Cristobal Jodorowsky è “tanta roba”, diremmo qui a Roma e non ti molla mai. Da quando l’ho conosciuto a ora, dove lo percepisco nel suo ancora costante giocare, benché ultraterreno, un misto di attrazione misteriosa verso di lui, accompagnata da un’altrettanto forte repulsione, non smettono di accompagnarmi.

Quando parlo di “repulsione” mi vengono in mente quelle misteriose zone dell’anima che appaiono rimbalzarsi lontano, anche con violenza, in superficie, ma solo perché si riflettono, anche in risonanze inconfessabili, nel profondo.

Quando l’ho conosciuto era circa sette anni fa, in un seminario a Roma, dove appariva perplesso per ritrovarsi meno iscritti del previsto, poi, quando abbiamo cominciato ad aprirci si è reso conto che i temi di ognuno erano talmente impegnativi e pesanti che ha cominciato allegramente, con quella scherzosa solennità di cui era capace, a rimboccarsi le maniche.

Cristobal Jodorowsky. L’Ego e l’oro

Abbiamo lavorato sullo scarafaggio di Kafka, tema a lui profondamente caro, che rifletteva sinteticamente i temi delle ferite d’amore e dell’inadeguatezza a esistere che, indistintamente, ci squassavano. E, in questa ultima accurata pubblicazione di Spazio Interiore, dal titolo “L’ego e l’oro”, un’autobiografia che compendia il precedente scritto “Il collare della tigre”, ritrovo con una commozione che strazia e scuote, sincera e arresa, un’ulteriore rivisitazione del suo percorso inesausto di trasmutazione alchemica, che affonda lo sguardo nell’origine del male, narrando le innumerevoli strategie compensative volte ad affrontarlo, dove la rimozione, la sublimazione e la ricerca si danno la mano.

Così il bambino Cristobal, affranto da umiliazioni psicologiche e punizioni corporali, a detta del padre volte a elevarlo, diventa “El caco”: un ladruncolo, cleptomane per disperato anelito alla riconquista di quella pienezza interiore che sente sottratta da genitori capaci di chiuderlo per lunghi periodi in una stanza vuota per renderlo un “genio alieno illuminato”, che man mano si cimenta con svariati oggetti creativi, ma nell’assenza di tutto ciò che veramente conta:  l’amore di mamma e papà.

Cristobal ci confessa con cruda schiettezza di frustate che creano in lui la terribile assimilazione tra umiliazione fisica ed essere visto e amato, costringendolo a creare nella sofferenza quella che definisce la sua “potente dipendenza dal dolore”, nutrita di autolesionismo, trasmutata in orgoglio feroce per le cicatrici, che impara presto a ostentare come medaglie al merito, insegnandogli che “…quando i bambini subiscono ferite emotive profonde o abusi, la ferita va esplorata, riconosciuta e digerita in profondità, per essere guarita” con la delicatezza necessaria, perché quella strategia ha costituito il codice di sopravvivenza che utilizza il cervello rettiliano per difendersi. 

Il bambino vampiro

Crea dolore – forse benefico come il sale su un taglio – anche ascoltare questo ex bimbo vampiro – così si mascherava, anche in senso letterale – che agisce per lungo tempo nella vita senza rispetto o compassione, mettendosi sempre davanti agli altri, a causa di una profonda carenza emotiva, causata da genitori che utilizzano l’arte come giustificazione a tutto. Ma questo è l’humus da cui scaturisce anche la sua riconosciuta “sindrome del guaritore” che sa riconoscere con disarmante sincerità, come conseguenza di tutti i suoi prolungati isolamenti punitivi, ma che comunque riesce a rendere risorsa, per sé e per gli altri, aiutandoli a sciogliersi in quello stesso  “seno paterno”, come è accaduto a lui con Alejandro, in una delle innumerevoli tappe del loro infinito gioco di disconoscimento e riconoscimento, nel corso di una notte trascendentale, appartenente alla sua stessa infanzia. Perché, al dunque, ci spiega attraverso la sua stessa carne, possiamo evolverci solo a partire da ciò che esiste, senza negarne nemmeno gli abissi più scomodi. 

L’ambivalenza costante e la capacità di cavalcarla è una delle possibili chiavi di lettura di questa confessione, che ammalia e stordisce insieme, nel fil rouge di un vorticoso processo di spiritualizzazione alchemica e trasformazione multidimensionale, così denso che rischi di affogarci dentro, per poi ritrovare la scialuppa imprevedibile, la luce in fondo al tunnel, che aiuta a riconoscere quanto la tua nevrosi possa rivelarsi, nella sostanza ribaltata e rivolta a tuo favore, come passaggio ponte verso il reperimento di “qualcosa di più evoluto per stare nella via”. 

I suoi celebri “atti psicomagici”, eredità cospicua di quello stesso padre che lo negava ma insieme gli affidava la sua eredità più originale, erano infatti volti a smantellare, con delicatezza, con violenza, con compassione e teatralità, proprio quelle placente neuronali che ci difendono dal dolore eccessivo, finanche dalla follia e che, dunque, costituiscono il fango dal quale il loto può finalmente splendere. Perché, anche per Cristobal, l’insegnamento di abbracciare il proprio dolore con autenticità, senza più maschere, nasce da un padre che violenta e insieme insegna la via del bodhisattva, tra zen, koan, meditazioni di ogni tipo, fiorisce anche la metafora del Sutra del Loto, dove si mostra come la propria illuminazione possa giovare a sé, ma insieme a tutti gli esseri senzienti. Non è dunque l’artificio, ma lo smascheramento, nell’opera compiuta, che aiuta a connettersi con il divino, per vivere amore e compassione verso se stessi e il mondo in apertura e vulnerabilità, verso la conquista di una vita piena e felice, ciascuna a modo suo, anche in presenza della sofferenza, in gradi diversi inevitabile, come appunto la tradizione buddhista insegna.

