Neuroqueer. Un manifesto per l’empowerment autistico
"Neuroqueer. Autismo e futuri postnormali" di Nick Walker. Il libro è una sorta di manifesto per la politicizzazione del tema della neurodiversità.

"Neuroqueer. Autismo e futuri postnormali" di Nick Walker. Il libro è una sorta di manifesto per la politicizzazione del tema della neurodiversità.

Il tema della neurodiversità, e in particolare dell’autismo, sta vivendo una stagione di crescente visibilità. E nel dibattito generato dall’attivismo neurodivergente sono sempre più numerosi e interessanti i contributi che imprimono una direzione politica e rivendicativa alla questione. Nel più ampio campo dei critical disability studies, con cui esistono ampie zone di intersezione, sta accadendo qualcosa di simile, tanto che ormai un elenco dei contributi in lingua italiana sarebbe difficile da fare in un breve articolo.
A questa costellazione di riflessioni si aggiunge ora un libro fondamentale, Neuroqueer. Autismo e futuri postnormali di Nick Walker, tradotto da feminoska per la collana àltera di ETS edizioni, con la postfazione di Fabrizio Acanfora.
Neuroqueer è una raccolta di scritti apparsi principalmente sui siti web Neurocosmopolitanism e Neuroqueer a partire dal 2013. Nel complesso, però, il libro è una sorta di manifesto per la politicizzazione del tema della neurodiversità. Nick Walker, docente di psicologia e studi psichedelici presso il California Institute of Integral Studies, si inserisce nel filone dei Critical Autism Studies in quanto campo di studi profondamente innervato dall’attivismo autistico.
Nel solco della definizione di neurodiversità diffusa da Judy Singer e altrə, Walker contesta in modo chiaro e militante il cosiddetto paradigma patologico. Di che cosa si tratta? Il paradigma patologico è, in sintesi, l’approccio basato sull’idea che esista un cervello “normale”, “sano”. Secondo il paradigma patologico, se non possiedi un cervello “normale”, qualcosa in te non va. La critica a questa idea di normalità è radicale e non ammette compromessi. Il concetto stesso di normalità statistica in medicina e psichiatria è un costrutto sociale non neutro, la cui storia è stata efficacemente ripercorsa, e dunque decostruita, in un altro testo da poco tradotto in Italia, L’impero della normalità di Robert Chapman.

Il paradigma patologico si esprime in modo molto concreto in diversi ambiti, come la psichiatria, la ricerca delle “cause” dell’autismo, l’elaborazione di interventi comportamentali per “correggere” il modo di essere non neurotipico. In generale, tutto il lessico del “disturbo”, della “malattia” ecc. è ispirato a questo paradigma. Secondo Walker, per esempio, descrivere l’autismo come un disturbo è più un giudizio di valore che un giudizio scientifico.
Che cos’è, dunque, il paradigma opposto, quello della neurodiversità? Possiamo ascoltare direttamente Nick Walker:
1. La neurodiversità, ovvero le differenze tra le menti umane, costituisce una forma naturale, sana e preziosa di diversità umana.
2. Non esiste un funzionamento “normale” o “giusto” della mente umana, così come non esiste un’etnia, un genere o una cultura “normale” o “giusta”.
3. Le dinamiche sociali che si manifestano in relazione alla neurodiversità sono simili a quelle che si manifestano in relazione ad altre forme di diversità umana (per esempio etnica, culturale, di genere o orientamento sessuale). Queste includono le dinamiche delle relazioni di potere – le dinamiche di disuguaglianza sociale, privilegio e oppressione – così come le dinamiche per cui la diversità, quando accolta, diventa fonte di potenziale creativo all’interno di un gruppo o di una società.
Neuroqueer, p. 25
Grazie a questa svolta fondamentale, è possibile definire con precisione anche il lessico della neurodiversità, muovendo dall’assunto che gli equivoci terminologici più diffusi sono responsabili di fraintendimenti gravi, con conseguenze significative proprio a livello di quelle dinamiche di potere, disuguaglianza sociale, privilegio, oppressione appena menzionate.
Walker, come Eleonora Marocchini nel suo recente Neurodivergente, insiste molto sul corretto significato di una serie di termini che sono sempre più utilizzati ma spesso in modo fuorviante: neurodivergente, neurotipico, autismo, neurominoranza, e altri. Ampio spazio viene dedicato alla critica del linguaggio “person-first”, quello spesso in voga in ambito istituzionale, che etichetta le persone autistiche come “persone con autismo”. Se questo tipo di approccio linguistico sembra rispettoso, Walker riesce a farci comprendere in modo immediato e potente perché sia tutto il contrario. Lo fa con alcuni esempi. Nel caso di patologie vere e proprie, è del tutto ovvio esprimersi con questo linguaggio, e infatti diciamo che una persona “ha il cancro”, o “soffre di diabete”. Ma chi direbbe che una persona razzializzata è “affetta da negritudine”, o che una persona lesbica è “affetta da omosessualità” o che è una persona “con omosessualità”? Chiunque individuerebbe subito una forma evidente di razzismo o di omofobia. Per questo il linguaggio “person-first”, lungi dal costituire una forma di rispetto, è lo specchio di una diffusa autistifobia, né più né meno.
Questo linguaggio intende sostanzialmente separare la persona dall’autismo, e spesso questo intento viene presentato come un motivo nobile per utilizzarlo. Ma, fa notare Walker, chi vorrebbe separare la persona dall’autismo? Soltanto chi pensa che l’autismo sia un difetto, una mancanza, un disturbo.

