Esistono libri capaci di proporre una loro visione del presente, non banale né scontata: un punto di vista su cui si può dissentire o concordare, ma che ha il merito di offrire nuovi spunti di riflessione. Digicrazia di Mauro Calise e Fortunato Musella, edito da Laterza nel 2026, è uno di questi casi. Non si tratta di un manuale di politica digitale, né di un pamphlet allarmista sull’intelligenza artificiale. È piuttosto un tentativo ambizioso di dare un nome – e una struttura concettuale – a qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi senza che abbiamo ancora gli strumenti per pensarlo e capirlo fino in fondo: la trasformazione della democrazia in una forma di governo inedita, in cui il digitale non è più solo uno strumento ma un attore, e in cui il popolo – il soggetto storico della politica moderna – rischia di diventare un residuo.

Il titolo del libro è già una tesi

“Digicrazia” non è infatti la democrazia digitale, non è l’e-democracy, non è la democrazia partecipativa potenziata dalla rete. È qualcosa di diverso: un sistema in cui il codice – quello degli algoritmi, non quello della legge – diventa il principio guida della cosa pubblica. Come scrivono gli autori, «l’ipotesi da cui parte questo libro è che il digitale si stia sostituendo al popolo come attore e cardine della politica». È una formula che ha il pregio della chiarezza e il difetto di essere scomoda. Perché se il digitale prende il posto del popolo, allora la domanda non è più come regolare l’IA, ma chi la governa, e per conto di chi.

Digicrazia è organizzato in tre parti, precedute da un’introduzione che funziona come una dichiarazione d’intenti. Il titolo di questa introduzione – Buchi neri – è un’immagine efficace: l’IA è infatti una general purpose technology, una tecnologia che possiede la capacità di trasformare una civiltà su larga scala. Come i buchi neri, l’IA attrae tutto verso di sé, e proprio come i buchi neri, è difficile da vedere direttamente: se ne possono osservare gli effetti, non la natura profonda.

La prima parte del volume, Macchine pensanti, è dedicata alla dimensione cognitiva della rivoluzione digitale. Il capitolo Bot dixit propone un esperimento originale: gli autori hanno interrogato Gemini, ChatGPT e Claude su cosa sia la digicrazia, e hanno scoperto che le risposte fornite dai tre modelli convergevano verso un «pensiero unico» accattivante, che definiva la democrazia elettronica invece della digicrazia vera e propria. Seguono i capitoli su Microprometei – i grandi modelli linguistici come archivi dello scibile universale –, sulla Corsa all’oro delle Big Tech, e sulle Opinioni elettroniche, in cui si spiega che la personalizzazione della rete diventa il vettore della manipolazione politica e della post-verità.

La seconda parte, Burocrazie invisibili, sposta lo sguardo dall’opinione pubblica all’apparato, cioè all’insieme delle strutture amministrative, organizzative e procedurali attraverso cui il potere pubblico esercita il proprio comando: la burocrazia, gli enti, le agenzie, i processi decisionali, le procedure standardizzate. «La burocrazia è il primo computer», scrivono gli autori, e la digicrazia è il proseguimento della burocrazia con altri mezzi. Ma c’è un paradosso: ciò che appare come razionalizzazione tecnocratica nasconde una cessione di sovranità digitale alle grandi corporation private. Il capitolo Tecnodestra ricostruisce invece la genesi dell’antistatalismo delle Big Tech e la sua saldatura con il partito repubblicano americano. Clonazioni esplora i digital twins come tecnologia di governance; mentre Scatole cinesi introduce il tema che diventerà centrale nelle conclusioni: la Cina.

La terza e ultima parte del libro, Sovranità digitali, affronta infine la dimensione geopolitica. Il capitolo Apolidi virtuali descrive una cittadinanza che si forma e riproduce con regole che poco hanno a che vedere con la politica. Regolazione globale confronta i tre modelli – americano, cinese, europeo – e introduce quello che viene definito l’“effetto Draghi”, ovvero l’iper-regolamentazione europea che frustra gli sforzi innovativi delle imprese dell’Unione. Il capitolo Cyberstati chiude il volume affrontando il tema della cybersicurezza come terreno di sopravvivenza degli Stati. Le conclusioni, intitolate Il principe artificiale, tirano le fila: i partiti sono sconfitti senza onore, la democrazia è in eclissi, e la sfida al sistema americano viene dal modello cinese.

