Cortocircuito Napoletano
Mostre Fotografiche a Napoli e il "vuoto" dell’immagine: il 2026 si apre tra mostrismi e occasioni perdute. Il saggio di Silvia Camporesi, "Una foto è una foto è una foto".

Mostre Fotografiche a Napoli e il "vuoto" dell’immagine: il 2026 si apre tra mostrismi e occasioni perdute. Il saggio di Silvia Camporesi, "Una foto è una foto è una foto".

C’è un paradosso che attraversa le strade di Napoli, una città che per sua natura è un set a cielo aperto, un’esplosione continua di stimoli visivi. Mentre a pochi chilometri di distanza, a Salerno, il Tempio di Pomona ospita “WOW!”, una retrospettiva densa e graffiante su Martin Parr, Napoli sembra ripiegarsi su quella che Vincenzo Trione ha definito efficacemente “mostrismo”.

Siamo di fronte a una proliferazione di “mostre-evento” che sono, in realtà, pacchetti estetici preconfezionati: involucri bellissimi, spesso supportati da tecnologie immersive, che però, una volta scartati, rivelano un vuoto pneumatico di contenuti. È il trionfo del “bello” che non disturba, dell’immagine che vuole solo stupirci o venderci un prodotto, proprio come le galline vanitose di fronte alla volpe fotografa nella fiaba di Rodari, citata nelle pagine del recente saggio di Silvia Camporesi, Una foto è una foto è una foto.

La fotografia nella sua storia ha affrontato diverse rivoluzioni. Siamo entrati oggi nell’epoca della pervasività delle immagini fotografiche. Ci sono piú immagini che cose, piú schermi che sguardi. La fotografia non è morta: si è dissolta nei suoi infiniti travestimenti.
Silvia Camporesi
L’inflazione del valore della fotografia è complessa e rischia di aggravarsi causa assenza o presenza negativa di azioni da parte delle istituzioni del sistema arte e cultura.
Attualmente, il Real Albergo dei Poveri ospita “Napoli Explosion” di Mario Amura. Un’opera imponente, certamente, che trasforma i fuochi d’artificio del Capodanno in nebulose pittoriche. Eppure, l’interrogativo resta: qual è il confine tra la documentazione di un rito identitario e la sua spettacolarizzazione fine a se stessa?

Ogni notte di Capodanno, Mario Amura e i suoi amici documentano da anni l’esplosione di fuochi d’artificio di Napoli. Il risultato sono opere in mostra da cui emergono sicuramente l’aspetto ludico della fotografia; ce li possiamo immaginare facilmente questo gruppo di appassionati alle prese con i fuochi di capodanno e con lo spettacolo del Vesuvio visto dall’alto.
La vista che si gode da quel monte è esaltante e conquistarne la vetta è come un’avventura, una vittoria.

Domina tutta la mostra una patina estetica data dai colori e dalla tecnica del mosso.
Tra gli autori ricordati dalla critica basta citarne uno su tutti per cercare di comprendere le perplessità di una fetta di pubblico più smaliziata Pollock.
La frase di Pollock che enfatizza il fatto che la tecnica non è fine a sé stessa ma un mezzo per un fine è: “Il procedimento è solo un mezzo per un fine – creare il dipinto che io voglio. Non significa nulla in se stesso. È solo un modo per creare un risultato”. Pollock, con il suo celebre “dripping“, sosteneva che il metodo (il gesto, il movimento) fosse solo il veicolo per esprimere l’inconscio e raggiungere l’opera d’arte finale, non l’obiettivo principale.
La tecnica di Jackson Pollock, è un mezzo per esprimere l’inconscio e l’automatismo psichico, un modo per far emergere il caos creativo e l’energia interiore tramite il movimento e la spontaneità (action painting).
A Napoli, la buona fotografia dotata di buona tecnica e contenuto fatica a trovare spazi “qualificati e qualificanti”. Mentre la Casa della Fotografia a Villa Pignatelli giace spesso sottoutilizzata o priva di una programmazione che sappia dettare una linea curatoriale di respiro internazionale, ci accontentiamo di mostre che sono “sequenze numeriche” prive di corpo, per usare le parole di Camporesi.
Il paragone con Salerno è impietoso non per mancanza di talenti all’ombra del Vesuvio, ma per la gestione delle sedi. Lo spazio che ospita Martin Parr a Salerno non si limita a esporre scatti; propone una visione. Parr, con la sua ironia tagliente sul consumismo e sul grottesco quotidiano, ci obbliga a uno sguardo critico. Napoli, invece, sembra aver paura del conflitto semantico. Preferisce l’immagine che rassicura, l’installazione che si presta al selfie (come analizzato nel capitolo “Scenografie per un selfie” del libro della Camporesi), piuttosto che la fotografia come “traccia del reale”, come impronta sulla sabbia che ci costringe a interrogarci sul nostro statuto di osservatori.
Il libro di Silvia Camporesi ci ricorda che “dire fotografia, senza far seguire la parola da un aggettivo… equivale a non dire nulla”. Napoli rischia di diventare il luogo della fotografia “generica”, dove la pervasività delle immagini (5,3 miliardi di scatti immessi in rete ogni giorno) annulla la specificità del linguaggio.
Se gli spazi istituzionali non torneranno a essere luoghi di resistenza culturale e di ricerca, il destino della fotografia in città sarà quello di una dissolvenza nei suoi “infiniti travestimenti”. Abbiamo bisogno di meno “mostrismo” e di più “cura”, di meno pacchetti pronti e di più riflessioni feroci sulla complessità del visibile. Altrimenti, resteremo come le galline di Rodari: ben ferme, in posa per uno scatto che, alla fine, ci mangerà in un sol boccone.
