Hilma af Klint e il museo per fantasmi
Mostre, libri e nuove riletture riportano al centro Hilma af Klint, la pittrice svedese che anticipò l’astrazione del Novecento.

Mostre, libri e nuove riletture riportano al centro Hilma af Klint, la pittrice svedese che anticipò l’astrazione del Novecento.

C’è qualcosa di irresistibilmente contemporaneo in Hilma af Klint. Non perché dipingesse “come Instagram prima di Instagram”, come amano dire certi curatori con il cervello impanato nel marketing culturale. Piuttosto perché la sua opera sembra provenire da un’altra timeline: una in cui l’astrazione non nasce nei caffè fumosi frequentati da uomini che teorizzano manifesti, ma durante sedute spiritiche, diagrammi cosmici e conversazioni con entità invisibili.

Per decenni la storia dell’arte ha raccontato una favola molto semplice: prima c’erano gli alberi, i cavalli, i santi, poi arrivava Wassily Kandinsky e improvvisamente il mondo diventava astratto. Poi qualcuno ha aperto gli armadi di Hilma af Klint e la trama si è sfasciata come un vecchio proiettore.

Nata nel 1862, l’artista svedese realizzava già nel 1906 enormi composizioni fatte di spirali, cellule, lettere, geometrie organiche e campiture cromatiche che sembrano arrivate da un futuro remoto. Non erano esercizi formali. Erano mappe. O almeno lei le considerava tali. Mappe dell’invisibile, istruzioni per orientarsi tra materia e spirito, tentativi di tradurre in pittura ciò che le parole non riuscivano a contenere.
I suoi cicli più celebri, le Paintings for the Temple, non erano destinati a una galleria ma a un edificio immaginario, una sorta di cattedrale esoterica mai costruita. Un museo per fantasmi, verrebbe da dire.

La cosa più sorprendente è che Hilma non si percepiva come una rivoluzionaria dell’arte moderna. Si considerava quasi un tramite. Una medium con pennelli e pigmenti. Mentre il Novecento celebrava il genio individuale, lei parlava di messaggi ricevuti, energie superiori, presenze. Un linguaggio che per decenni ha reso difficile la sua collocazione nel canone. Troppo mistica per gli storici dell’arte. Troppo artista per gli occultisti.
Eppure oggi, nel pieno di un’epoca ossessionata da astrologia algoritmica, spiritualità pop, tarocchi deluxe e wellness cosmico, Hilma af Klint appare meno eccentrica di molti influencer.

Non è un caso che il suo successo sia esploso solo negli ultimi anni. La mostra del Solomon R. Guggenheim Museum è diventata una delle più visitate della storia del museo e ha trasformato l’artista in una specie di santa patrona dell’astrazione tardivamente riconosciuta.
E proprio adesso il fenomeno continua a espandersi. Al Grand Palais è in corso una grande esposizione organizzata insieme al Centre Pompidou, dedicata alle monumentali Paintings for the Temple, visitabile fino al 30 agosto 2026. È la prima grande retrospettiva francese sull’artista e sta contribuendo a riscrivere ancora una volta la genealogia ufficiale dell’arte astratta.
Nel frattempo la Hilma af Klint Foundation continua a sostenere nuove mostre e pubblicazioni, mentre musei e editori sembrano incapaci di interrompere la produzione di cataloghi, saggi e reinterpretazioni dedicate alla pittrice che per volontà propria aveva chiesto che i suoi lavori restassero nascosti per vent’anni dopo la morte.

Forse il vero paradosso di Hilma af Klint è questo: ha trascorso la vita convinta che il mondo non fosse pronto per i suoi quadri. E probabilmente aveva ragione. Ci sono voluti quasi cento anni, qualche crisi delle grandi narrazioni moderniste e una discreta quantità di collassi culturali perché quelle spirali iniziassero davvero a parlare. Oggi non sembrano opere del passato. Sembrano reperti archeologici provenienti dal futuro.

