Una giacca blu da marinaio che ricorda un po’ quella di Corto Maltese. Avevo dimenticato di avere questa giacca. Mi capita spesso di dimenticare di possedere delle cose, perché forse non credo nel possesso. Noi non possediamo nulla: sono le cose che ci posseggono. Una giacca potrà finire su un banco del mercato della Montagnola, sarà indossata da altre generazioni. Come un quadro attaccato al muro che ti guarda come ha già guardato qualcuno prima di te.

Per questo amo comprare i libri usati, immaginarmi le vite di chi ha letto prima di me quel libro, ne ha sottolineato una riga, appuntato un dubbio, un pensiero, una confessione. Scritto una dedica in antiporta. La giacca blu da marinaio. L’avevo comprata usata a Genova. Mi piaceva pensare che quella giacca fosse di Fabrizio De André e, chissà come, finita in quel bazar, fra vecchi vinili, lampade inglesi e croste impressioniste. Indossai quella giacca per andare a un appuntamento con Gino Paoli. Sono passati ventitré anni: Paoli ne aveva 68 e io 30. Era la prima volta che incontravo Paoli. L’avrei rivisto poi altre volte, ospitandolo a un festival jazz che dirigevo e ancora negli ultimi anni grazie alla frequentazione con Sergio Cammariere e Aldo Mercurio (storico, fraterno manager di Paoli), ma quella prima volta fu la più importante.

Appuntamento in un bar del Salento, dov’era per un concerto. Allora giravo sempre con una telecamerina, come mi aveva insegnato il mio maestro Abbas Kiarostami. Cercavo di rubare sempre qualsiasi istante della vita: un abbraccio fra due persone, un gatto in agguato, un tramonto, una foglia mossa nel vento, una fermata di un tram con le facce di chi scende e chi sale.

Avevo un quaderno dove scrivevo, annotavo, raccontavo ogni incontro. A volte queste giornate diventavano documentari, altre interviste che poi vendevo a qualche quotidiano, altre volte pagine sospese. Una giacca blu da marinaio. È nella sua tasca che ho ritrovato la conversazione con Gino Paoli e, a quasi due mesi dal suo volo, dalla sua transizione a gatto o forse gatta, la dono a Rewriters.

Non è vero che Paoli fosse scontroso: io l’ho trovato solare, il suo sorriso era un abbraccio. E poi dopo quell’incontro, qualche mese dopo, incontrai la donna più importante della mia vita, che mi inviò un primo messaggio citando una sua canzone: «Come si fa a non venderti l’anima, quando sei tu che vorresti comprarmela?». Ma questa è un’altra storia. Quel giorno, in quel bar, davanti a quel bicchiere di non ricordo cosa, ho capito tante cose: ho capito l’arte, il mare, la libertà.

Gino, cos’è la canzone?
«La canzone è un’arte povera che produce certezze. Non è un saggio: nel momento in cui le apri la porta non è più tua e diventa di chi la sente e la vive. La scrivi per te, ma chiunque può usarla: questa è la sua bellezza ed il suo destino. La canzone è un flash emozionale e chiunque può cantarla: può cantarla Mina, un giovane artista o anche tuo figlio. Quello che importa è sentirla dentro. Nel film Non ci resta che piangere di Troisi e Benigni c’è una scena che esprime questo concetto: Troisi, per conquistare una donna, finge di aver scritto Yesterday dei Beatles e Volare di Modugno e in quel momento è credibile perché sembra sua».

Lei è stato forse il primo artista, in tempi non sospetti, a parlare di multietnicità, fratellanza. Cosa pensa della legge sugli immigrati?
«È una lotta di classe in difesa di chi vive nella cittadella, fuori dalle mura. Ci sono gruppi che non hanno niente, vivono di briciole e si vuole tenerli fuori con le armi, usando difese economiche».

Dove non arriva la politica può arrivare l’arte a sensibilizzare la gente sui temi civili e sociali…
«Sì, l’artista può fare domande precise. Non è un retore. Anzi, quelli che si sentono dei guru mi stanno sulle palle. Noi dobbiamo solo evidenziare, fotografare senza esprimere opinioni, ma rendendoci conto di quello che accade e lasciando che ognuno tragga le proprie conseguenze».

Molte canzoni di Fabrizio De André sono entrate nei libri di scuola. Tenco invece è ancora snobbato.
«È strano, ma oggi la cultura è di quelli che sono morti. Certamente i testi di Fabrizio sono più diretti ed immediati, quelli di Luigi, invece, erano più sofisticati. Anche la mia canzone La gatta è in tutti i sussidiari perché appare una canzone divertente, ma in realtà è una canzone triste».

Lei è riuscito a cavare l’anima blues di Zucchero…
«Ho solo cercato di aiutare un amico e tirare fuori quello che era e che aveva dentro. Avevo fatto la stessa cosa con Lucio Dalla, la Vanoni… ma un artista non si crea, una donna non si inventa».

Se dovesse spiegare questo mondo a un bambino che sta per nascere cosa gli direbbe?
«Gli direi: ragazzo questo è un mondo di merda e non ti piacerà. Credo che l’umanesimo sia andato a puttane, c’è solo il profitto, ma gli direi anche di nascere perché è meglio vivere che non esserci».

Lei è un eterno navigante del mare.
«Il mare è la vita: non è etico, ha la capacità di mutarsi, sorprenderti, darti e toglierti. Può stravolgerti. Non ha regole. Agli inizi della mia carriera vivevo a Milano, non riuscivo a dormire perché mi mancava il mare ed andavo all’Idroscalo per sentire l’acqua. Io, genovese, mi sento più vicino ad un algerino o a un catalano che a un milanese. Le città di mare hanno lo stesso destino, lo stesso profumo».

Allora, “Capitano”, si sente un po’ bohémien?
«Bohémien viene da bohème che significa fame. Io per sei anni, agli inizi, ho fatto la fame, quindi mi sento un bohémien. Il bohémien è un artista e l’artista è un uomo che nasce sull’ala dell’aquila».

Quanti amici sono rimasti al bar?
«Pochissimi. Il mondo sta usando i valori. Io non sono etico, anzi sono un esteta, ma ho una formula di vita: faccio agli altri quello che accetterei da loro».

Ci rivedremo?
«Io vado dove mi invitano. Non riesco a dire no agli amici. Questo è il mio numero di casa, venga a trovarmi, mi chiami».

Cosimo Damiano Damato con Gino Paoli

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