Walker riprende diverse volte la famosa frase di Audre Lorde. Uno dei saggi fondamentali contenuti nel libro si intitola infatti Buttare via gli strumenti del Padrone: liberarsi dal paradigma patologico. In questo senso, la radicalità con cui il paradigma patologico e le sue appendici vengono rifiutati segnala proprio la necessità di una svolta epistemologica e politica totale.
Uno dei concetti nuovi che emergono è dunque quello di “neurocosmopolitismo”. Che cos’è il neurocosmopolitismo? In breve, adottare uno sguardo neurocosmopolita significa approcciarsi alla neurodiversità con lo stesso spirito con cui chi è cosmopolita si approccia alla diversità culturale. In questo senso, Walker accoglie e porta alle estreme conseguenze l’idea secondo cui la neurodiversità deve essere concepita in analogia alla biodiversità, che chiunque considera come una ricchezza da preservare e sviluppare a favore di tutto il pianeta.
Neuroqueer è un testo prezioso anche perché è in grado di far dialogare in modo convincente i due campi vicini ma non sovrapponibili del movimento per la neurodiversità e dell’attivismo disabile più politicizzato. Quest’ultimo ha molto insistito sul superamento del modello medico della disabilità a favore del modello sociale (si veda Michael Oliver), che distingue fra impairment e disability. Se l’impairment è la “menomazione” o il deficit concreto (la mancanza di un arto, per esempio) che caratterizza l’individuo, la disabilità – o meglio ancora “disabilizzazione” – è un fenomeno sociale, è il modo in cui la società considera e rende più o meno gestibile l’impairment, per esempio escludendo chi si muove in sedia a rotelle tramite la scelta di costruire scale e non rampe.
Il rapporto fra autismo e disabilità è sempre stato problematico, evidentemente. Da una parte, il linguaggio delle istituzioni tende a schiacciare l’autismo all’interno della diagnosi medica, facendo dunque una forma di disabilità. L’attivismo autistico, da parte sua, può apparire spesso come un tentativo di smarcare quello che è solo un “funzionamento” fra gli altri dall’ambito delle disabilità. Walker riesce invece a fare propria la svolta dei critical disability studies verso la costruzione sociale della disabilità, al tempo stesso depatologizzando l’autismo. Che cosa significa depatologizzare l’autismo? La risposta è per certi versi molto semplice:
Alla domanda se l’autismo sia una disabilità, rispondo di no; ma se mi si chiede se le persone autistiche siano disabilizzate, rispondo di sì.
p. 65
In altre parole, l’autismo è un insieme di modi di funzionare, né migliori né peggiori di altri. Di per sé, dunque, non afferisce al campo della disabilità. Tuttavia, in una società neuronormativa, il modo di essere autistico è escluso, marginalizzato o discriminato in un modo tale che le persone autistiche vengono di fatto disabilizzate, rese meno adeguate alle richieste della produzione, della socialità, e così via.
Il valore fondamentale che anima il movimento per la neurodiversità è dunque quello della libertà cognitiva, “l’idea che ogni individuo abbia il diritto alla piena sovranità sul proprio cervello e sui propri processi cognitivi”. Questo significa che le persone hanno il diritto di non subire modifiche non consensuali al proprio cervello e, d’altra parte, devono avere il diritto di modificare i propri processi cognitivi nel modo che ritengono opportuno (non a caso, l’ispirazione di questo principio è mutuata da Timothy Leary). La libertà cognitiva è libertà di incarnazione.
Ne discendono una serie di contributi promettenti in molteplici direzioni. Il libro, per esempio, contiene uno stimolante saggio sulla psicoterapia che indica una postura nuova agli specialisti per fornire assistenza in modo non patologizzante. L’ambito pedagogico, invece, viene esplorato nel saggio Principi guida per un corso sull’autismo, un testo animato dalla pedagogia di bell hooks. Anche la genitorialità viene interpellata in modo radicale, nella lettera aperta ai genitori di bambinə autisticə, che ha peraltro il pregio di offrire una critica determinata al famigerato metodo ABA.
L’approccio di Walker poggia in modo evidente su una storia di attivismo ormai consolidata, una storia presa di parola da parte dei soggetti autistici che hanno messo in discussione le “verità” stabilite da altri su di loro. Emblematica è la vicenda, di cui Walker ripercorre i passi salienti, della contestazione ad Autism Speaks, gruppo organizzato che nel 2013 lanciò un allarme contro quella che veniva definita come una “crisi sanitaria”, una vera e propria emergenza, cioè quella della diffusione dell’autismo nell’infanzia. Questa retorica, che ricorda da vicino quella di ogni gruppo di odio (razziale, sessuale, ecc.), è stata oggetto di proteste e azioni da parte della comunità autistica, prefigurando proprio quel passaggio concettuale dal paradigma patologico al neurocosmopolitismo, dal paternalismo istituzionale al protagonismo autistico.
Si tratta di un passaggio della disabilizzazione all’empowerment, l’impoteramento. Qui il concetto di “queer” è fondamentale, e va inteso nel senso di David Halperin, come un “orizzonte di possibilità”, più che come un mero orientamento sessuale o come un insieme di orientamenti non conformi.

