Esistono città che si guardano. E poi esistono città che si attraversano.

Roma appartiene alla seconda categoria. Non si concede tutta, non si offre in superficie. Roma si lascia intuire. È fatta di stratificazioni, di cortili nascosti, di botteghe che resistono, di case private che custodiscono mondi. È una bellezza che non sempre abbaglia, ma che resta. Una bellezza che è quasi resilienza.

Troppo spesso la narrazione dominante la inchioda all’immagine di “museo a cielo aperto”, a una grandezza passata che diventa monumento immobile. Ma Roma è anche altro: è vibrazione contemporanea, è fermento silenzioso, è una rete sotterranea di creativi, artigiani, musicisti, progettisti culturali che lavorano in una zona intermedia — non sotto i riflettori più accecanti, non nell’ombra più scura — ma in quella semi-luce fertile dove nascono le cose che contano.

Romadiffusa intercetta proprio questo spazio

Non è soltanto un festival. È un gesto. È un modo di esplorare la città con uno sguardo nuovo. È l’atto di aprire porte che normalmente restano chiuse e di trasformare un quartiere in un playground creativo per quattro giorni. È il tentativo di riscrivere la narrazione collettiva partendo dal territorio come media.

L’idea è di Sara D’Agati, che dopo un PhD a Cambridge sui temi del soft power e del city branding e un’esperienza internazionale nel mondo della consulenza strategica, è tornata in Italia per lavorare proprio sulla costruzione di immaginari culturali e territoriali. Nel 2022 ha lanciato Romadiffusa, oggi alla sua quarta edizione, coinvolgendo oltre 80.000 persone e attivando più di cento luoghi della Capitale.

Per Rewriters, che da sempre indaga chi prova a riscrivere il reale invece di limitarsi a raccontarlo, Romadiffusa è un caso emblematico.

Sara D’Agati

A Sara ho rivolto quattro domande.

Una delle azioni fondative dell’umanità è dare un nome alle cose: nel momento in cui le
nominiamo, le definiamo, le rendiamo esistenti. Come nasce il nome “Romadiffusa”? È la certificazione di un pensiero, di un desiderio? Quando hai capito che questa idea doveva chiamarsi così? 

E’ vero. Se c’è una cosa in cui credo fortemente, è che noi siamo, e diventiamo, ciò che ci
raccontiamo. Vale per le persone, e vale anche per i luoghi Romadiffusa è, di fatto, un progetto di city branding che mira a modificare la narrazione della città: da città eterna, meravigliosa quanto decadente e all’apparenza immutabile, a laboratorio di contemporaneità e ibridazione dove il “museo a cielo aperto” diviene teatro di nuove energie.
La sensazione, per troppo tempo, è che il racconto tendenzialmente immobilista della città,
ci abbia tenuti fermi, distanti. Le istituzioni scollate dal territorio eppure incombenti, gli esercenti e le associazioni incapaci di fare rete, il settore pubblico che non dialoga con il privato, il mondo creativo non messo in condizioni di agire appieno sulla città.
Ciascuno nel proprio perimetro, nella propria, presunta, zona di confort: i giovani con i
giovani, le famiglie con le famiglie, gli “stranieri” con gli “stranieri”, gli anziani con gli anziani,
quando non lasciati soli. Io ho immaginato una Roma aperta, connessa, capace di ibridarsi, dove i quartieri non sono confini identitari, ma hub di sperimentazione e di scambio, dove artisti, musicisti, poeti, artigiani, esercenti siano in dialogo costante con il territorio e i suoi luoghi, dove i confini tra fruizione e produzione creativa si intersechino continuamente: una Roma diffusa.

Romadiffusa mette in rete pubblico e privato, crea connessioni, attiva comunità. In
questo senso sembra quasi un progetto sovversivo, perché propone una dimensione del reale diversa da quella abituale. Hai la percezione che Romadiffusa stia incidendo anche a livello sociale? Che stia contribuendo a riscrivere non solo la narrazione della città, ma la città stessa?

