Sei un uomo o una donna? Stai con un uomo o una donna? Sei eterosessuale? Bisessuale? Omosessuale? Monogama? Monogamo? Bigamo? Poliamorosa? (Continuate da soli con le etichette, che io non sono bravissima). La risposta è una sola: sì, il punto G esiste, e sta nella mente della coppia, quando la coppia rotola tra le lenzuola.

Certo, ci vuole un po’ prima che si formi, è come una gestazione: da embrione a feto a vita autonoma. Ma quando è nato è nato, e da lì è un trampolino su tutto. Facciamo un passo indietro, e partiamo dall’abbiccì, ossia dalla biologia: “Il punto G esiste ed è posto sulla parete vaginale anteriore, circa 2-3 cm all’interno dell’entrata vaginale – spiega Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di ginecologia dell’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano – ma solo il 50% delle donne lo ha. Non ce l’hanno tutte perché è un residuo embrionale della prostata maschile”.

Non so se mi spiego.

Quanta meraviglia nella persona umana, specchio e frammento di un universo che altro non è se non legge della vita, perfetta esattamente così com’è, con le sue incongruenze e varianti. “Come tutti i residui – continua Graziottin – può essere minimo e non dare segno di sé, o essere ben sviluppato tanto da procurare orgasmi molto intensi, accompagnati dall’emissione di una o due gocce di liquido. Se analizzato chimicamente, si rivela identico al secreto prostatico, perché contiene tra l’altro il PSA (antigene prostatico specifico) e può essere visualizzato, anche con l’ecografia trans vaginale”.

Stiamo parlando ancora una volta di quell’essere umano che in tanti si accaniscono a definire – forse angosciati dall’ansia di controllo su tutto ciò che sfugge al nostro piccolo io – tentando grottescamente di aggettivizzarlo, meccanizzarlo, serializzarlo, standardizzarlo, stereotipizzarlo, aggrappandosi all’anatomia che, appunto, purtroppo non è in grado di tranquillizzare alcuno, esattamente come la “natura” che sforna di continuo pinguine lesbiche, chiocciole ermafrodite e coleotteri gay (sono documentati comportamenti omosessuali, transessuali e omogenitoriali in 1500 specie animali). Il fatto è che il nostro essere metà maschi e metà femmine (dal punto di vista dello sviluppo embrionale, la clitoride ha la stessa origine del pene e infatti viene anche chiamata “pene arcaico”), il nostro essere tutto, fluidi e cangianti, ci permette, in una relazione di coppia fortunata e sufficientemente aperta e resiliente, di fare esperienza di un sè integrato, ossia di dare voce a tutte le parti, le tonalità, i momenti, che compongono la nostra identità.

Tra le lenzuola tutto questo ha un significato specifico: posso essere femmina, maschio, predatore, predato, accudente, accudito, adulto, bambino, posso essere materia e forma, carnalizzarmi fino a perdermi nella pura estasi dei sensi e evaporare trovando appagamento nelle astratte posture di anima, mente e spirito. Ma l’acme del piacere, il bliss point, la pienezza nella beatitudine, quel grido ultimo e primo che ci finisce, ci sfinisce e ci rimette al mondo, interi e compiuti, non sta dentro di me. Quel punto G è l’orizzonte della relazione dove improvvisamente compare il raggio verde, il centro dell’immaginario che insieme creiamo mentre si struttura nel tempo il rapporto affettivo, sentimentale e sessuale, il cuore del talamo dove si esplorano e si sperimentano non solo posizioni e pratiche ma anche linguaggi, sogni, codici.

Ecco dunque che invece di impazzire dietro a misurazioni e misuratori, lascerei sul comodino bignami, sex toys, metri, voltometri, dosimetri e sismografi e mi tufferei nel dialogo e nel gioco, la cui miscela, se accompagnata anche da un pizzico di sfida, di allegria e di coraggio, può farci precipitare (come direbbe Alice tra le sue Meraviglie) in luoghi magici e misteriosi di noi stess* che, senza l’altro – che è chiave e passepartout – resterebbero inaccessibili e inconoscibili.

C’è un film che racconta tutto questo, che racconta la genesi del punto G in un incontro, ed è Fur, di Steven Shainberg, con Nicole Kidman. Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma, è uscito nelle sale italiane il 20 ottobre 2006. Il regista, cresciuto tra i ritratti della straordinaria fotografa Diane Arbus per cui andava matto il nonno scrittore, porta in scena la vita dell’artista e, grazie al suo tipico sguardo che guida ed emancipa la figura femminile attraverso pratiche null’affatto consuetudinarie (geniale il personaggio di Maggie Gyllenhaal in “Secretary”), riesce a raccontare una donna, Diane, alle prese con la scoperta della diversità, dell’eccesso e del proibito: prima di diventare il controverso mito della fotografia americana, la Arbus era una casalinga in condizione di subordinazione creativa nei confronti del marito. Ecco, questa narrazione parte da qui, fino ad arrivare, attraverso l’incontro con un nuovo vicino ricoperto di una pelliccia (fur) mostruosa, a quella passione travolgente che frantumerà ogni tabù, smascherandone l’arbitrarietà e liberando il punto G con Lionel, amore che sfida e vince ogni divieto.