Arte Nomadica a Ferentino
Dal 2 al 6 settembre 2026, a Ferentino, la VI edizione del "Festival dell'Arte nomadica". Conversazione con il direttore artistico Danilo Paris.

Dal 2 al 6 settembre 2026, a Ferentino, la VI edizione del "Festival dell'Arte nomadica". Conversazione con il direttore artistico Danilo Paris.

Tra le pieghe della lingua e del tempo. Il Festival dell’Arte Nomadica torna a Ferentino dal 2 al 6 settembre con la sua sesta edizione, costruita attorno al tema del presente e a una programmazione che intreccia poesia, arti visive, teatro, musica, cinema e ricerca contemporanea.
Un festival diffuso, che attraversa luoghi storici e paesaggi del territorio e che vede protagonisti, tra gli altri, poeti come Andrea Inglese, Marco Giovenale, Jonida Prifti e Najwan Darwish, artisti e performer, insieme a realtà come Inverso Poesia, Centro Scritture ed Argo e l’organizzazione di Materia Creativa. Al centro sembra esserci l’idea del nomadismo non soltanto come pratica artistica, ma come possibile risposta esistenziale: muoversi, attraversare, dislocarsi per sottrarsi alla pretesa di una stabilità che può diventare persino un diktat.

Qui di seguito una conversazione con il direttore artistico Danilo Paris.
Danilo, il festival si chiama Arte Nomadica, ma il nomadismo sembra essere qualcosa di più di una semplice modalità di attraversamento dei luoghi: quasi una condizione esistenziale, una ricerca dell’essere apolidi, del non appartenere definitivamente a un luogo, a un’identità, a una forma. In un presente che ci spinge continuamente verso la stabilità, la catalogazione e l’identificazione, cosa significa oggi scegliere il movimento come forma di libertà?
Aby Warburg chiamava Bildwanderung la “migrazione delle forme”. Non solo l’essere umano migra, ma sono le cose stesse, le forme delle cose, che non smettono di attraversare confini e tempi, entrando nel mercato in forma di tappeto arabo e uscendone come arazzo rinascimentale e viceversa. Il Festival dell’arte nomadica nasce proprio con il proposito di creare una specie di Festa delle migranze, una festa in cui lo sguardo estraneo dei viaggianti condiziona per sempre quello dei residenti, al fine di arrivare a un terzo stadio in cui l’uno e l’altro, residente e straniero viaggiante, si trovino a muoversi in uno spazio ormai fluido, privato di appartenenza, una piattaforma di apertura all’Altro come luogo irrinunciabile di dialogo. Ed è proprio come scrive Najwan Darwish nella sua Carta d’Identità, è un movimento di creolizzazione, il presente è proprio questa coesistenza di tempi geograficamente distinti e per questo i tre titoli Äsê, Waŋarr, al-muḍāriʿ, di cui Presente è in realtà un sottotitolo, rendono evidente questa instabilità del tempo attuale, che invece si sposta, anche linguisticamente, verso un imperfetto che non si compie mai del tutto. A muoversi è la memoria stessa: invece di una memoria-conservata, una memoria in atto, che non si fa registrare negli archivi, sempre associati alla parola di potere arcontica, ma che invece si muove, continua a risuonare, senza coincidere con una sola origine. La memoria che si sposta per voce e non si deposita in un fisico oggetto, come nel Waŋarr, consente di tenere viva e instabile, in divenire, una memoria che perde la faccia e si mimetizza con il paesaggio che attraversa.

