Sono tornato di recente dalla Palestina, in missione per un progetto di empowerment femminile InnovAgroWomed, finanziato nell’ambito del programma ENI CBC MED dall’Unione Europea e rivolto alle donne del Mediterraneo.  

Il progetto InnovAgroWoMed mira a promuovere la partecipazione al lavoro femminile e l’imprenditorialità, facendo leva sul potenziale del settore agroalimentare.

Questo viaggio è stato molto significativo e per molti aspetti illuminante, perché mi ha catapultato in una realtà che, fino a quel momento, avevo letto solo sui giornali e seguito attraverso i media. Pur consapevole e informato della difficile situazione, non mi ero mai reso conto in prima persona, dell’effettiva gravità e del livello di pericolosità che la gente vive nei territori palestinesi, oggi gran parte occupati.

All’inizio degli anni ‘90 nelle colonie in Palestina vivevano circa 100mila persone. Secondo le ultime stime, oggi ci sono più di mezzo milione di israeliani che vive in oltre 200 insediamenti costruiti su terre palestinesi e considerati illegali dalle leggi internazionali, a cui vanno aggiunte le 220mila colonie che vivono negli insediamenti di Gerusalemme est, costituendo una popolazione più che quadruplicata nell’arco degli ultimi 30 anni.

Nel territorio israeliano, dentro ai confini della Linea Verde, la linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni fra i Paesi Arabi confinanti, vivono circa 8,5 milioni di persone.

Gli insediamenti israeliani:
spazi selvaggi dentro mura

Le parole colonia o insediamento, tradotta anche in inglese settlement, non rendono bene l’idea di cosa succede in questi luoghi dove, già solo attraversandoli, ci si può realmente rendere conto della gravissima situazione: decine di piccoli villaggi, con scuole, strade, distretti industriali e persino università pubbliche, che contano fino a migliaia di abitanti, continuano a sorgere come in una sorta di colonizzazione selvaggia.

Le colonie, sia grandi che piccole, hanno dei tratti in comune. Ovunque ci sono restrittive misure di sicurezza come muri di recinzione, fili spinati e cartelli che impediscono l’entrata ai non israeliani, per difendere gli abitanti delle colonie.

L’atteggiamento diffuso dei coloni è di una tendenza alla prevaricazione nei confronti dei palestinesi che vivono nei quartieri e paesi vicini e si manifesta ad esempio nell’interrompere le vie di accesso lungo ampie aree di passaggio o sbarrare le strade.

Quello che colpisce è che quasi ogni colonia definisce il proprio spazio di vita o circondata da un muro o da una recinzione eruv (recinzione cittadina che dovrebbe delimitare una comunità religiosa nell’ebraismo); altre volte la colonia si organizza internamente attraverso il kibbutz (collettività rurali che vivono in cerchie sociali ristrette).

La delimitazione dello spazio di vita è un motivo ricorrente della cultura israeliana che l’agire politico inasprisce, rendendo la percezione della popolazione rigida e persecutoria nei confronti di un esterno vissuto come ostile, pericoloso o semplicemente estraneo. All’interno degli insediamenti si può entrare solo dopo controlli accurati, compiuti dall’esercito o da guardie di sicurezza o, in diversi casi dagli abitanti stessi della colonia, armati spesso di mitra e pistole.

La contraddizione delle colonie israeliane in Palestina

Le colonie israeliane rappresentano così come sono concepite, uno dei principali ostacoli per arrivare ad una pace duratura fra israeliani e palestinesi, perché sono spesso al centro di violenze e tensioni che coinvolgono ciclicamente questo pezzo di mondo.

Anche durante il mio monitoraggio alle attività delle start up femminili finanziate dal progetto, a pochi chilometri dalla città di Hebron, mi è giunta notizia che i coloni israeliani avevano sfondato le porte e saccheggiato alcuni negozi nella città vecchia, che ospita 160.000 musulmani palestinesi e circa 800 coloni israeliani protetti da migliaia di soldati israeliani.

Queste situazioni sono ormai all’ordine del giorno in Palestina e anche se si dibatte da anni sullo smantellamento degli insediamenti, la questione è ritenuta concretamente poco realizzabile, sia perché queste colonie si sono strutturate negli anni tanto da assomigliare a piccole città, sia perché i diversi governi di destra che si sono succeduti negli anni hanno sempre promesso di proteggerle e ampliarle.

Anche il governo attuale, guidato da Benjamin Netanyahu e sostenuto da una maggioranza di estrema destra, ha inserito l’espansione delle colonie in Cisgiordania nel suo programma ufficiale. Da tempo, quindi, il mantenimento delle colonie non ha più a che fare con la pubblica sicurezza, ma con una serie di posizioni politiche e ideologiche della destra nazionalista e religiosa.

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