Un cammino impervio, scosceso, trafitto da inimmaginabili vessazioni, ma anche di esperienze salvifiche e testimoni soccorrevoli, che, come sa bene chi non si arrende alla stasi o alla disperazione, costellano il viaggio di ogni cercatore autentico. 

C’è Claudio Naranjo, maestro amorevole che trasla e compensa il padre carente, portandolo finanche a percepire le stesse ferite che il temuto e venerato padre portava già con sé, da quella genealogia così brillante, ferita e originale. Ci sono Don Julio e l’Ayahuasca, il Satori, il Peyote, Marcel Marceau, Freud, Jung, Grof, Perls, i tarocchi, il carcere, la resa che conduce all’unione degli opposti, mostrando senza pietà la propria atterrita paura di risplendere, l’illuminazione benefica di aver condotto un’intera vita a cercare l’intensità solo per sfuggire alla profondità che un adulto maturato armoniosamente sa identificare anche con dettagli solo apparentemente inutili. 

C’è Sven Doehner, un terapeuta junghiano, discepolo di Hillman, con cui lavora in psicoterapia “normale”, per riconquistarli. Ci sono i grandi del passato che nutrono il flusso di questo bimbo divino, mai  del tutto cresciuto e insieme cresciuto troppo in fretta, sotto l’egida del continuo trauma, che vengono a sostenere Gesù, Hellinger, Assagioli, Hillmann, Anna Freud, Ulisse, Castaneda, Dante e Rumi, psicologia e sacro che lo accompagnano ad apprendere l’arte estrema del perdono assoluto, in primis verso se stessi, a ripassare l’intera Storia del mondo, dei ruoli maschili e femminili, delle loro caratteristiche calcificate pericolosamente, che “el caco” cerca di approfondire, ritrovandone in se stesso le medesime spaccature irrisolte, tragiche, nella speranza e nell’impegno di portare maggiore coscienza, amore, pace al mondo.

Dal magma viscerale e virulento di una madre succube e di un padre genio, manipolatore, incastrato nel meccanismo, comune in realtà a molti, di voler punire il proprio figlio per ciò che ha rimosso dentro sé e insieme premiarlo per quella sensibilità quasi fastidiosa, Cristobal dedica la sua vita al guarire con l’arte, nel desiderio di essere un “artista dell’arte” stessa, ricolmando persone e cose di bellezza e creatività. 

Così acquistano significato e senso tutte le sue morti, rivalità fratricide, separazioni sentimentali, invidie, gelosie, in una continua giostra di disidentificazioni e incorporazioni progressive di Alejandro, dagli insegnamenti del quale innesta la sua personale revisione dello Psicoteatro, della Psicomagia, delle carte, che perfino i legali di suo padre stesso attentano e contestano; nell’elaborazione senza tregua di una vita psichica interamente costruita intorno alla ferita del padre, fino all’incontro che redime: la cerimonia definitiva di trasmissione ereditaria di un sapere esperienziale e sacro -l’ego e l’oro del titolo del libro.

Non ci sono sconti in questa narrazione, ci sono invece tutte le spiegazioni a questa morte prematura e vocazionale insieme, che ha lasciato toccati e stravolti tutti coloro che l’hanno conosciuto: dall’alcolismo confessato senza pudore, al radicato narcisismo, da cui comunque nasce la sua “escuela-non escuela: Metamundo, che ho frequentato anch’io, volta a ricreare esseri sani, capaci di una  sessualità anch’essa sana, frutto dell’essere trafitti dal pieno flusso esistenziale della vita, che sgorga dalla sorgente interiore senza origine. Chissà se lui per primo ci è riuscito…  

L’arte si trasfigura così dal giustificare la propria nevrosi autodistruttiva, tenta di ricucire i margini strappati della disconnessione tra sentire e agire, che vive lui per primo, come tanti dei temi su cui lavora, sulla propria pelle, che cambia spesso, come un serpente sciamanico. Sono gli psichedelici, tanto amputati dalla nostra cultura cartesiana, a dare l’ultimo tocco, ad aiutarlo, accanto al suo terapeuta, ad accettare il fatto di non farcela da solo. 

Qui l’umiltà ribalta il rifiuto originario, la prepotenza, l’eccesso di orgoglio, l’ansia da prestazione che si consuma nell’accettare finalmente -e fare accettare- che forse la nostra famiglia non ci apprezzerà mai come vorremmo e che molte delle nostre aspettative non saranno realizzate. L’esperienza del lutto che svela anche l’apprezzamento di ciò che di più prezioso quel padre lì ha portato, non ultima una capacità contagiosa di allegria. Il contatto con il vuoto lasciato da Valerie, la madre in ombra, la cui assenza si rivela chiave definitiva, testimone indispensabile per smettere di nascondersi nella propria umanità e resistere al cambiamento, scoprendo magari con raccapriccio –ma salvifico- di non essere poi così speciali. L’immenso, mai abbastanza discusso input al perdono giunge come liberazione, invece di puntare alla guarigione miracolosa propone l’indicazione di assumere la cura del dettaglio, avendo come  obiettivo principale non più la fretta, ma il tendere alla complessa completezza umana. E ridere di sé, offrendo aureole e frattaglie al mondo, nel proprio quieto deflagrare.

Come si smette di essere ladri? Potremmo infine domandarci, Cristobal – attraverso la sua vita, la sua Opera, le sue insanate contraddizioni ci risponde a chiusura: in una donazione smisurata.

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