“È tutta colpa di Basaglia se questi pazzi sono in giro”, “prima della legge Basaglia uno come te lo rinchiudevano”, “riapriamo i manicomi

sono solo alcune delle frasi che si sentono spesso soprattutto in casi di cronaca che vedono coinvolte persone con disturbi mentali (veri o presunti che siano) o anche semplicemente come battuta rispetto ad un atteggiamento ritenuto fuori dal comune. Ma quelle di Basaglia sono davvero colpe? O forse le colpe sono di chi, dopo l’approvazione della legge 180 del 1978, non è ancora riuscito a portare a compimento una riforma culturale prima ancora che amministrativa?

Franco Basaglia, la sua rivoluzione

Andiamo con ordine. Franco Basaglia nasce esattamente cento anni fa, l’11 marzo del 1924, a Venezia. Medico Psichiatra e intellettuale, la sua rivoluzione inizia nel 1961 quando diventa il direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia dove per la prima volta si rende realmente conto delle terribili condizioni di vita a cui sono relegate le persone ricoverate: dalla contenzione all’elettroshock, dalle camicie di forza ai bagni ghiacciati, il tutto condito con un uso massiccio di psicofarmaci.

I trattamenti che oggi ci sembrano vere e proprie torture infatti, all’epoca erano considerati gli unici modi per gestire, non curare, le persone affette da malattia mentale che erano considerate pericolose per sé e per gli altri e dovevano essere tenute non solo separate ma anche nascoste al resto della società. È durante l’esperienza goriziana dunque che Basaglia inizia la sua battaglia per ridare dignità e diritti ai pazienti psichiatrici ricoverati: niente più contenzione fisica o elettroshock e cambiamento radicale del rapporto medico-paziente attraverso maggiore ascolto e parità di diritti e di doveri.

Ma la vera rivoluzione avviene nei confronti della società esterna. I manicomi non sono più posti inaccessibili e nascosti utili solo per ospitare un malato fino alla sua morte senza disturbare nessuno ma diventano luoghi aperti, dove si organizzano momenti di festa e aggregazione e da cui i pazienti possono uscire e i parenti dei ricoverati possono entrare.

Come spesso accade questo primo esperimento non otterrà i risultati sperati perché si scontrerà con un’amministrazione e una società civile ostile a questi cambiamenti, ma gli anni a Gorizia rappresentano senza dubbio un seme che germoglierà presto in altre parti d’Italia.

Verso la legge sulla chiusura dei manicomi

Nel 1971 il dott. Basaglia arriva alla direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste, ed è qui che si compirà la vera rivoluzione che porterà all’approvazione della legge sulla chiusura dei manicomi. Grazie alla lungimiranza del Presidente della Provincia Michele Zanetti che gli lascia carta bianca, Basaglia e i suoi collaboratori porteranno a compimento il progetto di superamento dei manicomi e di un’organizzazione più territoriale dei servizi psichiatrici.

Nel 1977 viene annunciata la chiusura dell’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste e anche grazie al movimento Psichiatria Democratica fondato nel 1973 dallo stesso Basaglia e da alcuni suoi collaboratori, il dibattito sulla chiusura dei manicomi arriva in Parlamento che il 13 maggio del 1978 approva la legge 180, di iniziativa del deputato DC Bruno Orsin ma che prenderà il nome del suo padre ideologico, che ridefinisce la concezione di disturbo mentale e sposta il focus dalla malattia al paziente. 

La legge Basaglia, che diventerà operativa a tutti gli effetti a metà degli anni ’90 con la chiusura degli ultimi ospedali psichiatrici, istituisce i servizi di cura territoriale attraverso reparti specifici all’interno degli ospedali, centri per la salute mentale, centri diurni e centri di supporto alle famiglie.

Ma a cento anni dalla nascita di Franco Basaglia e a quasi 46 dall’approvazione della sua legge, in che condizioni si trova il sistema sanitario relativo alla salute mentale?

Nonostante siano passati così tanti anni e, soprattutto nell’ultimo decennio, i disturbi psichiatrici tornano ciclicamente al centro del dibattito pubblico e politico italiano, la legge 180 è ancora in parte incompiuta e in alcuni casi addirittura ostacolata. Dal lato culturale, nonostante si siano eliminate dai testi normativi alcuni termini particolarmente stigmatizzanti, l’etichetta verso chi soffre di malattie mentali è ancora molto forte e periodicamente si cerca di far passare per vero l’assioma malato mentale uguale pericoloso esattamente come prima dell’arrivo di Basaglia a Gorizia.

Mancano fondi, la legge è ancora incompiuta

Dal lato operativo e organizzativo alcune misure necessarie a sostituire gli ospedali psichiatrici e quindi a facilitare il reinserimento dei malati nella società, risultano ancora assenti o incomplete. Molte regioni, ad esempio, sono sprovviste di personale o strutture adeguale, mancano i fondi che permettano ai servizi territoriali una disponibilità 24/7; molte delle strutture definite riabilitative sono in realtà luoghi di custodia molto più simili a carceri che ad altro…

Il sistema sanitario nazionale non investe sulla salute mentale e questo aumenta anche la difficoltà per malati, operatori e esperti del tema di intervenire sul un cambio radicale del punto di vista: finché i problemi psichici saranno visti come un settore marginale per cui non è necessario spendere dei soldi anche occuparsi della cura dei malati o addirittura rispettarli sarà marginale.  

Tutta colpa di Basaglia

Nel podcast Tutta colpa di Basaglia Ludovica Jona ed Elisa Storace svolgono un viaggio- inchiesta, tra scienza, medicina, politica e sociologia, che unisce la ricostruzione storica del percorso che ha portato alla legge del 1978 e le testimonianze di come, oggi, il disagio mentale è affrontato nella società e nelle strutture sanitarie.

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