Se un ragazzo con una distrofia facciale parla su un palcoscenico con la sua voce incerta e le parole scandite a fatica, la sua frase acquisisce un’importanza intrinseca: ogni sillaba pronunciata è una piccola impresa e arriva dritta al cuore dell’ascoltatore, la cui attenzione è costantemente sollecitata. Se muove le sue labbra e i suoi occhi, le contrazioni prendono effetti sorprendenti, con il risultato di una mimica che può essere tenerezza o comicità, o entrambe, e la sua estensione espressiva è tale che difficilmente può essere eguagliata da un attore tradizionale.

Se sul palco si muove in una carrozzina elettrica, il suo veicolo diventa un elemento scenico imprevedibile e spettacolare, artefice di effetti speciali. Se un attore muto deve “parlare” con un altro attore, lo farà tramite degli interpreti della lingua dei segni, e mai come allora la parola e la gestualità s’incontrano in un perfetto connubio di espressività. E se gli interpreti a un certo punto si rivelano a loro volta attori, e rovesciano il gioco – per cui la lingua dei segni che padroneggiano si fa l’elemento principale della comunicazione anche per gli spettatori, chiamati a intuire e decifrare il significato, allora comincia un grande gioco collettivo, e l’idea registica espande le capacità di interazione dei nostri sensi.

La disabilità come diversa qualità

Se poi in scena il mattatore è un giovane nano, piccolissimo di statura ma con la capigliatura riccia, la voce sbarazzina e una mobilità velocissima, ogni sua azione scenica è come esaltata e anch’essa cattura l’attenzione del pubblico. Conosciamo tutti il carisma di cui godono molti mongoloidi, ma loro capacità di dare spessore a un personaggio interpretato, uno spessore psicologico naturale, è impressionante. Anche un ragazzo autistico, con la sua verità interiore, può esprimere una spontaneità scenica a cui un attore normodotato arriva solo con fatica. Se poi queste “diverse qualità”, s’incrociano in un gioco comune, il risultato è straordinario, tocca la magia.

Applicato a una storia di Shakespeare, la vicenda di “A piacer vostro”, fatta di viaggio e di travestimenti, di fedeltà e sorprese, un meccanismo teatrale così provocatore e umano al tempo stesso, così inaspettato e divertente, si fa trionfo. Lo stesso programma, di sala, ricco di disegni dai tanti colori di ragazzi diversamente abili e col testo anche in braille, diventa un album d’arte.

Un successo strepitoso per “As you like it”

È il successo strepitoso, lo scrivo senza enfasi perché tale è l’esito, di As You Like It andato in scena a Seul per la regia di una coraggiosa regista, Park Ji-hye, a capo di un compagnia di attori diversamente abili. E così, la sala del Teatro Nazionale Coreano è zeppa di giovani, che dall’inizio alla fine si sbellicano dalle risate a vedere le facce da spasmi muscolari, le incerte acrobazie, le trovate per interpretare dei personaggi classici prendendoli per un verso assai diverso dalla canonica recitazione classica.

Shakespeare, come ogni volta che viene affrontato anche con spregiudicatezza, si rivela inesauribile, sempre “nostro contemporaneo”, e le sue trame, i suoi personaggi si esaltano a ogni epoca e a ogni stile. Qui a un teatro di impostazione orientale, come ricorda la scena (legno, elementi essenziali, configurazione dello spazio), ma anche, e funziona perfettamente, come linguaggio terapeutico per trasformare la disabilità in una ricchezza di vitalità gioiosa ed espressività, ma anche di comunicazione del mondo della disabilità, ribaltando stereotipi e rivestendolo di un irresistibile appeal, perché mai come prima uno spettatore è entrato in un rapporto di complicità e di seduzione con una persona disabile. Insomma, tanto di cappello, e applausi scroscianti, compresi gli applausi finali che il pubblico tributa collettivamente anche agitando le mani in silenzio nella lingua dei segni.

È il congedo finale così singolare – buffo e struggente – , per uno spettacolo destinato a lunghe repliche e che non solo volentieri vedremmo in tournée in Europa, ma dovrebbe far scuola aprendo una strada che anche nei nostri teatri è già tracciata da numerose esperienze – i quasi trent’anni dei livornesi del Mayor Von Frinzius, o l’Autobahn Teatro di Arezzo –

“As You Like It” di Park Ji-hye e dei suoi attori dimostra che ci sia tutto quello che serve per uscire da circuiti paralleli ed entrare nei grandi teatri di tradizione, sparigliando ogni aspettativa, in una sorta di apoteosi di quei “difetti” e “limiti” che l’arte sa trasformare in grande bellezza.

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