Riconoscere le quotidiane subdole mancanze di rispetto: “In fondo, non mi ha detto nulla di male.” “Ero troppo sensibile, forse.” “Ha solo scherzato.” Quante volte hai pensato queste frasi per giustificare quel piccolo malessere che ti è rimasto addosso dopo una riunione, una conversazione, uno scambio in ufficio? Quello che spesso non sappiamo nominare, in realtà, è il rispetto che manca. Ma non nel modo eclatante che fa scandalo, piuttosto nel modo subdolo che si mimetizza nella quotidianità, soprattutto quando a subirlo sono le donne. 

Il rispetto invisibile: cosa succede nel cervello quando veniamo ignorate o svalutate

Essere ascoltate, prese sul serio, considerate nei nostri stati d’animo non è un lusso. È un bisogno umano fondamentale. Quando parliamo e veniamo interrotte, ignorate o zittite, il nostro cervello registra quel gesto come una forma di dolore.

Sì, dolore vero.

Uno studio fondamentale condotto da Naomi Eisenberger e Matthew Lieberman presso l’UCLA ha dimostrato che l’esclusione sociale attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nel dolore fisico.

È la cosiddetta Social Pain Overlap Theory: secondo questa teoria, l’umiliazione relazionale attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale, la stessa che si attiva quando ci facciamo male fisicamente.

Il corpo, insomma, non distingue tra un graffio e un’interruzione continua durante una riunione. E il messaggio che riceve è: “non conti”.

Le donne parlano meno… perché vengono ascoltate meno

Un altro studio pubblicato da Karpowitz e Mendelberg alla Princeton University ha mostrato che le donne vengono interrotte il 33% in più degli uomini nelle conversazioni miste, soprattutto quando esprimono opinioni non allineate o mostrano emozioni.

La conseguenza è silenziosa, ma devastante: interiorizziamo l’idea che sia meglio parlare poco, abbassare il tono, non disturbare.

È la pedagogia dell’invisibilità che si perpetua anche negli ambienti più evoluti, proprio perché è sottile.

L’invalidazione emotiva: quando ti dicono che “esageri” o che “non è niente”

Ti è mai successo di raccontare un disagio e sentirti rispondere “non fare così”, “non ti arrabbiare”, “sei troppo sensibile”?

Questa si chiama invalidazione emotiva e ha effetti documentati sulla salute mentale.

Secondo la psicologa Marsha Linehan, fondatrice dell’Acceptance and Commitment Therapy, l’invalidazione emotiva cronica è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di ansia, depressione e disregolazione emotiva.

Leggi di più sulla teoria di Linehan

Il problema è che questo accade spesso alle donne proprio perché socialmente educate ad avere un rapporto “controllato” con le emozioni: né troppo rabbiose, né troppo tristi, né troppo intense. In pratica: mai troppo.

I complimenti che non sono complimenti

“Per essere una donna, sei molto razionale.”
“Sei bella e anche intelligente, incredibile!”
“Brava… non sembrava da te!”

Molti di questi commenti vengono considerati lusinghieri. In realtà si tratta di backhanded compliments, ovvero complimenti ambigui che rafforzano stereotipi di genere.

Secondo la Social Identity Theory di Tajfel e Turner, affermazioni come queste pongono l’interlocutrice “fuori norma”, rendendola un’eccezione da tollerare, non un modello da riconoscere.

Il risultato? Una dissonanza cognitiva costante che mina l’autostima, la sicurezza, la possibilità di rivendicare il proprio spazio con serenità.

Quando questo accade al lavoro (e accade spesso)

Tutti questi comportamenti – interruzioni, silenzi punitivi, condiscendenza, complimenti ambigui – accadono spesso negli ambienti professionali, dove le dinamiche di potere e genere si intrecciano in modi insidiosi.

Eppure, la cultura del rispetto è ancora spesso trattata come “soft”, opzionale, legata alla buona educazione.

In realtà, è un tema di salute mentale, di equità, di leadership. Un’azienda che vuole davvero essere inclusiva non può accontentarsi della parità numerica. Deve interrogarsi su come circolano la parola, l’ascolto, il valore.

Deve formare le proprie risorse interne su come riconoscere, evitare e correggere questi micromodelli di discriminazione. Deve fare cultura del rispetto attivo, non passivo.

Educare al rispetto è un atto politico (e necessario)

Formare team, manager, colleghi e colleghe alla comunicazione empatica e assertiva non è buonismo. È una strategia di retention, benessere organizzativo e crescita reale.Educare al rispetto è insegnare a vedere anche ciò che non si dice.È restituire alle parole il loro potere, e alle persone la possibilità di non doversi più fare piccole per essere accettate.

Risorse per approfondire (cassetta degli attrezzi):

  • I tuoi bisogni, le tue emozioni – Marshall Rosenberg
  • La trappola della felicità – Russ Harris
  • Il coraggio di non piacere – Ichiro Kishimi & Fumitake Koga
  • Assertività – Randy J. Paterson
  • TED Talk: The Power of Vulnerability – Brené Brown
  • Podcast: Intrepidamente, episodio 33
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