Sfiniti dall’abbaiare h24 di Todd, un cane appena salvato da un canile che non vuole restare solo, e vittime per questo di uno sfratto esecutivo dalla loro casetta di Santa Monica, John e Molly decidono di acquistare 200 acri di terreno abbandonato a un centinaio di chilometri da Los Angeles.

Lui è un videomaker specializzato in scenari naturali che gira per il mondo, lei una blogger di cucina salutare a base di materie prime a chilometro zero, entrambi da tempo con il sogno nel cassetto di costruire una fattoria dove convivere in armonia con animali e piante: questo film è una docufiction sugli 8 anni impiegati per realizzare questo sogno.

Ma non immaginate qualcosa di noioso e didascalico, piuttosto una narrazione avvincente, emozionante e piena di colpi di scena, mentre si tessono riflessioni profondissime sul senso dell’esistenza e del creato: se avete come me amato Il sale della terra, di Wim Wenders, documentario su Sebastião Salgado, questo lungometraggio vi innamorerà. Uscito nel 2018, oggi lo potete vedere qui in streaming.

John e Molly diventano così coltivatori e allevatori, grazie al loro mentore Alan York, un consulente-guru che impartisce loro lezioni di ecocompatibilità (e di vita). Puntando alla massima varietà e diversificazione delle specie animali e vegetali in un habitat – la California rurale – rassegnato alle monoculture intensive, la loro vita diventa un tutt’uno con il resto dell’ambiente. L’inizio di una grande avventura che comprende, come in generale la vita, cadute, disillusioni, errori ma anche un approfondimento incommensurabile del senso di tutto.

Il primo problema più grande che si presenta irrimediabilmente è che il terreno acquistato è arido e, per renderlo fertile, occorre avviare colture e acquistare bestiame spendendo in sei mesi il budget preventivato per il primo anno. Poi arrivano una serie di flagelli a cui i contadini sono abituati ma non John e Molly, che in testa avevano un progetto idealizzato: siccità, parassiti, animali predatori, e tanto altro.

In scena un vero dramma, naturale ma anche emotivo: il senso di frustrazione, inadeguatezza, la paura, la stanchezza, la sconfitta. Grazie al loro maestro, che dal suo lavoro ha imparato una saggezza autentica e profonda, ma anche con la forza d’animo propria di chi ha un sogno a cui non vuole rinunciare per tutto l’oro del mondo, la coppia si batte con intelligenza e passione, studiando, informandosi, ascoltando, confrontandosi. 

Riusciranno nel loro dream project? Non ve lo dico, perchè la risposta binaria sarebbe riduttiva, ma di certo importa sapere che questa storia è un invito a considerare i fallimenti come opportunità e la precarietà della vita come fonte di energia infinitamente rinnovabile.

Il documentario autobiografico girato da John (Chester), con l’aiuto di una squadra di cineoperatori, riesce a montare in 91 minuti otto anni di amore e odio nel ménage con la natura, in una narrazione che alterna appassionatamente armonie perfette e grandi tragedie (sceneggiatura scritta a valle, non a monte).

Riprese pazzesche che usano il time lapse e la fotografia al microscopio insieme agli home movies e a sequenze in animazione. Un film di grande ispirazione per la sua potente carica metaforica, che se da una parte richiama il senso più profondo dell’esistenza, dall’altra offre un esempio di buone pratiche in un momento in cui il pianeta rischia di collassare a causa della nostra prepotenza.

Chi di voi si sta ponendo questo tipo di domande, sta ricercando questo tipo di risposte, di sicuro apprezzerà quello che, come ha detto Paola Casella, è

un magnifico trattato sulla necessità di trovare un equilibrio cui tutti devono contribuire e un livello gestibile di reciproca coesistenza, esercitando la capacità di osservare e la creatività nel trovare soluzioni a problemi sempre nuovi“.

Lo slancio in avanti e la speranza nutrono la propria fortuna“, afferma del resto John: un messaggio ecologista che finalmente non è prescrittivo e colpevolizzante ma lavora sul desiderio che può svilupparsi nel cuore di ognuno e ognuna di noi.

Un film che potrebbe essere trasmesso nelle scuole, per insegnare che il vero obiettivo di convivenza e benessere per tuttə non è un idealismo senza compromessi ma una meravigliosa disarmonia sostenibile (in sintesi è la grande lezione del documentario).

La fattoria dei nostri sogni, un po’ come Il corpo della Terra: la relazione negata, mio e di Giusy Mantione, è un’invocazione allegra ma intensa a rinunciare beatamente e voluttuosamente a quel senso di onnipotenza narcisistica di homines sapientes, in realtà tossico, che di fatto ci sta autodistruggendo.

Condividi: