Ci sono case che continuiamo ad abitare anche quando non possiamo più entrarci. Per questo articolo, la colonna sonora non poteva che essere “Amara Terra Mia” di Domenico Modugno. Vi invito ad ascoltarla prima di leggere il mio scritto. La Biennale ti costringe sempre a scegliere.

Biennale, scegliere cosa vedere, cosa perderti

Scegliere cosa vedere, cosa perdere, dove fermarti, cosa lasciarti attraversare davvero. Io ci sono stata dalla preapertura di mercoledì fino a domenica alla Biennale di Venezia, trascinando con me giorni pieni di arte, vaporetto, caldo, pioggia improvvisa, calli percorse avanti e indietro e una figlia quindicenne da convincere ogni volta che “manca poco”, anche quando mancava ancora tutto l’Arsenale di Venezia. Non ho visto ogni padiglione. Non sono riuscita a entrare in quelli che poi hanno chiuso per protesta contro la partecipazione di Israele. Nel frattempo dopo le divergenze tra il Ministro Giuli e il Presidente Buttafuoco della Fondazione de La Biennale, anche la giuria si è dimessa.

Si parlava ovunque di “votare il miglior padiglione”, come se davvero chiunque potesse attraversare integralmente la Biennale in pochi giorni, con lucidità e presenza. A me, peraltro, nessuno ha dato alcun foglietto, nessuna scheda, nessun voto popolare da esprimere. Questa fantomatica giuria diffusa, almeno per me, non è mai esistita. Eppure, in mezzo al rumore, una cosa l’ho capita con assoluta chiarezza.

I padiglione India

Il Padiglione India – Geographies of Distance: Remembering Home è stato l’unico luogo in cui ho sentito davvero una qualità alta. Non soltanto estetica. Non soltanto curatoriale. Qualcosa di più raro: una raffinatezza tecnica capace di sposarsi con la poesia.

Padiglione India, “Geographies of Distance: Remembering Home”, sede: Arsenale di Venezia non parla semplicemente della casa. Parla di quel luogo che continuiamo a portarci addosso anche quando non esiste più. La casa, ci dice il curatore Amin Jaffer, non è una struttura stabile. È una condizione emotiva. Una memoria che si ricostruisce incessantemente.

Ed è forse per questo che il padiglione colpisce così profondamente: perché non racconta un’identità nazionale, ma una ferita universale. Le opere sembrano respirare. I fili sospesi di Sumakshi Singh ricostruiscono una casa demolita come farebbe la memoria: lasciando vuoti, tremori, assenze. L’argilla fragile di Alwar Balasubramaniam trattiene la precarietà della terra. Le architetture in cartapesta di Skarma Sonam Tashi parlano di un Ladakh minacciato dalla modernità. I materiali organici di Ranjani Shettar sembrano giardini cresciuti direttamente dal ricordo. E il bambù urbano di Asim Waqif restituisce la violenza silenziosa con cui le città cancellano il passato. Ma mentre attraversavo quelle opere io non pensavo soltanto all’India. Pensavo alla Nakba

Pensavo ai palestinesi che nel 1948 lasciarono le loro case portando con sé le chiavi. Chiavi diventate simbolo di un ritorno mai compiuto e mai dimenticato.

Case rimaste chiuse nella realtà ma spalancate nell’immaginazione, nella nostalgia, nella speranza ostinata. Perché certe case continuano a esistere dentro di noi anche quando il mondo le ha cancellate. Ed è lì che questo padiglione smette di essere semplicemente un progetto artistico e diventa qualcosa di umano, di dolorosamente umano. Perché tutti abbiamo un luogo che continuiamo ad abitare da lontano.

Io ce l’ho nell’hinterland orvietano. Sono figlia di umbri, di quella campagna vicino a Orvieto. E proprio in questi mesi sto facendo una cosa irrazionale: sto restaurando una casa nel comune di Guardea. Una spesa che non potrei permettermi. Una follia che consumerà i miei risparmi. Eppure la sto facendo. Perché a un certo punto della vita capisci che una casa non è soltanto un immobile. È un archivio emotivo. È il luogo dove le generazioni continuano a parlarsi. E la prima cosa che ho rifatto, quasi simbolicamente, sono stati gli infissi. Può sembrare banale, ma non lo è. Perché una casa diventa davvero casa quando smette di essere soltanto un’idea romantica e torna a proteggerti dal vento, dall’umidità, dal freddo. Quando puoi richiudere bene una finestra. Quando puoi sentire che quel luogo ti contiene ancora.

Forse è questo che mi ha commossa del Padiglione India: il fatto che parlasse della memoria senza trasformarla in nostalgia sterile. Non celebrava il passato. Chiedeva invece una responsabilità verso ciò che rischiamo di perdere. E allora questo articolo non vuole essere soltanto un pezzo sulla Biennale. Vorrebbe essere anche un invito. A tornare nei propri paesi dell’anima. A rivedere le case dei nonni. A recuperare i dialetti dimenticati. A salvare una porta, una finestra, un cortile, un ulivo, una stanza che credevamo insignificante e che invece custodiva tutta la nostra identità. Perché il mondo contemporaneo ci spinge continuamente a essere ovunque, ma quasi mai ad appartenere davvero a un luogo. Il Padiglione India, invece, ci ricorda una cosa semplice e potentissima: la casa non è dove siamo. La casa è ciò che continuiamo ad amare anche da lontano.

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