E’ stato difficile tornare a scuola quest’anno. Erano più di sei mesi che non ci andavo. Ricominciare a settembre è sempre un po’ difficile perché ci sono le aspettative, i cambiamenti, i nuovi studenti, i nuovi colleghi, l’orario provvisorio, le routine da riprendere: le programmazioni, i progetti, i compiti, le discussioni con i colleghi, il rapporto con i genitori.

Ogni settembre è un nuovo inizio per chi abita la scuola e l’estate è una pausa tra la fine e l’inizio dell’anno. Ogni Capodanno parte però anche con tutta una serie di buoni propositi e di curiosità per l’anno che verrà: c’è la voglia di cambiare, l’entusiasmo di ripartire e l’ottimismo che andrà meglio dell’anno passato. Anche il mondo della scuola segue le stesse regole ma quest’anno è stato veramente particolare il capodanno scolastico, non solo per la pausa lunghissima ma anche per tutte le premesse che si portava dietro il nuovo inizio.

L’atmosfera che si era creata intorno all’evento della riapertura della scuola dopo l’eccezionale periodo di lockdown mi ha tolto la voglia di tornare a fare il mio lavoro di maestro. Per la prima volta dopo tanti anni non avevo nessuna curiosità, nessun entusiasmo, nessuna spinta a tornare a scuola, nella convinzione che il distanziamento, le mascherine, le regole sanitarie impediscono di fare una scuola nella quale ho sempre creduto. Semplici approcci didattici come il mischiare i gruppi di ragazzi per classi e per età, utilizzare materiali e spazi comuni, lavorare con il corpo come strumento principale di apprendimento, fare attività quali lo scambio dei libri, la falegnameria, il teatro, cantare, organizzare la mensa come un momento educativo in cui i ragazzi apparecchiano, sparecchiano, dividono il cibo in porzioni, sono diventati fuorilegge.

Le regole imposte dai decreti del governo sulla riapertura della scuola sono antipedagogiche – mi dicevo – ma come è possibile fare scuola con questi presupposti? Poi la scuola è ricominciata davvero, e bambini e ragazzi come sempre mi hanno spiazzato perché mi hanno fatto capire che la scuola in presenza è bella a prescindere, con e senza le mascherine, con e senza il distanziamento perché la scuola sono loro, sono i ragazzi e i bambini che ogni giorno ci regalano la loro voglia di stare insieme, di giocare, il loro bisogno di relazionarsi, di socializzare. E così anche le situazioni di deprivazione come quella che stiamo vivendo, in cui le regole sanitarie sono in aperto contrasto con una pedagogia attiva e libertaria, diventano accettabili quando ad insegnarci a viverle sono bambini e ragazzi che in modo semplice e diretto ti fanno capire quali dovrebbero essere le priorità di un contesto educativo.

Vi ricordate il gioco che inventò Guido (l’attore protagonista e regista Roberto Benigni) nel film la vita è bella per il figlio Giosuè nel campo di concentramento? La dimensione ludica e quella affettiva sono leve che possono sollevare qualsiasi peso nel mondo di ogni essere umano. Da adulti tendiamo a scordarcelo e a non trovare più soluzioni per recuperare queste due dimensioni, in ogni situazione della nostra vita anche in quella più disperata, bambini e ragazzi sono a ricordarcelo costantemente. Recuperiamo la memoria delle nostre priorità di quando eravamo piccoli, ci aiuteranno ad affrontare in modo più sereno l’essere adulti e sicuramente a prenderci un po’ meno sul serio. La scuola è bella anche con le mascherine e il distanziamento.