Ascoltate bene: chiudete gli occhi perchè vi sto per bendare. Immaginate di essermi accanto e poter toccare, ascoltare e odorare. Vi porto con me in cucina e vi faccio accomodare su una sedia di legno, come quelle di mia nonna, comode abbastanza per addormentarsi dopo il caffé di fine pranzo con le braccia conserte appoggiate sul tavolo.

Sentite il rumore della busta di carta mentre tiro fuori questo frutto della natura straordinario. Lo metto sotto il vostro naso, l’odore é intenso, terroso, di sottobosco. Il profumo vi porta indietro nel tempo quando magari la domenica mattina vi svegliavate con il profumo di casa e vostra madre vi chiamava a tavola per il pranzo. 

Apro il rubinetto e risciacquo con cura questi deliziosi frutti e poi li asciugo con carta assorbente che all’inizio fa quel rumore strano che sa di ruvido e poi, mano mano che si bagna, smette di borbottare. 

Con il coltello pratico un taglio e voi sentite il rumore del frutto turgido che quasi si ribella alla manipolazione ma poi cede alla lama tagliente del mio coltello, uno bellissimo comprato a Parigi da un giapponese matto che mi ha insegnato a fare il filo con i quotidiani. 

Sentite l’acqua che riempie una pentola, di metallo, e poi sentite il rumore dell’accensione della stufa. L’acqua inizia a bollire e sentite il rumore delle bolle che si rompono in superficie, prima piano e poi sempre piú velocemente.  E il vostro viso é inondato dai vapori dell’acqua che bolle. Aggiungo un liquido e sentite un odore familiare ma non riuscite a capire, aromatico, un pó acre ma siete distratti dal tuffo del frutto nell’acqua. L’odore vi inizia a dare qualche suggerimento e vi incuriosisce. Dopo un po di minuti, sentite l’acqua che rimbalza nel lavandino. Il rumore della porcellana del piatto, di uova che si rompono, di forchetta che in maniera ritmica sbatte sul fondo del piatto. É come una musica africana che quasi fa venire voglia di ballare. Il ritmo continua con il coltello su un tagliere di legno che ogni frazione di secondo crea un suono pieno, solido. Il ritmo é lo stesso ma la lunghezza del suono é diversa. A questo punto state battendo il piede sul pavimento insieme al coltello che batte sul legno. É musica. E vedo il sorriso, divertito. 

Poi, il silenzio, solo per un attimo. Sentite che verso un liquido, denso, e lo sapete perché solo quel liquido cosí denso produce quel rumore strano quando si arriva al fondo della bottiglia. Mi sentite accendere il fuoco e metterci la pentola sopra. Con una spatola mescolo dolcemente. Dopo poco, lo sfrigolio della frittura cattura la vostra immaginazione e poi, quell’odore inconfondibile di fritto… ma cosa sará? Vi chiedete. Prendo un pezzo di frittura, lo avvicino alle labbra e iniziate a soffiare perché sentite che il calore vi brucerebbe le labbra e poi il palato. L’odore é di fritto, ma la parte terrosa é ancora lì. Dopo il primo morso, siete presi da questo turbinio di dolcezza della pastella, dalla bontá del fritto, ma nel finale c’é un intrigante sapore amarognolo, profondo, lungo. Cercate di capire, ma nulla.  Peró mi fate giurare di rivelare la ricetta e di far vedere l’ingrediente. E certo, non vedo l’ora!

Pongo nuovamente il frutto nelle vostre mani, lo esaminate, ma non vi viene in mente nulla. Iniziate ad immaginare tuberi esotici, sorridete all’idea di quanta strada devono aver fatto, in aereo se fortunati, altrimenti lunghe settimane in nave, al freddo. Pensate a quanto li avrò pagati e ridacchiate forse divertiti dal fatto che non abbiate dovuto essere  voi! Ecco ora immaginate per l’ultima volta il frutto. Mi avvicino e vi levo la benda dagli occhi. E con grande sorpresa, scoprite che si tratta di……un lampascione.

Memorie:

mia madre mi racconta che si ricorda ancora quando i contadini all’inizio dell’estate andavano dietro all’aratro dove i lampascioni si aggrovigliavano. Li raccoglievano perché spesso rappresentavano la loro cena. Ricordo mia nonna che li cuoceva cambiando l’acqua e aceto spessissimo per eliminare un pó dell’amaro, terribile, in quelli selvatici. Mio padre, hardcore lampascione lover, li mangia bolliti, schiacciati con la forchetta, olio e sale. Brave man! I lampascioni con l’agnello sono una combinazione tipica pugliese ma non sono vegetali facili e sono sempre piú dimenticati. Peccato.

Ricetta di nonna. E poi di mamma

500 gr di acqua

500 gr di aceto bianco

1 cucchiaio di sale

400 gr di lampascioni (puliti)

3 uova

5 cucchiai di latte

1 cucchiaio di farina

A piacere, prezzemolo tritato e un cucchiaio di pecorino.