E dacci oggi il nostro “Patriarcato Mediterraneo” quotidiano
Patriarcato. Come ha spiegato magistralmente Michela Murgia nel suo "Ave Mary. E la chiesa inventò la donna", la figura femminile è stata letteralmente annientata nella comunicazione.

Patriarcato. Come ha spiegato magistralmente Michela Murgia nel suo "Ave Mary. E la chiesa inventò la donna", la figura femminile è stata letteralmente annientata nella comunicazione.

Nuovi e vecchi termini, così come nuove e vecchie gabbie, sembrano aver monopolizzato il dibattito pubblico contemporaneo sul femminile e sulla libertà dei nostri corpi. Cominciamo con una domanda fondamentale: cos’è davvero il Matriarcato? E per quale motivo, soprattutto oggi, ci appare come un’entità mitologica, così lontana e irreale? Al tempo stesso, da dove spuntano fuori termini come il “Patriarcato Mediterraneo“, che più che un’entità mitologica sembra una creatura partorita da un girone infernale dantesco?

Sopravvivono, soprattutto nel Meridione, alcune società matricentriche.
Ma attenzione Matriarcato e Matricentrico condividono molto poco soprattutto in termini di diritti e gestione del potere: essere il centro dell’organizzazione domestica non significa detenere diritti e potere, significa semplicemente sobbarcarsi il lavoro di cura.
Per secoli il patriarcato ha giustificato il potere degli uomini sulle donne come una forma di “protezione”. Ed oggi il potere crea nuove gabbie riabilitando concetti come quelli del patriarcato Mediterraneo.
Ma non ci stanno offrendo protezione, ci stanno solo vendendo un recinto, spacciandolo per un abbraccio.



Il vero dramma è che viviamo in una società malata, non inclusiva, che concepisce il potere in modo esclusivamente sottrattivo. Oggi si è potenti solo togliendo potere a qualcun altro; si è forti “l’uno contro l’altro armati” e mai, tragicamente mai, tutti insieme.
Questo scontro non è una generica scaramuccia tra uomo e donna, ma una guerra aperta tra due sistemi di pensiero antitetici: quello maschile (verticale e sottrattivo) e quello femminile (inclusivo e orizzontale).
Come ha spiegato magistralmente Michela Murgia nel suo “Ave Mary. E la chiesa inventò la donna”, la figura femminile è stata letteralmente annientata nella comunicazione, resa assente dai mass media se non quando incasellata in ruoli stereotipati. Il corpo della donna diventa così la trincea su cui si misurano queste gerarchie. Ma quella non è protezione: è possesso, dominio, obbedienza imposta. Silenzio, ruoli rigidi, controllo dei corpi e delle scelte sono gli strumenti di un sistema che nega la libertà e la dignità.
Questo articolo non nasce da un astratto dibattito, ma dal sangue versato in Calabria a Ferragosto, con l’uccisione di Ornella Forastefano a Trebisacce.
Di fronte all’ennesimo femminicidio, quattro solo nella settimana di ferragosto, e all’ammissione di colpa persino di una parte della Chiesa sulle responsabilità di secoli di “sopportazione” predicata alle donne, la richiesta di eliminare il termine femminicidio e la riesumazione politica del “patriarcato mediterraneo” appaiono come dei grotteschi insulti.
Come giustamente rilevato da Non una di meno, Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi, i femminicidi sono in aumento ma soprattutto recita io titolo di un’articolo del loro blog “I femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3” e ancora ci si domanda di fronte a “Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”?
La soluzione sta nel femminile e nel concetto di matriarcato.
Alla base della concezione comune del “matriarcato” esiste un profondo errore di interpretazione: non si tratta del rovesciamento del patriarcato (ovvero il dominio delle donne sugli uomini), ma di un sistema fondato sull’uguaglianza, che rifiuta la prevaricazione di un genere sull’altro.
La studiosa Heide Goettner Abendroth, pioniera dei moderni studi sul tema, propone una nuova interpretazione etimologica. La radice greca arché significa sia “dominio” che “inizio”; pertanto, il matriarcato non va inteso come “dominio delle madri”, ma come “iniziare dalle madri”.
Inoltre, l’uso stesso della parola “matriarcato” costituisce una precisa scelta politica: serve a provocare il dibattito, scardinare l’ideologia dominante e recuperare una storiografia “dal basso”, dando voce a culture marginalizzate storicamente ignorate dalla storiografia patriarcale scritta “dall’alto”.
Nonostante si pensi al matriarcato come a un concetto del passato, la Abendroth ha documentato circa un centinaio di società matriarcali ancora esistenti in tutti i continenti (tranne l’Europa), come i Minangkabau in Indonesia, i Moso in Cina e le comunità Yuchiteche in Messico.
Queste società si strutturano su principi comuni analizzabili su tre livelli:
Dal mio canto ho riscontrato la presenza di forme di matriarcato nelle comunità artistiche e negli artisti con cui collaboro se lo intendiamo come un’energia tellurica, una corrente sotterranea che anima reti silenziose e corpi che operano ostinatamente secondo i criteri del femminile.
È presente anche in miei lavori come Il Matriarcato del Fuoco e Donne Luce.
Lo riscontro nell’opera di tante artiste e in grandi nomi internazionali come Shadi Ghadirian, che ho avuto l’onore di intervistare proprio per queste colonne di ReWriters.
Lo ritrovo in comunità artistiche con cui collaboro come quella cubana di Mujer Sociedad, che ha inaugurato proprio l’esposizione collettiva Mat(t)er, un progetto espositivo che si propone di dialogare sulla maternità e sul matriarcato, esplorando queste nozioni come territori liminari di trasmissione, trasformazione e potere.



C’è un’illustrazione che ha catturato la mia attenzione in questi giorni, girando per la rete. La scritta recitava: “Perdón por la intensidad. Solo tengo esta vida y no sé hasta cuándo” (“Scusate per l’intensità. Ho solo questa vita e non so fino a quando”). Questa intensità divorante è l’unico antidoto al potere.
L’indignazione digitale non scardina il sistema; la prassi radicale attraverso i corpi e lo studio sì. Decostruire l’ossessione del Potere per i nostri corpi è un imperativo intellettuale. Dobbiamo studiare, usare bussole imprescindibili come l’antologia Femminismi (Einaudi) – dove pensatrici come Donna Haraway ci ricordano la necessità di andare Oltre la dicotomia – e, soprattutto, dobbiamo agire.
Non chiediamo scusa né permesso e lasciamo fluire liberamente quell’energia femminile e ricordiamoci, con le parole di Michela Murgia, che “da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme”.
Per approfondire vi invito a partecipare agli incontri gratuiti di Caffè Fotografici, ascoltare il podcast omonimo su Spotify e seguire i prossimi appuntamenti con le mie mostre “Donne Luce” in corso a Cuba per Mujer Sociedad e ” Il Matriarcato del fuoco” in Sicilia quest’autunno per il Med Photo Fest 2026.

