Il rapporto tra le nuove generazioni e il Festival di Sanremo ha iniziato a trasformarsi almeno quindici anni fa, con l’ascesa delle piattaforme digitali e la progressiva marginalizzazione del mezzo televisivo come centro esclusivo dell’esperienza culturale.

Se negli anni Novanta e nei primi Duemila Sanremo rappresentava un momento di ritualità collettiva trasversale, oggi la scoperta musicale avviene altrove: su Spotify, YouTube, TikTok, Instagram. Le giovani generazioni non attendono più un palco televisivo per conoscere nuovi artisti; al contrario, è spesso il Festival a inseguire fenomeni già affermati online. In termini sociologici, potremmo leggere questo passaggio attraverso le categorie di Manuel Castells e della “network society”: l’accesso alla cultura non è più verticale e centralizzato, ma reticolare e distribuito.

Sanremo, simbolo della cultura musicale nazionale, ha perso il monopolio della legittimazione artistica. La televisione generalista è percepita come linguaggio lento, rituale, talvolta autoreferenziale. Per una parte delle nuove generazioni, il Festival è diventato più un evento di intrattenimento spettacolare che un luogo di scoperta musicale, segnando una frattura con l’immaginario che lo aveva consacrato come “specchio della musica italiana”.

Sanremo e FOMO: audience, record e narrazione mediatica

Ogni anno si parla di “ascolti record”. Ma cosa significa davvero? In Italia l’audience televisiva viene misurata attraverso il sistema Auditel, basato su un campione di famiglie dotate di meter che registrano i consumi televisivi. Si tratta di una rilevazione statistica campionaria, non di un conteggio reale di ogni spettatore. L’indice di share indica la percentuale di spettatori rispetto al totale delle televisioni accese in una determinata fascia oraria. Questo significa che un alto share non equivale necessariamente a un alto numero assoluto di spettatori, ma a una quota relativa rispetto a chi, in quel momento, sta guardando la TV.

In un contesto in cui il consumo audiovisivo è frammentato tra streaming, piattaforme e visione differita, il dato televisivo tradizionale racconta solo una parte del fenomeno. Qui emerge un paradosso: mentre la televisione perde centralità come medium dominante, il Festival continua a costruire la propria legittimità su metriche nate in un’epoca mediale precedente. Come avrebbe osservato Marshall McLuhan, il medium plasma il messaggio: misurare Sanremo con strumenti novecenteschi rischia di non restituire la reale posizione culturale dell’evento nel panorama contemporaneo.

Sanremo e FOMO: partecipare per non restare esclusi

Eppure, una parte consistente di giovani continua a seguire il Festival. Perché? Una possibile chiave interpretativa è la FOMO (Fear Of Missing Out), espressione che indica l’ansia di essere esclusi da un evento percepito come collettivamente rilevante. Nell’ecosistema digitale, la partecipazione simbolica è fondamentale: commentare su X (ex Twitter), condividere meme su Instagram, creare contenuti su TikTok trasforma la visione in un’esperienza sociale diffusa. Non si guarda Sanremo solo per la musica, ma per far parte della conversazione nazionale.

La FOMO diventa un dispositivo culturale che spinge alla fruizione anche quando l’interesse primario non è autentico coinvolgimento artistico. In questo senso il Festival sopravvive come evento mediale, come “spazio discorsivo” più che come spazio musicale. Guy Debord parlerebbe di società dello spettacolo: ciò che conta non è tanto il contenuto, quanto la partecipazione al flusso spettacolare. Sanremo diventa un rituale di presenza simbolica, una piazza digitale che si accende per cinque serate e in cui essere assenti equivale, per molti, a essere marginali.

Sanremo e FOMO: chi è lo spettatore ideale?

La domanda più complessa è forse quella che richiama Umberto Eco: chi è il “lettore modello”, o in questo caso lo spettatore ideale, che il Festival presuppone? Per decenni Sanremo ha costruito un pubblico trasversale: famiglie riunite davanti allo schermo, nonni, genitori e figli.

Oggi quella trasversalità è messa in crisi dalla frammentazione delle pratiche mediali. Il Festival sembra oscillare tra due poli: da un lato il pubblico adulto, fedele alla ritualità televisiva; dall’altro i giovani che lo consumano in forma mediata, frammentata, ironica, spesso attraverso clip e commenti social più che tramite visione integrale. Un programma che inizia alle 21:00 e termina oltre l’una di notte appare anacronistico rispetto alle logiche on-demand e alla personalizzazione algoritmica delle piattaforme.

Se vuole rinnovarsi, Sanremo dovrebbe interrogarsi non solo sul cast artistico, ma sul formato, sulla durata, sulle modalità di fruizione e sulla relazione con l’ecosistema digitale. Non è morto, ma non è più il centro indiscusso dell’immaginario musicale nazionale. Vive in una tensione tra nostalgia e riconfigurazione, tra passato rituale e presente reticolare. La vera domanda non è se Sanremo sia finito, ma se sia disposto a ridefinire il proprio spettatore ideale nell’epoca della piattaformizzazione della cultura.

Infine, vi invito a leggere una delle opere fondamentali di Guy DebordLa società dello spettacolo: un libro che racchiude le logiche profonde di una società in trasformazione, il ruolo dei mezzi di comunicazione e le conseguenze che questi producono sugli spettatori.

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