La danza, le radici e il rito: intervista a Fiorenza D’Alessandro
Dal 21 Agosto al 18 Ottobre si svolgerà tra Roma e dintorni il festival di danza, coreografia e natura "Dancescreen in the land". Intervista alla direttrice artistica.

Dal 21 Agosto al 18 Ottobre si svolgerà tra Roma e dintorni il festival di danza, coreografia e natura "Dancescreen in the land". Intervista alla direttrice artistica.

Dal 21 Agosto al 18 Ottobre si svolgerà tra Roma e dintorni un Festival davvero molto speciale: danza, coreografia, archeologia, natura, workshop, tutto per Dancescreen in the land, organizzato da Associazione Canova 22. Ne parliamo con la sua direttrice artistica, Fiorenza D’Alessandro.
Il festival si ispira all’immagine dell’albero: Perché?
L’albero è la metafora fondativa del festival: simbolo vivente, ponte tra la terra e il cielo, rappresenta la nostra visione artistica e il dialogo tra natura, corpo e memoria. Radici e rami si traducono in geografie emotive e fisiche, che collegano il paesaggio archeologico e naturale — dal Lago di Bracciano all’Appia Antica — al corpo danzante, in una mappa simbolica e sensoriale. In questa prospettiva, la danza si fa atto di resistenza e cura, un linguaggio capace di rigenerare il legame tra gli esseri umani e il tempo, attraverso l’interazione con l’ambiente e le sue stratificazioni. Il festival intreccia cinema, videoarte e performance, delineando una costellazione di rami che germogliano visioni, domande e nuove forme di relazione.
Ci sono iniziative e workshop specificamente dedicati ai giovani: in che direzione? Crediamo che l’incontro tra formazione di alta qualità ed esperienza diretta con artisti di rilievo internazionale sia essenziale per i giovani danzatori.
In questa edizione il festival offre tre percorsi: un workshop con danzatori della compagnia di Hofesh Shechter, un’occasione unica per confrontarsi con tecniche che superano i limiti del corpo tradizionale; la possibilità per gli allievi dell’Accademia Nazionale di Danza di salire sul palco interpretando coreografie di Nacho Duato e John Neumeier; e la presentazione di creazioni originali di giovani coreografi come Federica Dauri, Marco Munno e il collettivo MP3 Dance Project. A questi si affiancano produzioni video e documentari che indagano la danza contemporanea, oltre a collaborazioni con musicisti emergenti e giovani performer. La sperimentazione avviene anche attraverso le arti visive, in un continuo rimescolamento dei linguaggi.
Molte compagnie si sfidano rappresentando coreografie di grandi come Pina Bausch, Kemp, Wenders, come li rileggono?
For You! Un sogno verso l’Oriente è un evento immersivo dedicato all’universo poetico e visionario di Lindsay Kemp, con fotografie, video, disegni e danza dal vivo. Curato da David Haughton e Daniela Maccari, rievoca lo spirito e il lirismo dell’artista, con un focus sulla sua fascinazione per il teatro giapponese, in occasione del 35° anniversario di Onnagata.
Pina Bausch viene omaggiata con uno spettacolo di Monica Casadei e Compagnia Artemis Danza, che rilegge il film Pina di Wenders. L’emozione e l’energia della Bausch rivivono in un linguaggio visivo e fisico che vuole essere un passaggio di testimone, una “memoria viva” che pulsa nei corpi degli interpreti.
Anche l’archeologia sembrerebbe giocare un ruolo significativo, ce ne accenni gli sfondi?
La danza si innesta nei paesaggi archeologici come gesto di riscrittura. I siti scelti – dal Parco dell’Appia Antica al Lago di Bracciano, dalla Fornace del Canova ai luoghi storici della Capitale – diventano scenografie naturali e simboliche. L’archeologia non è solo sfondo, ma parte attiva della narrazione: traccia viva di civiltà che dialoga con l’arte contemporanea. Le performance si trasformano in itinerari esperienziali, in cui la memoria incontra la visione futura. Ne è esempio lo spettacolo L’Approdo con le proiezioni delle fotografie di Mario Giacomelli, oppure Il mare che ci unisce, dopo il successo al festival Jacobs Pillow in Massachusetts. Tra i momenti speciali, anche una passeggiata archeologica guidata dalla dott.ssa Lavinia Venturi.
Quanto gioca anche l’aspetto del rito nelle iniziative selezionate? Il rito è il cuore invisibile del festival: un ritorno alla memoria collettiva, ai gesti ancestrali che legano il corpo al territorio.
L’azione danzata si fa rito contemporaneo, radicato nei luoghi che custodiscono tracce arcaiche e simboli perduti. Seguendo la logica dell’agopuntura urbana, il festival disegna un percorso che attiva la relazione tra comunità, spazio e storia, recuperando la sacralità dei gesti e la potenza evocativa dei luoghi. Danza, video e arti visive agiscono come strumenti di rigenerazione, capaci di risvegliare la percezione e riaccendere un linguaggio comune fatto di emozioni, movimento e ascolto.
