Gianni Berengo Gardin: un viaggio attraverso l’eredità di un fotografo
Gianni Berengo Gardin ha trasformato la realtà in racconto e il racconto in denuncia. Lascia una eredità che non è solo un archivio fotografico.

Gianni Berengo Gardin ha trasformato la realtà in racconto e il racconto in denuncia. Lascia una eredità che non è solo un archivio fotografico.

C’è un potere, nelle immagini silenziose di Gianni Berengo Gardin, che trascende la cronaca. È la capacità di fermare il tempo non per congelare un istante, ma per dischiuderne il significato più profondo. Scomparso il 7 agosto 2025 a Genova, a 94 anni, Berengo Gardin lascia un’eredità che non è semplicemente un archivio di fotografie, ma un vero e proprio manuale dello sguardo. Con la sua etica inflessibile e la sua inseparabile Leica, non ha solo documentato l’Italia: ci ha insegnato a vederla, e attraverso di essa, a interrogarci su noi stessi.
“Sono un fotografo-fotografo, non un artista”. Questa distinzione, che Gianni Berengo Gardin ha sempre rivendicato con orgoglio, è la chiave per comprendere la sua intera opera. Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930 ma veneziano d’adozione, per lui la fotografia non era un atto di auto-espressione narcisistica, ma un mestiere, un servizio reso alla verità. Era un “artigiano”, un testimone che sceglieva il bianco e nero non come vezzo stilistico, ma come strumento di onestà intellettuale, per distillare la realtà fino alla sua essenza, senza le distrazioni del colore. Questo rigore lo ha guidato dalle prime pubblicazioni su Il Mondo di Pannunzio fino alle collaborazioni storiche con il Touring Club Italiano, Olivetti e Renzo Piano, costruendo un immenso affresco di oltre 1,5 milioni di negativi.
Lo scatto iconico “Vaporetto, Venice, 1960” è una lezione magistrale. Un mosaico di volti riflessi, sovrapposti, catturati in un unico, denso istante di vita pubblica. Scelta da Henri Cartier-Bresson come una delle fotografie più importanti del secolo, quest’opera trasforma un tragitto ordinario in un’esplorazione metafisica della solitudine e della collettività.
La sua Venezia, lontana dai cliché, è una città viva, percorsa da silenzi e gesti quotidiani, come nella malinconica quiete di “Lido di Venezia, 1959”. Qui, la luce invernale non descrive solo un paesaggio, ma evoca uno stato d’animo, un’intimità senza tempo che appartiene a tutti.
Berengo Gardin cercava la poesia nel reale, convinto che le storie più potenti emergessero da sole, se solo si aveva la pazienza e l’empatia di attenderle.
C’è un momento in cui per alcuni fotografi l’obiettivo smette di essere uno strumento di narrazione del reale, di ricerca del bello e del poetico e diventa un’arma di coscienza.
Per Berengo Gardin, quel momento fu “Morire di classe” (1969). Insieme a Carla Cerati, varcò le soglie dei manicomi italiani, luoghi di oblio e disumanizzazione. Le sue fotografie, crude, rispettose ma inflessibili, mostrarono al paese una verità che nessuno voleva vedere. Non erano immagini-choc, ma ritratti di un’umanità ferita, la cui dignità veniva calpestata. Quel libro-denuncia fu una scossa tellurica che contribuì in modo decisivo al dibattito culturale e politico sfociato nella Legge Basaglia del 1978, che decretò la fine degli ospedali psichiatrici.
Con la stessa coerenza etica, in “La disperata allegria” (1994) raccontò la vita delle comunità Rom a Firenze, entrando nel loro mondo senza pregiudizi, restituendone la complessità e sfidando gli stereotipi con la forza tranquilla del rispetto. Berengo Gardin ci ha mostrato che la fotografia può, e deve, essere uno strumento di giustizia sociale.
Berengo Gardin entrava nelle comunità, guadagnava fiducia, e trasformava l’obiettivo in uno strumento di giustizia sociale.
La sua ostinazione per la pellicola e il rifiuto del digitale “Photoshop andrebbe abolito per legge nel reportage”, diceva erano un manifesto di autenticità.
Le sue collaborazioni con Renzo Piano o il Touring Club Italiano hanno documentato l’Italia in modo sistematico, ma sempre umano.
Le mostre in corso, come Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi a Perugia (fino al 28 settembre 2025) e Le foto commentate a Volterra (fino al 30 settembre 2025), ci invitano a riscoprire il suo lavoro.