In questa edizione emerge con forza anche il tema del multilinguismo, della possibilità di incontrare lingue e tradizioni differenti. La poesia, forse più di altre forme, permette di fare esperienza di una lingua anche senza comprenderla pienamente: attraverso il suono, il ritmo, la voce, la materia fonetica del verso. Quanto è importante, oggi, recuperare questa dimensione della poesia come esperienza sensoriale prima ancora che semantica, come possibilità di comprendere qualcosa anche senza necessariamente tradurlo?
E’ importante quanto recuperare altre dimensioni di scrittura, come la scrittura asemica, che si libera dalle funzioni di uso e commercio che la scrittura occidentale contiene in sé dall’atto stesso del suo cominciamento sumero. La poesia è figura dell’esule e dello sconosciuto, proprio perché opera in un territorio di non familiarità, di decostruzione del linguaggio d’uso quotidiano.
In un sistema che mira all’integrità, che non dichiara mai le sue contaminazioni, che cerca in ogni modo di espungere da sé tutte le tracce di alterità, l’ascolto di una xeno-voce poetica non deve far altro che risvegliare quegli altri rimossi che la nostra cultura già contiene come fantasmi che scricchiolano per rompere la falsità di un’unità linguistica che è sempre invischiata di altro dal primo momento in cui essa decide di colonizzare o smerciare produttivamente. Scoprire l’invischiamento che già abita la nostra lingua attraverso le balbuzie, gli inciampi, le non-corrispondenze che la forma sonica e fonetica scopre nella lettura del verso: in questi ammanchi di lingua, che un sussurro o un soffio evidenziano, entra non solo il dialogo con le altre lingue, ma anche con l’altro non-umano, quando la voce si carica di condizionamenti atmosferici, quando è il linguaggio stesso che viene modificato dal riscaldamento globale.
Il Festival attraversa luoghi molto diversi di Ferentino, ma sembra anche voler attraversare le mappe mentali con cui siamo abituati a leggere il presente. C’è l’idea di disfare gli archivi, di mettere in discussione ciò che è stato registrato, ordinato, fissato dal potere. È un modo per cercare un senso nel disordine oppure, al contrario, per disordinare deliberatamente il senso che ci è stato consegnato?
Più che disordinare, si tratta forse di ricercare modalità di azione e fiducia nel reale che riescano a sottrarsi al ricatto della prova visiva. Quando ogni cosa sembra diventare falsificabile e ogni prova fisica in ogni caso sembra non avere valore di testimonianza, mi sembra importante poter riuscire a reclamare un diverso tipo di prova, che consiste invece in un atto di ascolto, quindi in un atto di parola, di credenza, qualcosa che non essendo dimostrabile per immagini o suoni, chiede allora uno sforzo diverso di ricostruzione. Non è una dichiarazione di iconoclastia: bisogna più che altro mettere in dubbio l’immagine come tutto e invece dar valore all’immagine come frammento che non può dirci tutto. Per questo, per esempio, è così importante l’ascolto in lingua araba, per esempio, degli autori palestinesi che abbiamo ospitato nelle edizioni passate: qualcosa di inequivocabile si manifestava in noi ascoltatori sentendo Marwan Makhoul, nel 2024, leggere nella sua lingua Per scrivere una poesia non politica, devo ascoltare gli uccelli, e per sentire gli uccelli bisogna far tacere gli aerei da caccia.
Tu sei, in qualche modo, all’inizio e alla fine di questa carovana: ne curi la direzione, ma allo stesso tempo la metti in movimento e lasci che siano gli artisti, i poeti, i luoghi e gli attraversamenti a produrre qualcosa di imprevedibile. Che cosa significa per te dirigere un festival che nasce proprio dalla necessità di perdere, almeno in parte, una direzione? E alla fine di questi cinque giorni, che cosa speri che rimanga di questo attraversamento?
L’imprevisto è scritto nell’atto di fondazione del festival: nomadizzare per prima cosa la testa, dal centro alle periferie, ramificare orizzontalmente in modo da smarrire il centro stesso in una moltitudine di centri senza più origine. Solo in questo “dispiegamento” in superficie, in estensione e non in profondità, emergono le vie dei canti, cioè una forma che assomiglia più ad un paesaggio, che ad una mente e infatti Zanzotto lo chiamava “biologale”, “una certa qual trascendenza cui puntano una miriade di raggi”.
Perdere la direzione è l’unico modo per restituire la complessità, che fisicamente è proprio quel sistema in cui le variabili intervengono nelle premesse iniziali certe, per condurle verso territori ignoti. E soltanto entrando in queste terre inconnue, possiamo realmente dimenticare le identità fisse e consegnarci a quella variazione continua che ci dispone verso l’Aperto, verso l’altro inconoscibile, verso il nostro amico remoto e sconosciuto.
Potrei dire cosa spero resti dopo questi cinque giorni o dopo questi sei anni: l’ascolto e la relazione con l’altro ignoto, lo sconosciuto, quindi con le idee che da questi provengono, che trasformano spazi marginalizzati in risvegli immaginali, non sono qualcosa di passeggero, sono invece agenti di trasformazione, qualcosa da cui non si torna indietro. Il nomadismo, che sia nell’estrarre attraverso l’arte spazi imprevedibili da spazi conosciuti, o che sia la poesia nel rimontare il linguaggio, disinnescandone il buon senso, assimila una comunità intera a sé stesso, instilla semi di identità frammentate, per farla finita per sempre con quella monolitica e sicura di sé.
