Care lettrici e cari lettori, con gioia condivido i pensieri di un amico, un artista, che conosco da tanti anni. Quando iniziai a scrivere i miei spettacoli, Francesco Frongia fu uno dei primi che venne a vedere i miei lavori; ricorderò sempre quella commozione e quell’abbraccio che ci siamo dati la prima volta di Teatro insieme. Con lui (e con gli amici di Eco di Fondo) abbiamo condiviso dei momenti molto intensi quando, per un progetto teatrale, abbiamo frequentato l’Angsa di Novara e grazie alle famiglie e agli operatori sanitari abbiamo conosciuto, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, donne a uomini autistici: è stata una benedizione inaspettata.

Da allora ci lega qualcosa a cui è difficile dare un nome o una spiegazione, è come un sentimento nuovo: essere stati parte di un’esperienza umana sofferente e salvifica.

Ogni volta che parlo con Francesco Frongia, lui ha sempre la parola giusta, il modo amichevole e fraterno di esprimere i suoi pensieri, ed è per questo che avevo bisogno di confrontarmi con lui.

Francesco, cosa significa per una comunità non poter avere un servizio pubblico come il Teatro?
Il teatro è una forma d’arte in perenne mutazione. Un’arte che basa la sua esistenza sul plasmare i segni e il linguaggio che si utilizzano sulla scena, che diventano un veicolo per arrivare a parlare a ogni singolo spettatore. Il teatro ha senso, per me, solo in funzione della partecipazione del pubblico, della relazione tra la rappresentazione e lo spettatore. L’elemento umano, la partecipazione, rendono il teatro una comunità, il nucleo primario della società, che offre a chi guarda molteplici possibilità di integrarsi.
Il teatro nasce dal dialogo declinato in multipli che coinvolgono diverse componenti: quello verbale, tra gli attori in scena; quello silenzioso, tra gli attori e il pubblico. Quest’ultimo è il momento cruciale che vede collaborare tutti i partecipanti alla rappresentazione del teatro perché qualcosa “accada”. Nel teatro si stabiliscono le regole, si assegnano i ruoli e inevitabilmente si crea una rete di diritti e doveri che attori e spettatori rispettano. In questo senso l’azione teatrale trasforma la ritualità in atti concreti di responsabilità collettiva e individuale nello stesso tempo. La perdita del Teatro in questo momento di isolamento forzato ci deve far riflettere sulla responsabilità che come artisti dobbiamo avere. Il nostro compito è, appena possibile tornare a tessere la rete dei rapporti che rendono viva la comunità e la società. Senza la riflessione sulla realtà con gli strumenti del teatro il mondo diventerà più povero e gli esseri umani più soli.

Cosa manca in Italia affinché la Cultura venga considerata un bene primario di ogni cittadino/a?
Parlare di Cultura in Italia è sempre difficile. Spesso viene percepita non come la capacità di creare relazione e di utilizzare il proprio sapere come uno strumento da condividere per promuovere il benessere e la bellezza del mondo, ma come strumento di esibizione di potere. La Cultura a volte viene percepita come strumento delle élite per dividere e non per unire. In Italia la trasmissione del sapere nelle scuole dovrebbe creare una collettività più inclusiva, capace di accogliere. Nessuna società può sopravvivere se non si condivide il piacere del sapere, il gusto per il ragionamento e l’analisi dei testi fondativi della cultura come beni primari fondativi di una nazione.

Come sta reagendo, a tutto questo, Francesco Frongia il regista?
La nostra comunicazione nell’ultimo anno è passata attraverso la rete. Lo schermo del computer si è trasformato da strumento di lavoro a interfaccia per comunicare. Nelle nostre case apriamo finestre che ci portano dentro le case dei nostri amici, parenti, collaboratori. Dall’intrattenimento allo studio, passando per la socialità, tutto passa attraverso la rete. Tutto tranne il teatro. Non tanto le prove o la progettazione, che per fortuna proseguono, ma il rito dell’uscire e dello stare insieme, la mancanza degli spettacoli e quindi del rapporto con il pubblico. Questa mancanza mi fa sentire intellettualmente più povero, più solo e in alcuni momenti più triste.

Francesco Frongia direttore artistico della rassegna Nuove storie dell’Elfo Puccini come sta rispondendo a questa chiusura?
La cosa stupefacente di questo periodo è che i gruppi teatrali continuano a produrre una quantità infinita di idee e progetti. È questo è molto vitale e positivo. C’è un mondo di contatti che continua a ragionare su quello che sta succedendo e si sta preparando per ricominciare. Non so come si potrà dar voce a tutta questa massa di energia creativa ma credo che sarà bello vedere esplodere tutta l’energia che stiamo accumulando.

Quand’è che hai sorriso l’ultima volta?
Non ho mai smesso di sorridere così come non ho mai smesso di piangere. Sono infiniti i motivi per sorridere. Come nelle vecchie comiche, le occasioni di inciampo, gli errori, gli imprevisti della vita sono continue occasioni per sorridere. Sorrido perché ho ancora tanto da imparare come dice la poetessa Wisława Szymborska:

 “almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla
nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.”

Cosa vorresti vedere a Teatro quando riapriremo i Teatri?
Non sono interessato al “cosa” ma al “con chi”. Sarò felice di vedere qualsiasi cosa purchè insieme agli altri, al pubblico. Stare insieme nelle sale buie, respirare insieme, sognare insieme. Questo è quello che voglio vedere.

Cosa significa per te lottare per il bene comune?
Ho sempre creduto nella creazione collettiva, nell’impegno politico, nell’attivismo e la partecipazione. Le azioni pubbliche, le assemblee e i momenti di confronto sono parti fondamentali della mia formazione. Partecipare al bene comune è mettere a disposizione le proprie conoscenze  verso un obiettivo comune. Non riesco a immaginare un progetto che non tenga conto delle molteplici sfaccettature che nascono dalla collaborazione con gli altri. La mia identità ha senso solo nel momento in cui riesco a farmi carico delle esperienze delle persone che mi circondano.

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