Il grunge non è stato semplicemente un rabbioso movimento di rock duro che ha sconvolto la musica degli anni ’90. In quegli artisti, anti divi ed anti eroi, risiedevano una malinconia e un’oscurità senza pari, purtroppo confermate concretamente dalle tragiche dipartite di quasi tutti i frontman delle band che lo hanno suonato. Fra questi protagonisti uno dei più grandi è stato senza dubbio Chris Cornell, leader dei Soundgarden (oltre che dei Temple of the dog e degli Audioslave) che nel 2011 pubblicò un album (live) intimo e acustico di rara bellezza intitolato Songbook. Raccoglie 16 brani pescati non solo dai migliori dischi delle succitate band, ma anche dalla sua – non fortunatissima, va detto – carriera da solista, in aggiunta ad alcune cover.

La voce ineguagliabile di Cornell è limpida come non mai e le canzoni che propone, private della loro originale anima elettrica e riviste in questa veste così intima e stripped, guadagnano in intensità. Molti dei testi contengono pensieri in libertà sulla vita, sulla morte, sulla sofferenza di vivere e sull’amore, ma è l’inquietudine a regnare sovrana ovunque. La luce raramente riesce ad entrare, perché questo artista non riusciva proprio a nascondere quello che aveva dentro ed è forse per questo che ascoltando tutto di un fiato questo lavoro resta decisamente in bocca un retrogusto dolce amaro.

Regalano emozioni a profusione ad esempio la splendida Scar on the sky (dal suo Carry on del 2007) o la morbida Call me a dog (da Temple of the dog) pizzate all’inizio della scaletta così come quella Ground zero dedicata alla tragedia dell’11 settembre, presentando la quale Chris non lesina offese nei confronti dei responsabili. La cover che preferisco è Thank you dei Led Zeppelin – ballata alla quale ho dedicato un articolo ad hoc su Sound36 – perché a mio avviso porta il brano cantato da Robert Plant ad un livello pazzesco, mentre descrive un sentimento talmente forte e romantico da sembrare quasi irreale.

La versionedi Black hole sun, presa da Superunknown dei Soundgarden (il loro capolavoro nonché maggiore successo commerciale), è letteralmente da brividi e ti stende mentre arriva dritta al cuore. Non a caso il pubblico presente gli dedica il giusto tributo. Dopo l’armonia totale ed utopistica di Imagine di Lennon l’album si chiude con un pezzo inedito in studio The keeper che suona dolce come una ninna nanna. Ma il testo non è tutto rose e fiori, al contrario presenta la sua visione della vita fatta di alti, ma soprattutto di bassi: “I cannot see the light at the end of the tunnel tonight, my eyes are weary”.

Da quando Cornell ci ha lasciati, ammetto di aver ascoltato molto più di frequente questo suo Songbook per immergermi nello splendore della sua malinconia, e il risultato è sempre stato quello di trovare, forse paradossalmente, una grande consolazione.

“…I can tell you that money and success never solve your problems”.

Chris Cornell