Vivian Maier nasce a New York il 1° febbraio 1926. È figlia di Charles Maier, statunitense di origini austriache, e di Maria Jaussad, di origini francesi. I genitori si conobbero a New York, dove si sposarono nel 1919, dando alla luce nel 1920 William Charles e, nel 1926, Vivian. Dopo la separazione dei genitori, il figlio fu affidato ai nonni paterni, mentre Vivian rimase con la madre. Insieme si trasferirono a vivere da un’amica, Jeanne Bertrade, fotografa professionista. Fu proprio lei a trasmettere alla giovane Vivian la passione per la fotografia.

New York, NY

La vita di Vivian Maier

Tra i 24 e i 25 anni Vivian ottenne un’eredità dalla vendita di un immobile in Francia. Grazie al denaro ricavato acquistò una Rolleiflex professionale, viaggiò in Nordamerica e trovò poi impiego come bambinaia. Nel 1956 si stabilì definitivamente a Chicago, dove continuò a lavorare come governante. All’epoca aveva trent’anni e si prese cura dei figli della famiglia Gensburg, presso la quale rimase per diciassette anni. In casa aveva a disposizione un bagno privato, che trasformò in una camera oscura. L’acquisto della Rolleiflex le permise di sperimentare intensamente la fotografia, mezzo che utilizzava in ogni momento della giornata per immortalare eventi, situazioni, persone, lavoratori e bambini.

Attraverso il suo sguardo, Vivian ritraeva la società in modo soggettivo e storico. In seguito intraprese un lungo viaggio di sei mesi che la portò a visitare le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia. Una volta cresciuti i figli della famiglia Gensburg, lavorò per altre famiglie, dedicandosi nel frattempo anche alla fotografia a colori, utilizzando in particolare una Leica. Con il passare degli anni dovette affrontare diverse difficoltà economiche e, verso la fine del 2008, fu vittima di un grave incidente, cadendo sul ghiaccio. Vivian Maier morì il 21 aprile 2009, ignara del valore delle sue fotografie e del successo che la sua passione per la fotografia avrebbe avuto negli anni a venire.

New York, NY

Il mito, dopo la morte

Le fotografie di Vivian Maier furono scoperte nel 2007 da John Maloof. All’epoca il giovane stava realizzando una ricerca sulla città di Chicago e disponeva di poco materiale iconografico; per questo motivo acquistò all’asta un box contenente oggetti di varia natura. All’interno trovò una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Maloof avviò una ricerca sull’autrice di quelle immagini e, da quel momento, si aprì un nuovo orizzonte di possibilità e visibilità per il lavoro dell’ormai defunta fotografa. La vita di Vivian Maier e la sua passione per la fotografia rimandano inevitabilmente alle riflessioni di Roland Barthes e a quanto egli ha scritto sul medium fotografico. In particolare emerge il concetto di Spectrum, evidente sia nelle fotografie sia nel percorso artistico della fotografa. Lo scatto analogico possiede una materialità che consente al dispositivo fotografico di catturare un momento specifico e irripetibile della realtà, destinato a sopravvivere alla morte del soggetto ritratto. Di quel soggetto resterà, teoricamente per sempre, il suo fantasma. In questo caso, però, non ci troviamo di fronte a un solo fantasma fotografico: nel lavoro di Maier convivono infatti due presenze spettrali che fino a poco tempo fa erano sconosciute alla società, il contenuto dell’immagine e l’operator che l’ha realizzata.

È estremamente affascinante, e al tempo stesso perturbante, poter osservare il lavoro di una persona senza che essa ne sia mai stata consapevole. La visibilità post mortem è una condizione che accomuna molti artisti moderni e contemporanei. Nel caso di Vivian Maier, l’emozione suscitata dall’osservazione dei paesaggi, delle persone e degli oggetti da lei ritratti è amplificata dalla vicinanza storica che lega quelle fotografie alla nostra esperienza. Il tempo che intercorre tra lo scatto e la sua esposizione pubblica genera un accavallarsi di dimensioni storiche, nostalgiche ed emotive.

