Ci sono canzoni che non spiegano la sofferenza. La attraversano.
Everybody Hurts non offre soluzioni né interpretazioni: resta lì, accanto a chi attraversa un momento in cui tutto sembra più pesante del resto del mondo. È una forma di presenza, più che di narrazione. E forse è proprio da qui che vale la pena iniziare.
Perché ci sono episodi di cronaca che non si chiudono quando finiscono i titoli dei giornali. Restano sospesi, non tanto per ciò che è accaduto, ma per ciò che lasciano implicito: il modo in cui una società riconosce, gestisce e interpreta la fragilità mentale.

“When your day is longAnd the night, the night is yours alone…”

Nel caso di Belén Rodríguez, la cronaca ha raccontato di urla udite dai vicini, dell’intervento dei soccorsi, di uno stato di agitazione e confusione, di un ricovero breve per accertamenti e di dimissioni rapide. Parallelamente, alcune testate hanno riferito di verifiche in corso su due piccoli incidenti stradali avvenuti nei giorni precedenti a Milano e che avrebbero coinvolto un SUV a lei riconducibile.

L’episodio ha inevitabilmente richiamato anche dichiarazioni pubbliche rilasciate in passato dalla showgirl, che aveva parlato apertamente di attacchi di panico, depressione e fragilità emotiva.

Un episodio intenso, ma rientrato in poche ore nel perimetro della gestione clinica ordinaria.
Eppure, proprio attorno a questa rapidità si è aperta una domanda che va oltre il singolo fatto di cronaca: perché alcune crisi vengono osservate, contenute e risolte in modo non coercitivo, mentre altre finiscono dentro percorsi molto più rigidi come il trattamento sanitario obbligatorio?

Il punto in cui la medicina incontra il potere

In Italia il TSO non è una risposta automatica alla crisi.
È una misura estrema, regolata da condizioni precise: necessità di cure urgenti, rifiuto delle stesse e impossibilità di alternative praticabili.
Nella teoria il confine è chiaro.
Nella pratica, molto meno.
Perché tra la valutazione clinica e la decisione finale si inseriscono sempre elementi più complessi: la percezione del rischio, il contesto, il linguaggio utilizzato, la collaborazione della persona, la sua storia e, inevitabilmente, il modo in cui viene letta dagli altri.
È qui che nasce una percezione diffusa, difficile da ignorare.
Che chi è famoso venga percepito come qualcuno da proteggere.
Che chi è sconosciuto venga letto più rapidamente come problematico o pericoloso.
Che alcune persone vengano ascoltate di più e altre contenute più facilmente.
Non significa che le regole cambino. Significa chiedersi se, nella realtà, il modo in cui applichiamo quelle regole sia davvero uguale per tutti.

Quando il sistema diventa visibile

Il confronto che riemerge spesso nei dibattiti pubblici porta inevitabilmente a uno dei casi più discussi della storia della psichiatria italiana: Franco Mastrogiovanni, il Maestro Franco Mastrogiovanni.
La sua vicenda è diventata simbolica perché continua a suscitare una domanda semplice e dolorosa: com’è possibile che una misura nata per curare possa trasformarsi in qualcosa di profondamente lesivo della dignità umana?
Nel suo caso, la magistratura ha accertato gravi responsabilità nella gestione del ricovero. Mastrogiovanni fu sottoposto a TSO, contenuto fisicamente per oltre ottanta ore e lasciato legato a un letto fino alla morte. Negli anni successivi sono arrivate condanne che hanno segnato uno spartiacque nel dibattito italiano sulla contenzione e sui diritti dei pazienti.
La sua storia ha mostrato quanto la gestione di un ricovero psichiatrico possa allontanarsi da ciò che la parola “cura” dovrebbe evocare.
Non si tratta di sovrapporre situazioni diverse.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano persone, contesti e condizioni cliniche che non conosciamo.
Ma di riconoscere che esiste una memoria collettiva che continua a influenzare il modo in cui queste misure vengono percepite.

La domanda che resta aperta


Il punto non è stabilire chi avrebbe dovuto ricevere un TSO e chi no.
Il punto è un altro, più scomodo e più universale.
Quanto la fragilità cambia forma a seconda di chi la vive?
A seconda della visibilità.
A seconda della rete di protezione.
A seconda del linguaggio con cui viene raccontata.
Una persona famosa viene descritta come “in difficoltà”.
Una persona sconosciuta può diventare rapidamente “un caso problematico”.
La stessa condizione, letta con due grammatiche diverse.
Per molte persone la domanda che emerge non è cattiva né complottista.
È una domanda politica, sociale e profondamente umana: sarebbe andata allo stesso modo se la protagonista della vicenda non fosse stata una persona famosa, amata e protetta mediaticamente?
Non abbiamo gli elementi per rispondere.
Ma il semplice fatto che questa domanda continui a emergere dovrebbe interrogarci.

Quando la fragilità diventa linguaggio sociale

La salute mentale non è mai soltanto una questione clinica. È anche una questione di interpretazione. Di sguardo.
E lo sguardo, troppo spesso, non è distribuito in modo uniforme.
Non perché esista necessariamente un disegno intenzionale, ma perché le istituzioni sono fatte di persone, e le persone agiscono dentro contesti umani: paura, urgenza, esperienza, responsabilità, pressione esterna.
È in quello spazio intermedio che si gioca gran parte di ciò che chiamiamo gestione della crisi.

Naturalmente i casi di Belén Rodríguez e Franco Mastrogiovanni non sono sovrapponibili.
Non conosciamo le condizioni cliniche reali della prima e sarebbe scorretto trasformare una persona in un processo mediatico.
Ma forse proprio qui si trova il punto centrale.
La domanda non dovrebbe essere: “Perché lei non ha ricevuto un TSO?”.
La domanda più utile è un’altra: come possiamo fare in modo che ogni persona che attraversa una crisi psichica venga trattata con la stessa dignità, le stesse garanzie e lo stesso rispetto? Perché una società matura non dovrebbe desiderare più coercizione.
Dovrebbe pretendere più diritti. Più umanità. Più tutele. Per tutti.

Forse il punto non è stabilire chi avrebbe dovuto ricevere cosa.
Il punto è un altro, più scomodo e più universale:
quanto la fragilità cambia forma a seconda di chi la vive, di come viene raccontata e di quanto è visibile agli occhi degli altri.
Perché la salute mentale non è soltanto una questione clinica.
È anche una questione di sguardo.
E lo sguardo, troppo spesso, non è uguale per tutti.

Per approfondire

L’istituzione negata — Franco Basaglia
Asylums — Erving Goffman
La fabbrica della cura mentale — Piero Cipriano

Dediche

Questo articolo è dedicato a mia figlia, Futura.

Perché il suo nome contiene già una promessa: quella di un mondo capace di guardare la fragilità senza paura, senza stigma e senza umiliazione.

Le illustrazioni che accompagnano questo articolo sono state realizzate da lei.

Ed è dedicato anche a Katiuscia Favero, morta a meno di trent’anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario dopo una vicenda iniziata con il furto di un orologio e terminata in una storia di sofferenza e domande che ancora oggi interrogano le nostre coscienze.

Per Futura, per Katiuscia e per tutte le persone che attraversano una crisi psichica, il desiderio resta lo stesso: che nessuno venga mai ridotto alla sua diagnosi, al suo errore o al momento peggiore della sua vita.

Che la cura resti cura.

E che la dignità resti di tutti.

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