napoli, nel 1606, anche in questo caso fuggendo ma da Roma.

Ma proprio ora, nel suo secondo soggiorno nella città campana, il 24 ottobre 1609, l’artista veniva assalito e ferito gravemente di fronte all’osteria del Cerriglio. A Roma giungeva addirittura notizia che Caravaggio fosse morto.

In realtà, Caravaggio è stato ferito e sfregiato in volto dagli sgherri del Cavaliere di Malta.

L’anno prima, infatti, Caravaggio era stato accolto tra i Cavalieri di San Giovanni dell’Ordine di Malta che lo avevano voluto insignire del titolo, riservato ai non nobili, di Cavaliere di Grazia.

Tuttavia, anche a Malta il carattere irrequieto del pittore non aveva trovato pace. Caravaggio era stato coinvolto in una rissa, era stato arrestato ma lui era riuscito comunque a fuggire, in maniera avventurosa, dalla prigione maltese.

Allora, Alof de Wignacourt, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, aveva dato l’ordine di ricercarlo e di inseguirlo. Ovunque, in tutta Italia.

E i suoi uomini finalmente lo avevano raggiunto a Napoli.

Lo avevano raggiunto il 24 ottobre 1609, di fronte all’osteria del Cerriglio.

Ad attenderlo, all’uscita dall’osteria, c’erano stati quattro malviventi che lo circondarono, impedendogli di fuggire. I quattro si avventarono su Caravaggio, lo malmenarono e infine lo sfregiarono in volto. Lo sfregio, un chiaro segno della malavita.

Se il pittore era ancora in vita, però, lo doveva soltanto alla generosità di chi aveva inviato quegli stessi uomini per punire il pittore ribelle ed evaso dalla prigione di Malta. E per dargli un ammonimento chiaro.

Anche qui è necessario fare un altro passo indietro nella nostra storia.

La Decollazione del Battista. Una tela forse profetica

Proprio quando era a Malta, Caravaggio aveva dipinto una tela che poi si rivelò maledettamente profetica. Si trattava della Decollazione del Battista per la Cattedrale di San Giovanni, a La Valletta.

Questa tela rappresenta ancora oggi l’unico dipinto firmato dell’artista, come si legge al bordo del sangue riverso sul terreno, uscito dalla gola del santo. La firma è quella di “f. Michelangelo”, e la “f” sta per “frate”, ovvero il titolo con cui era stato accolto Caravaggio a Malta con lo scopo di ottenere un salvacondotto.

Nella raffigurazione della tela, infatti, il boia sta per tagliare la testa di San Giovanni, appena ucciso o forse agonizzante. L’immagine è truce, come dimostra la reazione della vecchia con le mani sulla testa, per l’orrore. A completare la scena, poi, ci sono i due carcerati che assistono dalle inferriate, una giovane con il bacile e un uomo che indica alla donna dove raccogliere la testa del Santo.

La scena è cupa perché è quella dell’esecuzione di un uomo.

Ma la scena è ancora più cupa, agli occhi di Caravaggio. Perché sul pittore stesso pende dall’anno 1606 un bando capitale, emesso proprio dal papa e dalla città di Roma, dalla quale Caravaggio è fuggito trovando soccorso a Napoli, appunto la prima volta.

Di che cosa era accusato il celebre pittore? A Roma, nel 1606, Caravaggio si era reso colpevole di aver ucciso in uno scontro un suo rivale, di nome Ranuccio Tomassoni.

Da quel momento, il pittore era diventato un assassino in fuga. Per questo, s’era rifugiato prima a Napoli. Poi, in un secondo momento, a Malta. Perché chiunque lo avesse trovato, lo poteva uccidere, tagliandogli la testa e riscuotendo il bando pontificio che appunto pendeva sul suo capo.

In modo simile a quanto accaduto a Giovanni Battista, dipinto a La Valletta nel 1608, il cui corpo è immortalato proprio nell’attimo della decapitazione.

Una spietata esecuzione, proprio come quella da cui Caravaggio sta cercando in tutti i modi di fuggire per sé stesso.

