Risalire devi il fiume
del tuo sangue
fino alla fonte
là dove la morte
ha deposto le sue uova
là dove l’acqua
è trasparente
afferrati alle rocce
spargi il tuo seme

Sicilia in siciliano, Səcəlia in galloitalico di Sicilia, Siçillja in arbëresh, Σικελία in neogreco.
Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo, meravigliosa terra di conquista e di immigrazione.
Dall’VIII sec A.C. i greci vi approdarono portando la loro lingua e ancora oggi a Messina vive una consistente comunità di origine greca.
In epoca normanna gli Altavilla incoraggiarono lombardi, che in realtà erano per lo più piemontesi e liguri, a immigrare in Sicilia portando con loro il dialetto galloitalico.
A partire dalla seconda metà del XV secolo, migranti dall’Albania arrivarono con loro la lingua arbëreshe.
E gli arabi, gli spagnoli, i francesi hanno lasciato impronte.

Amo quest’isola dai forti contrasti. Mi commuove la bellezza del tempio greco che si mescola con la bruttezza di palazzine già in odore di putrefazione.

E in Sicilia, isola che le ha dato i natali, Goliarda Sapienza ambienta L’arte della Gioia.
Ho avuto un momento di resistenza ad aprirlo, il libro è molto corposo.

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso.
Inizia così, con sguardo lucido e senza inutili veli.
Modesta, una bambina abusata confusa, violenta, modesta di nome ma non di fatto.

Passano le ore e non stacco gli occhi dalle pagine.
Goliarda mi impressiona, fa scorrere la penna libera, senza censura. Passa fluida da vittima a carnefice con una scrittura ferocemente istintiva.
Non parla mai mia madre o urla o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella a terra fissa da due fessure buie seppellite nel grasso.
Modesta cresce e si offre a miei occhi, impudica, cruda, nessuna pietà per se stessa né per gli altri.

Modesta è una guerriera solitaria, vuole esistere e si impone in maniera prepotente, violenta. Sfida la vita e la società con la sua femminilità, la seduzione, la carnalità.
E ora che avevo ritrovato l’intensità del mio piacere, mai più mi sarei abbandonata alla rinuncia e all’umiliazione che loro tanto predicavano.

Come una leonessa in gabbia, gira intorno cercando un modo per sentirsi libera. Ma il mondo lì fuori le è estraneo, nemico.
Ma le promesse di libertà che le onde e il vento andavano ripetendo, si frantumavano lungo i muri dei palazzi fioriti di rose e pampini di lava tagliente. Non c’era libertà in quelle strade, e vicoli, epiazze ambigue, traboccanti di soli uomini con pagliette e bastoni arroganti, spiati da ombre femminili nascoste fra le tendine delle finestre o nel buio dei bassi sempre socchiusi.

Osservo muta Modesta/Goliarda mentre tenta di capire l’origine del male dando poi questa responsabilità alle parole. Così scava alla radice del loro significato. Vuole spogliare la parola che ritiene deviata ormai dalla tradizione.

Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali. E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione.

Chiusa a difesa contro il mondo, usa il suo corpo come arma, ma la sensualità è anche il suo rifugio,
l’unico mezzo per sentirsi viva e sentire la vita negli altri.
Tu mi volgi le spalle
io non ti chiamo
raccolgo
le tue impronte sul lenzuolo

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia – Einaudi 2014

Le poesie sono tratte da Ancestrale, di Goliarda Sapienza – La Vita Felice 2013