Le leggende popolari hanno a volte il fascino dell’inganno, vale a dire, che ci piacciono così tanto per quella costruzione di immagini, da pensare che da qualche parte sia nascosta la verità.

In Sicilia si narrava che quando i bambini prendevano paura potessero venirgli i vermi: i famosi vermi da spavento. I nonni, custodi di questa sapienza, somministravano ai bimbi in virtù di una caduta più o meno grave o di qualsiasi evento che potesse agitarli, il rimedio pronto, l’antidoto: due cucchiai di Alchermes.

A me questa cosa è sempre piaciuta, perché come sempre la saggezza di chi ha già percorso la vita, sa che la dolcezza non passa solo dalle carezze, ma attraversa il palato rendendo tutto più morbido, anche le ginocchia graffiate. La storia dell’alchermes quindi passa anche da qui, e purtroppo spesso finisce nella zuppa inglese. La realtà però è diversa e merita di essere conosciuta.

Innanzitutto non esiste un’origine certa. Il nome deriva dal termine arabo al-qirmiz che significa proprio verme (vedi i nonni quante ne sanno!) e cremisi che identifica il rosso vivo. Questa sostanza veniva utilizzata anche in altri modi, per esempio per tingere i tessuti. Gli arabi, grandi mercanti, nei loro viaggi di conquista e scambi commerciali la fecero conoscere dove approdavano, anche in Spagna. E da lì, dopo un po’ arrivò in Toscana.

Nella storia degli alcolici il clero ha sempre avuto un’importanza molto rilevante, tant’è che stavolta invece che i monaci, la prima notizia della sua presenza ce la danno le suore dell’Ordine di Santa Maria dei Servi, fondato nel 1233. Era considerato una specialità medicinale e presentato come elisir di lunga vita.

La ricetta di allora, e di oggi, era una vera alchimia di spezie ed erbe, oltre alla polvere colorata. Cannella, coriandolo, macis, chiodi di garofano, cardamomo, vaniglia, il tutto macerato nell’alcool per un periodo abbastanza lungo a creare la tintura. Dopodiché vengono aggiunti zucchero, acqua distillata, scorza d’arancio, acqua di rose e da li passano 6 mesi di affinamento in botti di rovere. Alla fine di tutto ciò viene imbottigliato.

Questo liquore fu al periodo dei Medici la bevanda più apprezzata, oltre che da loro stessi, da scultori e poeti. Ed è qui che l’inganno trova tra serio e faceto la sua forma: papa Leone X e Clemente VII non si alzavano mai da tavola senza averne bevuto un bicchiere. Agli inizi del 1500 anche i frati di Santa Maria Novella e i certosini cominciarono, per non essere da meno, a preparare l’alchermes, ma la vera notorietà gli venne da Caterina de’ Medici, figlia di Lorenzo. Quando nel 1533 sposò Enrico II di Orleans, re di Francia, porto il liquore con sé e in ogni banchetto di corte lo presentava con così tanta importanza da renderlo desiderato in ogni dove.
E per una giusta operazione antesignana di marketing lo aveva chiamato: il liquore dei Medici (Per approfondimenti leggi I Signori di Firenze – Storie segrete dei protagonisti che fecero grande la città del giglio“, di Ippolita Douglas Scotti).
La trascrizione effettiva della composizione si ritrova solo nel 1859, quindi alcuni secoli dopo, da Fra’ Cosimo Bucelli presso l’Officina di Santa Maria Novella , e tuttora si può trovarlo ancora, oltre che lì, presso qualche altro produttore artigianale.

Vero è che gli eventi girano come il mondo, e il suo nome adesso, è legato alla farcitura di dolci e poco altro. Anche la composizione è cambiata, perché la lavorazione è davvero lunga, ma se per caso vi capitasse di assaggiarlo, quello vero, immaginate il giro del mondo, le corti, i banchetti e gli artisti. Ogni sorso un piccolo quadro di quel Rinascimento di cui questo alchermes era, nel suo vetro, uno degli ispiratori.

In foto l’Alkermes Nunquam.