Ed è qui che Digicrazia diventa anche un libro politicamente scomodo. Perché la tesi che emerge con forza dalle sue pagine è che il governo cinese del digitale non si riduca a un controllo autoritario dell’innovazione, ma abbia saputo costruire una sinergia tra Stato, grandi imprese e internauti capace di competere nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Gli autori lo dicono con cautela, ma lo dicono: «Il dato politicamente più interessante è la sinergia tra Stato, grandi imprese e internauti che ha reso possibile questi traguardi». E ancora: «Nel volgere di un decennio il quadro cambia drasticamente, al punto che il dirigismo cinese può essere visto come il nuovo modello di successo». Non si tratta di un’esaltazione acritica del modello cinese, bensì del riconoscimento che la vulgata occidentale – quella che vuole che in Cina ci sia uno Stato che controlla dall’alto le aziende private, soffocandone la creatività – non regge alla prova dei fatti.

I dati che gli autori citano sono difficili da contestare: oltre il 40% dei laureati cinesi ottiene un titolo in ambito STEM; la Cina conta per un terzo degli investimenti mondiali in energia pulita; la sua avanzata nella ricerca scientifica è misurabile non solo nel volume di articoli e brevetti, ma nella presenza dei grandi atenei nei ranking internazionali. E poi c’è il caso simbolo: DeepSeek, l’exploit che ha sconvolto le granitiche certezze dell’oligopolio americano.

La tesi sostenuta dal libro è che i due modelli – quello americano e quello cinese – presentano in realtà molte più somiglianze di quanto emerga dalla pubblicistica di parte. Entrambi condividono un retroterra di ricerca avanzata, una leva imprenditoriale dinamica e una vasta base di utenti. La differenza principale riguarda le forme del controllo politico: negli USA gli apparati di comando si sono concentrati nella cabina presidenziale, con una crescente personalizzazione dei rapporti tra Casa Bianca e proprietari delle Big Tech; in Cina, gli organi di regolazione fanno capo alla macchina del partito-Stato e alla sua classe dirigente, reclutata con criteri di cooptazione meritocratica.

È una distinzione che rovescia la narrazione dominante. Non più democrazia vs autoritarismo, ma due forme di governo del digitale, con la Cina che – paradossalmente – sembra più capace di tenere insieme innovazione e controllo, mentre gli USA scivolano verso una forma di esecutivo assoluto intrecciato agli interessi privati.

C’è però – occorre non dimenticarlo – un terzo attore, ed è l’Europa. E qui il libro si fa amaramente realistico. L’approccio europeo alla regolamentazione digitale – ispirato alla salvaguardia dei diritti individuali, alla privacy, alla trasparenza algoritmica – viene messo a dura prova dall’escalation dell’IA, «così rapida da sembrare per sua stessa natura non controllabile da alcuna autorità pubblica». Il già citato “effetto Draghi” è emblematico di come l’iper-regolamentazione finisca col frustare gli sforzi produttivi e innovativi delle imprese europee. E la conclusione è netta: «L’unica salvaguardia consisterebbe nel disporre di aziende europee con la capacità tecnologiche per competere sullo scacchiere globale».

È una conclusione che non consola. Perché significa che l’Europa, che ha fatto della regolazione la sua bandiera, rischia di restare fuori dal gioco. E significa che la partita per la sovranità digitale si gioca altrove, tra Washington e Pechino, con l’Europa spettatrice, o – peggio – cliente.

Digicrazia è un libro che non offre soluzioni, ma piuttosto una diagnosi, e la offre con la lucidità di chi non si accontenta delle vulgate. Il suo merito è di aver messo a fuoco un problema politico: chi governa la rivoluzione artificiale, e con quali forme di legittimazione. La risposta che emerge dalle sue pagine è che il popolo – il soggetto della democrazia – è sempre meno al centro, e che i due modelli che si contendono il futuro hanno più cose in comune di quanto vorremmo ammettere. È un libro che non offre risposte facili, e che per questo vale la pena leggere.

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