Mentre leggevo Diavoli di sabbia della giornalista e scrittrice Elvira Seminara (Einaudi, 2022) mi tornava in mente una mise en abyme tutta letteraria: la protagonista di Resoconto di Rachel Cusk che chiama in causa Cime tempestose, la scena in cui Heathcliff e Cathy spiano attraverso le finestre i Linton in salotto e vedono cose diverse: lui vede ciò che teme e detesta, lei ciò che desidera con ostinazione. Entrambi scansano in qualche modo la realtà, ne creano una nuova che è la somma delle loro visioni.

Accade così anche nei Diavoli di sabbia di Seminara: la verità su una storia può allungarsi e deformarsi sotto al peso di voci e sospetti opposti. La sua forza elastica è quella di una molla che tirata da una parte e dall’altra comincia inesorabilmente a sformarsi.

È inevitabile quando l’io narrante è assente, fatto fuori, eliminato, e rimangono le sole interazioni tra i personaggi, le loro personalissime impressioni messe insieme da un congegno narrativo inedito: un passaparola irresistibile che funziona come un tamponamento a catena, l’urto riguarda tutti. Tutti protagonisti, tutti contemporaneamente innocenti e responsabili.

Una rete di relazioni (ci sono tutte: gli amanti, le sorelle, i fratelli, le colleghe, la madre e la figlia) che Seminara – precisa, lucidissima – esplora nell’immediatezza della conversazione, nel tempo infinitamente presente che è il tempo dello scambio verbale, il tempo della parola, e quindi il tempo in cui ciascuno di noi esiste solo in ciò che racconta. In questo spazio di visioni intrecciate, la letteratura diventa – come voleva Calvino – inseguimento delle cose, dispositivo antropologico di conoscenza, di disvelamento.

Numerosi sono i personaggi che si raccontano: lo psicanalista nevrotico, la vedova che cerca un accompagnatore, la donna che sogna di uccidere marito, la maniaca dell’ordine. Personaggi in crisi, ossessionati dalle cose guaste, dalle piccole vite che girano in cerchio come certi vortici di sabbia che afferrano e travolgono ogni cosa intorno.

Un coro di voci attorcigliate nel pettegolezzo e nei segreti più nascosti, dove ogni verità altro non è che la trascrizione infedele delle nostre moltitudini, delle nostre inconsistenze.

Funziona come in un gioco di anamorfosi: la stessa immagine può mutare al solo cambio di prospettiva e ogni cosa divenire anche il suo contrario. Così, nel dialogo tra due amanti, il corpo può essere contemporaneamente terra intima e scena della lotta e trasformarsi qualche rigo dopo in una geografia felice da esplorare oppure in una trappola.

Quasi che ogni pagina di questo libro gridasse: via gli assolutismi, via le certezze. Meglio i bocconi, i piccoli pezzi, le micro-narrazioni che ne formano senza sforzi una grande. Meglio le geometrie frattali, i singoli motivi che si ripetono all’infinito su scale sempre più piccole. Meglio le matrioske e le scatole cinesi. Tutte le cose che ne contengono altre e non possono dirsi finite.

In fondo, ai libri, questo si dovrebbe chiedere: di farsi scatole magiche in cui guardare dentro per incontrare da vicino le nostre esistenze esposte al mondo, mentre girano e girano.

Condividi: