Oltre il Suono, Dentro l’Immagine: I C’mon Tigre e le nuove coordinate dell’arte
I C'mon Tigre non sono una semplice band, ma un vero e proprio laboratorio aperto. IL nuovo Video Clip. L'intervista

I C'mon Tigre non sono una semplice band, ma un vero e proprio laboratorio aperto. IL nuovo Video Clip. L'intervista

Ci sono opere che non si limitano a farsi ascoltare, ma pretendono di essere esplorate e abitate. Nel mio percorso di ricerca, sia quando scavo nella fotografia d’autore sia quando costruisco narrazioni visive e commerciali, cerco sempre quel punto di rottura in cui un’immagine smette di essere superficie e rivela la sua origine più profonda. Ed è esattamente questa indagine incessante sulle “Radici” – l’anima di questo ciclo di interviste in esclusiva per Rewriters e il filo conduttore che cerco di far emergere anche nelle puntate del mio podcast, a cui vi invito a dare un’occhiata – ad avermi spinta verso il nuovo, potentissimo lavoro dei C’mon Tigre.

E’ uscito a fine aprile, il videoclip ufficiale di “DRIVER IDLE”, il nuovo brano del collettivo. Attivi dal 2014, i C’mon Tigre non sono una semplice band, ma un vero e proprio laboratorio aperto in cui le pulsioni del jazz, dell’elettronica e della world music si scontrano e si fondono da sempre con l’animazione d’autore e le arti visive.
Parlare di immagine oggi, per presentare questa uscita, è quindi un atto necessario: per “DRIVER IDLE”, il regista Marco Molinelli e il team creativo hanno utilizzato metaumani generati in Unreal Engine 5 , abbracciando l’uso dell’Intelligenza Artificiale in modo visibile e coraggioso. Hanno messo in scena il delirio febbrile di un uomo intrappolato in un recinto all’aperto, una prigione circondata da enormi peluche rosa. In questo videoclip, l’avanguardia tecnica dell’AI e di Unreal Engine non è un semplice trucco estetico, ma il linguaggio scelto per raccontare una transizione, un’indagine spiazzante su un’umanità disorientata che cerca disperatamente un nuovo punto di accesso alla realtà quando le vecchie coordinate saltano.
È un terreno di confine affascinante, che risuona profondamente con chiunque utilizzi la forza visiva o sonora per decodificare il mondo. Come si naviga l’impatto dei nuovi linguaggi generativi mantenendo salda la propria radice umana? E dove si trova “casa” quando tutto intorno a noi muta forma? Ne abbiamo parlato direttamente con loro. Ecco l’intervista integrale.

1. Definire “Casa” e il “Terreno Creativo” Casa, per noi, è difficile da fissare su una mappa, e da un certo punto in poi abbiamo smesso di provarci. Le persone con cui lavoriamo sono disperse, i luoghi cambiano. Ma il problema non è geografico. È che “casa” come luogo fisso è un’idea che funziona finché non la metti sotto pressione. Appena cominci a muoverti, a vivere in modo non lineare, ti accorgi che quella stabilità era in parte un’illusione. Quello che rimane, quando togli il luogo, è una condizione. Qualcosa che sta dentro, non fuori. La senti quando sei con le persone giuste, quando un lavoro prende una direzione che non avevi previsto e capisci che è quella giusta, quando sei abbastanza quieto da sentirti. Non è uno stato permanente, è qualcosa che si trova e si perde e si trova di nuovo. Forse è proprio questa intermittenza a renderla riconoscibile.
La radice creativa è sempre stata la stessa da quando abbiamo cominciato nel 2014: la curiosità per le musiche che non si parlano tra loro, per le tradizioni che sembrano incompatibili e invece hanno qualcosa in comune sotto la superficie. Non partiamo mai da un genere. Partiamo da una sensazione, da un ritmo che abbiamo sentito in un posto, da una texture che vogliamo ricreare. Il terreno è questa specie di mappa sonora che aggiorniamo continuamente.
2. La Radice Artificiale La domanda ci viene fatta spesso in questi mesi, perché il video di “Driver Idle” usa l’intelligenza artificiale in modo abbastanza visibile. Ma la cosa che ci interessa raccontare è il processo che sta dietro. I personaggi del video nascono da uno studio approfondito che abbiamo fatto per LUMINA, lo spettacolo: Simone Montagnani aka Sueo e Stefano Villani hanno passato settimane a disegnarli e costruirli in Unreal Engine, definendoli nei minimi dettagli. Ad un certo punto abbiamo avuto voglia di dargli una vita al di fuori di quel contesto. Il video è stato il modo per farlo.
Non è la prima volta che lavoriamo con linguaggi visivi molto diversi tra loro. Abbiamo fatto animare “Underground Lovers” a Gianluigi Toccafondo, disegno a mano, fotogramma per fotogramma, in quella tradizione in cui ogni immagine ha il peso fisico del gesto. Abbiamo lavorato col 3D in maniera atipica per “Behold the ma” alterando la fisica dei corpi umani. Strumenti diversi, intenzioni diverse, risultati che non avrebbero potuto nascere altrimenti. Non siamo i primi a trovarci in questa posizione, e non saremo gli ultimi. La storia delle immagini è piena di questo schema. Nel 1839, quando Daguerre annunciò il dagherrotipo, Paul Delaroche disse: “Da oggi, la pittura è morta.” Si sbagliava. La fotografia non ha ucciso la pittura, l’ha liberata dall’obbligo di riprodurre il reale con precisione meccanica, e da quello shock sono nati l’impressionismo, l’astrazione, l’espressionismo. Negli anni sessanta i musicisti orchestrali alzarono barricate contro il sintetizzatore: nasceva un vocabolario sonoro che non esisteva prima. Negli anni ottanta il campionatore fu accusato di rubare musica altrui, di non essere uno strumento vero. Diventò la base dell’hip hop e della musica elettronica moderna. I puristi della pellicola resistettero alla fotografia digitale fino all’ultimo: oggi girare in analogico è una scelta estetica, non una necessità. Poi è arrivata la CGI e i maestri degli effetti speciali artigianali degli anni ottanta hanno visto il loro mestiere smantellato dal software. Ancora una volta: demonizzazione, abuso, metabolizzazione lenta. La conversazione si è spostata dal se al come.
In tutti questi casi, però, il mezzo cambiava ma l’autore rimaneva pienamente esecutore del suo gesto. Con l’AI generativa è diverso, ed è onesto dirlo. Il cambiamento non è solo tecnico, è di natura: l’intenzione rimane umana ma l’esecuzione diventa un dialogo con un sistema che propone, che interpreta, che a volte sorprende. Il ruolo si sposta, e questo apre domande che i precedenti storici non risolvono completamente.
Detto questo, non vogliamo fare finta che le preoccupazioni siano infondate. Sono reali, e le condividiamo. Ci sono persone, animatori, illustratori, videomaker, che hanno costruito un mestiere con anni di lavoro, e che oggi si trovano a competere con strumenti che replicano risultati simili a costo quasi zero. La questione dell’autorialità, dei dataset costruiti su opere altrui senza consenso, della concentrazione di potere nelle mani di poche aziende che controllano l’infrastruttura: tutto questo non va liquidato in nome del progresso. Sarebbe disonesto farlo. La posizione che abbiamo scelto non è quella di chi non vede il problema. È quella di chi pensa che stare dentro questa transizione, con attenzione e senso critico, sia più utile che chiamarsi fuori. Qualcuno navigherà questo cambiamento. Preferiamo che siano persone a cui importa del risultato, e delle persone che ci lavorano. La demonizzazione non durerà, non dura mai. Tra qualche anno la domanda se un video sia stato fatto con l’AI avrà più o meno lo stesso peso della domanda se una fotografia sia stata scattata in pellicola o in digitale. Quello che conta è cosa rimane, e cosa fa sentire. Noi non abbiamo una risposta definitiva su dove porta tutto questo. Abbiamo curiosità, e per ora ci basta.