June 1954. New York, NY

Se il lavoro di Maier è sufficientemente recente da permetterci di sbirciare un mondo in evoluzione e in parte scomparso, questi decenni sono comunque bastati per elaborare ciò che potremmo definire un vero e proprio mito della morte: una circostanza singolare ed estremamente contingente, che prevede la sovraesposizione pubblica di un soggetto ormai defunto. Quando il fantasma viene visto, il soggetto rinasce nelle vesti dell’epoca in cui viene scoperto e mostrato.

Vivian Maier diventa così un’artista perturbante nel duplice senso del termine: la sua morte, al tempo stesso viva e assente, suscita nostalgia ma anche un’emozione profonda, legata alla possibilità di vedere ciò che lei stessa non ha mai visto. Alcuni dei suoi scatti, infatti, non furono sviluppati né stampati durante la sua vita; le fotografie sono nate solo dopo decenni di oblio, impressandosi finalmente sulla carta fotosensibile. Il nostro voyeurismo è dunque duplice: da un lato proviamo piacere nell’osservare frammenti di vita vissuta, dall’altro sperimentiamo un misto di eccitazione e nostalgia nel poter scoprire punti di vista che la fotografa ha creato, ma mai osservato.

A mio parere, questa condizione fantasmatica post mortem caratterizza profondamente la società contemporanea, e il lavoro di Vivian Maier ci offre l’occasione per riflettere sulla vita dopo la morte, una dimensione sempre più distorta e amplificata dai mezzi tecnologici che permeano la nostra esistenza.

March 1954. New York, NY

Vivian Maier, l’estetica della quotidianità

Nonostante Vivian Maier possa essere definita una fotografa amatoriale — o foto-amatrice — poiché non ha mai trasformato la sua passione in un’attività lavorativa o in una pratica propriamente “professionale”, l’osservazione delle sue immagini rivela geometrie, dettagli e visioni che testimoniano uno sguardo colto e consapevole del panorama culturale del suo tempo. Vivian era appassionata di cinema europeo e americano, come dimostrano diversi scatti che ritraggono le entrate di cinematografi dell’epoca, oggi ormai scomparsi. L’estetica cinematografica e la tendenza a cogliere il movimento non emergono soltanto nelle inquadrature fotografiche, ma anche nei filmati da lei realizzati con una cinepresa Super-8.

Attraverso un dispositivo amatoriale, Vivian produsse opere che — come affermò Chris Marker, fotografo, saggista e cineasta — erano capaci di intraprendere un percorso carico di empatia. Nel suo lavoro fotografico Maier possiede uno sguardo da cineasta: riuscì a praticare la street photography creando personaggi o ritraendoli nei momenti più bizzarri, segreti e vulnerabili della loro vita urbana. Un altro aspetto rilevante della sua produzione è rappresentato dagli autoscatti.

Oggi siamo talmente abituati a questa pratica da non soffermarci più sulla sua portata, poiché l’autorappresentazione è diventata una presenza costante e quasi invisibile nel nostro quotidiano. Al contrario, l’autoritratto in Vivian Maier assume un significato ontologico all’interno della sua fotografia. Attraverso il suo volto sappiamo con certezza che lei è l’autrice di quelle immagini: il suo corpo e la sua presenza entrano a far parte della vasta collezione fotografica che la riguarda. L’autoscatto diventa così, per Vivian Maier, una vera e propria firma.

Self-Portrait, 1950ies

Infine, vi invito ad andare a una delle numerose mostre attualmente in corso dedicate all’opera di Vivian Maier, tra cui quella tenuta al Museo del Genio a Roma. È necessario entrare in contatto, in modo sensibile, con il fantasma che il caso ci ha consegnato, per lasciarci attraversare dalla contingenza della vita.

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