Cosa vediamo nelle sue foto? Non solo luoghi o persone, ma un invito a rallentare, a riflettere, a immaginare diversamente.
Rivedere oggi le sue opere non è un esercizio di ammirazione, ma un dialogo necessario.
Gianni Berengo Gardin ci insegna che la fotografia non è solo un’immagine, ma un linguaggio che può narrare, denunciare e ispirare. In un mondo che corre, le sue foto ci chiedono di fermarci, di guardare con attenzione, di porci domande.
La sua vera eredità è un invito a usare lo sguardo come strumento di consapevolezza. Che sia un vaporetto affollato, il volto sofferente in un manicomio o un paesaggio rurale, ogni suo scatto è una lezione silenziosa: guardare il mondo con empatia è il primo, fondamentale passo per immaginarlo diverso. E, forse, per cambiarlo davvero.
La sua eredità è un invito a usare lo sguardo come strumento di consapevolezza, per costruire immaginari più profondi e umani. Che sia un vaporetto veneziano, un manicomio o un paesaggio rurale, ogni scatto di Berengo Gardin è una lezione: vedere il mondo con empatia significa cambiarlo, un’immagine alla volta.
—
Bibliografia e Videografia
Bibliografia selezionata:
– Berengo Gardin, G. (2005). Gianni Berengo Gardin. Roma: Contrasto. ISBN 978-88-89032-59-6.
– Berengo Gardin, G., & Cerati, C. (1969). Morire di classe. Torino: Einaudi.
– Berengo Gardin, G. (1994). La disperata allegria. Vivere da zingari a Firenze. Firenze: Centro Di.
– Berengo Gardin, G. (2015). Reportage in Sardegna 1968-2006. Roma: Contrasto.
– Berengo Gardin, G. (2017). In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana. Roma: Contrasto. ISBN 978-88-6965-707-8.
– Berengo Gardin, G. (2020). In parole povere. Roma: Contrasto. ISBN 978-88-6965-824-2.
Videografia:
– Nei giardini della mente (2022), un film che ripercorre l’esperienza di Berengo Gardin nei manicomi, con focus su Morire di classe.
– FOTOGRAFIA ITALIANA – GIANNI BERENGO GARDIN
Regia di Giampiero D’Angeli. Un film Genere Documentario – Italia, 2009, durata 50 minuti.Director: Giampiero D’Angeli Screenwriter: Alice Maxia Year: 2009 Lenght: 52 minutes Country : Italy Language: Italian; Subtitles:italiano,francais,english, espagnol Production: Luca Molducci, Giart – Visioni d’arte (Bologna, Italy) In collaboration with Cineteca di Bologna
Mostre in corso
– Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia, 23 maggio – 28 settembre 2025.
– Gianni Berengo Gardin. Le foto commentate, Centro Studi Espositivo Santa Maria Maddalena, Volterra, 16 aprile – 30 settembre 2025.
[Link per informazioni]
(https://www.operalaboratori.com/en/mostre/gianni-berengo-gardin-le-foto-commentate/)
(https://fondazionecrvolterra.it/gianni-berengo-gardin-le-foto-commentate-in-mostra-una-selezione-di-scatti-del-famoso-fotografo-commentati-da-personaggi-illustri/)
APPROFONDIMENTI:
– [Wikipedia – Gianni Berengo Gardin](https://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Berengo_Gardin) [](https://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Berengo_Gardin)
– [Leica Oskar Barnack Award](https://www.leica-oskar-barnack-award.com/en/winners/winner-1995-gianni-berengo-gardin.html)
– [The Guardian – Vaporetto, Venice, 1960](https://www.theguardian.com/artanddesign/2014/apr/03/gianni-berengo-gardin-best-photograph-venice-vaporetto)
– [Fondazione FORMA per la Fotografia](https://www.formafoto.it) [](https://www.formafoto.it/larchivio-di-gianni-berengo-gardin/)
– [Contrasto](https://www.contrasto.it) [](https://www.contrasto.it/photographers/documentary/gianni-berengo-gardin/)
– [Archivio Touring Club Italiano](https://www.touringclub.it) [](https://lucies.org/jury/gianni-berengo-gardin/)
– [Contrasto Books – Manicomi](https://www.contrastobooks.com/en/book/manicomi/) [](https://contrastobooks.com/fotonote/2362-gianni-berengo-gardin-.html)