Il festival che tutti conoscono, di fatto, è l’emanazione visibile di un progetto molto più
ampio, che certamente punta all’impatto sociale.
Da oltre 4 anni, con il nostro team, stiamo mappando l’intera città, quartiere per
quartiere, alla ricerca di tutti i luoghi e le realtà autentiche o interessanti, bussando
letteralmente alla porta di ogni laboratorio artigiano, teatro, biblioteca, archivio, palazzo
storico, spazio creativo ma anche osterie, bar, alimentari. Facendosi raccontare la loro storia
e costruendo dei tavoli con loro.
Il criterio è quello di portare l’attenzione su quei luoghi, sia tradizionali che contemporanei,
che mantengono un’anima e un’autenticità, e non hanno ceduto ai processi di
standardizzazione.
Parallelamente, facciamo una chiamata ai creativi, artisti, collettivi, associazioni e le realtà
contemporanee e poi per i 4 giorni del festival, facciamo una sorta di tetris tra location
autentiche, appunto, e contenuti contemporanei: portiamo musica sperimentale nelle
biblioteche, mostre diffuse dove ogni opera è in un posto diverso dell’area (dal carrozziere,
lavanderia, al forno), performance contemporanee negli archivi storici o in musei poco noti,
dove non va nessuno, monologhi all’alimentari, letture di poesie nelle osterie. Dall’altro lato,
facciamo aprire cortili e spazi altrimenti chiusi al pubblico: dai cortili, agli archivi, agli studi
privati di artisti e artigiani.
Noi ci facciamo, ovviamente, carico del fundraising, coinvolgendo brand privati e portandoli
ad investire sulle realtà del territorio, perché altra caratteristica del festival è l’inclusività: la
maggior parte delle attività sono aperte e gratuite, tranne i workshop e alcune rassegne e,
allo stesso modo, c’à da sostenere gli artisti, il costo dei permessi, i costi di produzione e
allestimento, le opere site specific e molto altro. Parliamo di oltre 100 eventi in 4 giorni, più
di 100 tra location, artisti e creativi coinvolti e oltre 80.000 partecipanti all’ultima edizione.
Per concludere, quindi, con il progetto cerchiamo di dare risposta a diversi ordini di
questioni che hanno una ricaduta sociale: il primo, già anticipato, è l’incapacità della città di
raccontarsi e quindi di attrarre investimenti e un turismo interessato alle manifestazioni
contemporanee della città -Roma, come molte città d’arte, è vittima di un turismo mordi e
fuggi, sempre meno sostenibile. Il secondo è l’incapacità del settore pubblico di portare i
privati a fare investimenti virtuosi sul territorio, e infine l’incapacità della città di fare rete e
fare sistema: esistono una miriade di gruppi ed associazioni portano avanti progetti affini, o
complementari, senza essere al corrente l’uno dell’esistenza dell’altro — artigiani ed
esercenti condividono strade e quartieri senza interagire tra loro, i romani non conoscono
intere aree della città. Infine, la tutela degli spazi e delle realtà autentiche biblioteche,
alimentari, botteghe artigiani, piccole gallerie; minacciati dalla massificazione e
dall’overtourism.

Musica, arte visiva, talk. Ma soprattutto quartieri che non sono sempre al centro della
narrazione. Quanto è importante lavorare in quella terra di confine, non sotto la luce più scontata, non nell’ombra più invisibile, ma in quella semi-ombra culturalmente
fertilissima? È lì che oggi si genera il vero movimento culturale?
 
Il progetto di Romadiffusa è itinerante. A margine dell’edizione di ottobre in centro storico,
attiviamo periodicamente un diverso quartiere della città, lavorando sull’identità e i punti da
valorizzare di ciascuno. Credo molto nell’importanza di agire sul locale, sulle relazioni di
prossimità, sulle reti. Allo stesso tempo credo nell’importanza di aprirsi, aprire e mettere
in connessione. Concepiamo ciascun quartiere come centro di sperimentazioni e
connessioni da offrire al resto della città. A marzo sarà la volta di San Lorenzo, dove stiamo
lavorando sulla messa in rete e il racconto del distretto creativo: San Lorenzo è il quartiere
con il più ampio numero di studi d’artista e artist run spaces, e in pochi fuori da Roma ne
sono a conoscenza (ammesso che la maggior parte dei romani lo sappiano). A giugno ci
muoveremo invece su Esquilino (spoiler!).

Romadiffusa nasce come progetto, quasi come visione futuristica, e oggi coinvolge decine di migliaia di persone. L’arte diventa esperienza concreta, attraversabile, quotidiana. Quanto senti che, anche solo in parte, Romadiffusa abbia contribuito a cambiare la percezione di Roma? Hai avvertito uno slittamento nello sguardo dei cittadini? 
L’esperimento di Romadiffusa è quello di utilizzare il territorio stesso come media per
modificare lo sguardo sulla città.
Si, lo slittamento si percepisce. Il progetto è realmente sentito dai romani e non solo, sono
sempre di più le persone che conoscono Romadiffusa e vengono da fuori nei giorni del
festival -dal resto d’Italia e d’Europa-, così come i creativi e i curatori che dall’estero ci
contattano per essere parte del palinsesto.
Riceviamo centinaia di mail e messaggi di persone che ci ringraziano per avergli fatto
scoprire Roma, e l’Italia, sono una prospettiva diversa. Più autentica, dinamica, piena di
possibilità.

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