Tra le prime persone trans in Italia a sottoporsi a un intervento per la riassegnazione di genere e a ottenere il cambio di nome sui documenti, Romina Cecconi è stata senz’altro la prima a parlarne pubblicamente.

La sua vita incredibile, tra le folli notti fiorentine, la prostituzione, il lavoro al circo, il viaggio a Parigi, l’operazione in Svizzera, il carcere e il confino in un paesino del foggiano è raccontata nel suo libro scritto nel 1976, che è tornato finalmente in libreria. Sulla sua storia si attende un film del regista Fabio Mollo, che ha curato la postfazione del romanzo. Qui pubblichiamo invece la preziosa prefazione al libro di Porpora Marcasciano, attivista e scrittrice, presidente onoraria del Movimento trans italiano, che ci racconta l’importanza che ha avuto la storia di Romina Cecconi, che ha tra l’altro aperto la strada alla legge 164.

Porpora Marcasciano, foto di Ennio d’Altri

Conosco Romanina da quando ero bambino. Direi di averla conosciuta due volte, la prima quando di anni ne avevo dodici, ai tempi del suo confino a Volturino in provincia di Foggia, un piccolo paese distante pochi chilometri dal mio nell’Appennino Dauno. Paesi lontani dalle città e dal mondo, a quel tempo coinvolti da una strabiliante trasformazione culturale, politica, antropologica mai vista prima. Paesini poco più che villaggi rurali chiusi in se stessi, simili per tradizioni, culture e geografie, che un bel giorno, un po’ meno bello per Romina, videro atterrare, questo il verbo meglio correlato, uno strano personaggio sul suolo paesano, arrivato non si sa bene da dove e perché.

Romina Cecconi e il confino

Romina Cecconi, in arte Romanina che, riconosciuta persona moralmente e socialmente pericolosa dal tribunale di Firenze, fu inviata al confino in quel paesino di cui lei non conosceva neanche l’esistenza. Tantomeno i volturinesi erano informati sulla confinata e sulla sua identità, causa prima della assurda condanna. Ai tempi essere transessuale, parola alquanto sconosciuta spesso anche alle stesse protagoniste, era esperienza disdicevole e fuori norma per la quale si era perseguitate, escluse e condannate.

Correva l’anno 1969, lo stesso in cui un gruppo di trans diedero avvio alla rivolta di Stonewall a New York, mentre in Italia una trans, appunto, in quanto tale veniva confinata. La voce si sparse velocemente per il paesino, poi man mano in tutta la zona. A Volturino c’è l’uomo donna! Chi mai sarà? Cosa sarà? Cosa significa uomo donna? Domande che per me quasi adolescente si ponevano drasticamente molto più che ad altri coetanei. Il classico nervo scoperto, ancora tutto da scoprire che muoveva pensieri e quesiti che all’epoca restavano intriganti e misteriosi, che solo dopo anni quando, poco più che ventenne, conobbi personalmente Romina, mi furono molto più chiari.

Per un’esperienza cancellata radicalmente dalla storia e quindi dalla conoscenza, era difficile dire e dirsi, mancava il senso e il significato, mancavano le parole. Possiamo “dire” oggi che dal sacrificio di Romina prende avvio un percorso di emancipazione, fatto di conoscenza, curiosità e approfondimento insieme e che, tassello su tassello, ricostruisce una realtà significativa restituendole dignità.

Romina è stata la grande tessitrice di una storia sconosciuta prima, se non in ambito medico, psichiatrico o criminologico. È un mito per le generazioni a venire che fa da ponte tra due secoli, se non tra due millenni. Non solo riuscì a essere se stessa in un paese come l’Italia ancora retrogrado e conservatore ma, come se non bastasse, si divertì a provocare e sconvolgere la Firenze di quell’epoca. Erano gli anni della contestazione, della minigonna, dei capelloni, dei Beatles e dei Rolling Stones, ma anche gli stessi dell’alluvione che sommerse Firenze e dintorni, con la distruzione di biblioteche e archivi… correva l’Arno 1966-1969, quando le amiche cattive spettegolando dichiaravano che, complice il fango che aveva rovinato carte e registri, lei fosse riuscita a togliersi almeno due anni da quelli anagrafici. Aneddoti e leggende che circondano di solito i grandi personaggi, i miti appunto, che lei egregiamente incarnava.

Seppur altre trans a lei contemporanee erano sottoposte a vessazioni repressive anche peggiori delle sue, la Romanina continuava a far parlare di sé, sempre in maniera sensazionalistica, di certo appariva prorompente, provocante nelle notti mondane da Firenze alla Costa Azzurra, bella, sempre impeccabilmente al passo coi tempi, quelli dei suoi favolosi anni Sessanta. Quando le notizie viaggiavano ancora lentamente sulle pagine dei rotocalchi, ma più velocemente attraverso il chiacchiericcio, Romanina era già diventata un mito, di certo nella comunità trans ancora molto ridotta, ma anche nel jet set che ambiva alla sua presenza nelle serate mondane, nei locali di tendenza.

Quando la incontrai di persona, faccia a faccia, o corpo a corpo, un brivido di gioia mista all’emozione mi scosse! Brillante, luccicava come una stella. Era bella davvero e si intuiva un suo percorso profondo, si capiva che veniva da lontano, questo la rendeva, e tutt’ora la rende, persona di massimo rispetto. Colei che ha aperto strade, circuiti e passaggi segreti che oggi permettono un percorso autentico a tante persone. Grazie Romanina.

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