Perdere la testa” era allora diventata la vera ossessione di Caravaggio, nella sua arte e soprattutto nella sua vita.

Caravaggio lo aveva quasi profetizzato già anni addietro, nel 1603, proprio a Roma, quando aveva dipinto Giuditta e Oloferne. O anche quando aveva dipinto Golia o la testa di Medusa.

Tante teste mozzate dipinte, forse, per non dover mai vedere la propria testa decapitata. Chissà.

Nondimeno, Caravaggio è stato un uomo tormentato, in perenne fuga. Un artista maledetto.

Per questo, alla fine, torniamo all’ultimo giorno di Caravaggio.

Il pittore è partito da Napoli nel luglio 1610, dopo l’agguato di cui è stato vittima nel corso del suo secondo soggiorno. A Napoli, però, Caravaggio ha saputo che il papa lo vuole perdonare, per intercessione del cardinale Scipione Borghese. E il bando capitale sta per essere finalmente cancellato.

Ecco, allora, che Caravaggio si imbarca su una feluca, verso le sponde laziali. Come abbiamo raccontato all’inizio della nostra storia.

Tuttavia, in quello che avrebbe dovuto essere il viaggio di ritorno verso Roma, il pittore sale su quella fatidica feluca ma è costretto ad intraprendere un giro più lungo. Deve arrivare a Porto Ercole e non può approdare direttamente vicino a Roma. Con sé, però, Caravaggio ha portato le sue ultime opere, come se queste fossero il suo ultimo, disperato salvacondotto.

E qui si apre il mistero.

Infatti, Caravaggio chiede di scendere a Palo Laziale, abbandonando le sue opere sulla feluca diretta a Porto Ercole.

Perché? Cosa lo spinge a scendere prima dell’arrivo a destinazione?

Sta forse cercando di sfuggire a qualcuno che lo insegue?

L’unica cosa certa è che Caravaggio, una volta sbarcato sulla spiaggia laziale, viene scambiato per un altro, fermato e imprigionato a Palo.

Un’altra volta la prigione.

Ma Caravaggio viene lasciato subito libero, il giorno dopo.

Resta però da solo, sul litorale, in un ambiente malarico.

È un uomo malandato, barcollante, in preda alla febbre.

Caravaggio tenta, in un ultimo ostinato tentativo, di raggiungere Porto Ercole e di recuperare quanto gli appartiene. Le sue ultime opere realizzate. Tutto ciò che di più caro gli resta. Non ha altro né persone o affetti a cui rivolgersi.

Ma non riuscì mai a recuperare le sue amate opere, perché Caravaggio morì prima di arrivare a Porto Ercole, solo e abbandonato da tutti. Pure dai sicari o da coloro che volevano intascare la ricompensa del bando.

Come morì il grande pittore?

Nessuno lo sa con certezza. Forse Caravaggio morì di febbre malarica, stremato in mezzo a quella natura lussureggiante ma anche così inospitale. Oppure svenne e qualcuno lo raccolse e lo portò presso l’ospedale di Santa Maria Ausiliatrice di Porto Ercole, dove però esalò l’ultimo respiro.

Oppure qualcuno ha osato ipotizzare che Caravaggio venne ucciso da uno degli sgherri del Cavaliere di Malta, non ancora del tutto soddisfatto della prima azione punitiva verso il pittore: questa ipotesi è stata formulata perché negli anni successivi il registro penale della Valletta vide cancellato il reato di cui il grande artista s’era macchiato nei suoi anni maltesi.

Oppure Caravaggio morì, perseguitato dalla stessa maledizione e dalla stessa ossessione personale che lo aveva tormentato per tutta la sua vita. Quasi come il suo San Girolamo scrivente raffigurato con un teschio e commissionatogli proprio da quel cardinale Scipione Borghese che aveva fatto accendere nel pittore l’ultima scintilla di salvezza e di redenzione per sé stesso, prefigurandogli il perdono del papa.

Non lo sapremo mai, probabilmente. L’unica cosa certa è che Caravaggio morì povero, a soli 38 anni, il 18 luglio 1610.

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