3. Oltre il suono: Nuovi Linguaggi Quello che ci affascina di più, in questo momento, è lo spazio fisico come linguaggio. “LUMINA Immersive Frequencies, a Technological Dancefloor”, il nostro progetto live più recente, è un tentativo di uscire dal concerto tradizionale e costruire qualcosa in cui il pubblico non viene solo a sentire ma a stare dentro un ambiente. Abbiamo debuttato al Robot Festival di Bologna e poi a JazzMi a Milano, e quello che abbiamo capito è che c’è una fame di esperienze in cui musica, immagine e architettura dello spazio si tengono insieme. Il cinema ci interessa sempre e molto, l’illustrazione non l’abbiamo mai abbandonata. Ci sono linguaggi che non abbiamo ancora toccato e altri che abbiamo appena sfiorato. Non sappiamo esattamente dove stiamo andando, e questa non è una risposta evasiva: è la condizione in cui lavoriamo meglio.
4. Esplorare Nuove Texture Questa è la domanda a cui facciamo più fatica a rispondere con onestà, perché la risposta onesta è: lo facciamo già, continuamente. Nel disco ci sono strumenti che nessuno di noi padroneggia davvero, e questo non è un limite ma una scelta. Quando avvicini uno strumento senza avere la tecnica consolidata, le soluzioni che trovi sono spesso le più interessanti.
Se dobbiamo indicare qualcosa che ancora non abbiamo esplorato fino in fondo: il synth modulare, da un lato, per la logica costruttiva che impone, il modo in cui ti costringe a pensare il suono come architettura prima ancora che come melodia. Dall’altro lo shamisen, che ha una tensione e una secchezza nel timbro che ci affascinano da tempo. E poi c’è la percussione gamelan, non per citarla o per fare esotismo, ma per come funziona il tempo in quella musica: una logica ritmica molto distante da tutto quello che abbiamo fatto finora, e forse è per questo che ci incuriosisce. In fondo è quello che ci ha sempre mosso: mettere insieme cose che non dovrebbero stare nello stesso posto. Il modulare e lo shamisen, per dire, non hanno niente in comune sulla carta. Eppure è esattamente in quel tipo di distanza che troviamo le tensioni più interessanti. I contrasti non li gestiamo, li cerchiamo.
5. Mappe Future Il tour che stiamo costruendo è pensato come un’anteprima dell’album. Il disco non ha ancora una data, ma il live è già una forma compiuta, con una narrativa interna e una progressione che funziona anche per chi non conosce il progetto. Quello che ci interessa è che non sia un concerto da seduti e non sia neanche un rave nel senso convenzionale. È qualcosa nel mezzo: musica da ascoltare con attenzione e da ballare con il corpo. Ci sono strumenti acustici, sintetizzatori, elettronica dal vivo. Il risultato è denso ma non chiuso. Lascia spazio. Sonicamente, stiamo andando verso qualcosa di più diretto rispetto ai dischi precedenti. Meno mediazione, più impatto fisico.
6. La Domanda Libera La domanda che non ci viene mai fatta è: “Se la vostra musica fosse la colonna sonora di un disastro naturale, quale disastro meriterebbe?” Un’eruzione vulcanica sottomarina. Non quella in superficie, con le immagini spettacolari e i giornalisti. Quella che succede nel buio totale, a tremila metri di profondità, dove nessuno vede niente e la crosta terrestre si riorganizza lentamente senza chiedere il permesso a nessuno. C’è qualcosa in quella combinazione di calore, pressione, e totale indifferenza agli spettatori che ci sembra onesta. E poi tecnicamente stai creando terra nuova, il che è una delle poche cose che nel 2026 sembra ancora un atto ottimista.
Per approfondire
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Discografia C’mon Tigre
Calendario Tour 2026 (in aggiornamento)