I legami fra la queerness e le neurodivergenze non sono una novità assoluta. Caro Gervasi, per esempio, nel suo saggio Devirilizzare l’autismo ci ricorda che la percentuale di persone autistiche che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita è più alto rispetto alla popolazione generale. Se il legame fra dissidenza di genere o di desiderio e neurodivergenza è tutto da esplorare e non può essere descritto in termini semplicistici, il concetto di neuroqueer (e di neuroqueering) muove proprio dalla constatazione del legame fra norma eterosessuale e norma neurotipica. Si tratta di un concetto che ha una definizione inevitabilmente aperta. Da una parte, il neologismo descrive la pratica di sovvertire contemporaneamente neuronormatività ed eteronormatività. Dall’altra, “neuroqueer” è anche un’etichetta identitaria liberamente rivendicata da alcune persone, che può indicare una molteplicità di atteggiamenti. Fra questi: esplorare attivamente le dimensioni neurodivergenti e queer della propria vita; incarnare la neurodivergenza in un modo che sia gender-critical; disfare la performance neuronormativa assieme a quella eterosessuale; alterare intenzionalmente i propri processi cognitivi; e molte altre pratiche.
La discussione da parte di Nick Walker non può che basarsi sui concetti base della teoria queer, come quello di performatività in Judith Butler. In questo senso, il soggetto neurodivergente è spinto a performare costantemente la neurotipicità, presentata come la condizione naturale, standard. Una forma di dissidenza, dunque, è quella di chi non accetta di reprimere le manifestazioni della propria neurodivergenza in modo simile a chi prende coscienza di aver sempre obbedito a una norma che imponeva di performare la maschilità o la femminilità secondo gli schemi egemonici. Come si vede, e come evidenzia Nick Walker nell’intervista che completa l’edizione italiana, non si tratta di delineare una nuova etichetta identitaria. Al contrario, come sottolinea Fabrizio Acanfora nella postfazione, Neuroqueer “non propone una nuova categoria, ma un radicale cambio di prospettiva”.
I testi di Walker, del resto, hanno la capacità evidente di entrare in risonanza con le esperienze delle singole persone, trasformando il disagio in coscienza politica. Ne è un esempio la stessa prefazione della traduttrice italiana, feminoska, che racconta come questo libro abbia incrociato e dato forma al proprio percorso investendolo con quella che definisce un’energia gioiosa.
Neuroqueer è, in definitiva, un manifesto politico per l’impoteramento delle persone autistiche. Un impoteramento che passa per il linguaggio, per il cambiamento di paradigma epistemologico, per le lotte sociali e, in prospettiva, per le alleanze con altri movimenti, come quelli contro le gabbie di genere.
Si tratta, appunto, di aprire nuovi “orizzonti di possibilità”.
