Siamo a fine settembre e la temperatura non é più la stessa di quell’esibizionista d’agosto. La sera arriva quel fresco pungente con il quale l’abbraccio di una felpa diventa l’incontro più desiderato che si possa avere. La luce cambia, perché il buio arriva prima, quasi a ricordarti che da qualche parte le stagioni esistono ancora. Però é ancora tutto possibile: intendo godersi una cena in questo terrazzo che si affaccia sugli olivi. Le chiome degli alberi sembrano tanti cantanti di colore con quei capelli anni ’70: folti e impenetrabili.

Non lontano dal tavolo già apparecchiato, un barbecue crea quel punto luce pronto ad attrarre chiunque passi di lì. Bistecca e rosticciana sono in cottura. Tralascio le certezze universitarie del tempo per il quale ogni lato della carne deve essere sul fuoco o sulla forza del fuoco stesso: credo che volendo la gente possa litigare anche per quello. Ma stasera non é così. La consapevolezza che comunque mangeremo e bene, il piacere di tutti gli elementi accordati e il ritrovarsi insieme in un giorno infrasettimanale, ha reso tutto non ordinario. Quasi tutto pronto, manca solo l’ultimo invitato: il vino. Avevo preparato una piccola sorpresa prendendo dalla mia cantina un pezzo da museo con il quale ero pronta a sfidare i palati e il tempo: Chateau Chauvin Saint-Emilion Grand Cru Classé 1998. Lo avevo aperto già dal pomeriggio per provare a rianimarlo dopo questi 22 anni chiuso lì dentro. Il Merlot, il Cabernet Franc e il Cabernet Sauvignon, insieme nell’attesa guardando dal vetro.

Nel frattempo, distratta dal raccontare qualcosa di bello su questa bottiglia, non mi sono accorta che la mia cara amica Ornella, sicuramente il mio guru a proposito di vino, appoggia sul tavolo un’altra bottiglia: Barbaresco Vigna Loreto di Rocca Albino 1998, nebbiolo. Non ci credo! Abbiamo scelto lo stesso anno. Tutti ci guardano, perché sembra quasi impossibile, la stessa annata in una scelta infinita. Quasi da lotteria di Capodanno. Con estrema delicatezza gira il tirebouchon nel tappo, mi guarda e dice: “quanti anni sono che ci conosciamo?”. Ci penso un secondo e scorro come un elenco telefonico gli anni indietro. La guardo e butto lì un paio di eventi: “primo corso allo slow food, Diego che non era ancora nato e le prime degustazioni al Boccadama. Si, sono davvero 22”. Un’emozione incredibile, perché a pensarci bene questi vini rappresentano proprio noi.

Il Nebbiolo con quel colore che molti non apprezzano, ma con quella solidità e capacità di invecchiare così bene che si trasforma in tante sfumature senza mai perdere di corpo. Io, con il mio francese del Bordeaux, pieno di avventure e storie, al quale l’invecchiamento ha donato quella piccola ossidazione che lo rende ancora pronto a raccontare. Perfetti entrambi per la nostra cena, ma sopratutto ancora una volta legati alla vita di ognuno di noi. Ci hanno ascoltato, osservato dalla bottiglia e sicuramente divertiti. Secondo me non vedevano l’ora di raccontarci come con il tempo diventiamo tutti più affascinanti, nonostante gli anni.