Ci siamo, manca poco! Genitori e nonni fanno il conto alla rovescia, insegnanti e studenti si interrogano su cosa succederà, opinione pubblica e politica fanno proclami ogni giorno per aggiudicarsi l’interesse di lettori ed elettori.
La scuola mai come ora fa notizia, eppure sono sei mesi che è chiusa. Nessuna altra attività è rimasta chiusa così a lungo, nessuna altra attività coinvolge una quantità simile di persone. Perché la scuola è rimasta chiusa così a lungo?

La scuola è l’ultima ruota del carro, abitata da ragazzi che non votano, non producono, non hanno un salario, e dagli insegnanti, quella categoria professionale che nell’immaginario comune è composta da sfigati, da falliti che non sono riusciti a combinare altro nella vita che aspirare a quello che tutti credono sia un lavoro part time, pagato meno di un lavoro part time ma con tante ferie. Chi se ne frega della musica canta Caparezza, chi se ne frega della scuola urlano, puntualmente inascoltati, ogni anno studenti e insegnanti. Perché la scuola è una creatura elefantiaca, obsoleta, che ha solo costi per le pubbliche amministrazioni, la scuola è sempre più simile ad una istituzione totale come i manicomi, le carceri, gli ospedali.

Eppure ora tutti ne parlano. Ne parlano perché non c’è, perché è un dente rotto dell’ingranaggio e allora tutto rischia di saltare. La scuola sta tenendo sotto scacco tutta la macchina. Da questa rotellina sporca, vecchia, sbilenca dipende l’avvio di una nuova normalità. L’agognata e tanto abusata parola ripartenza dipende anche e soprattutto dalla scuola. Ripartire significa riprendere un’attività temporaneamente sospesa. E questo per tutti è il tema. Chiunque propone ricette, soluzioni, modalità, argomenti per ricominciare, non per voltare pagina e cambiare. La scuola, come tutta la società, ha bisogno di un cambiamento radicale per poter vivere, non ha bisogno di banchi con rotelle, più insegnanti o classi dimezzate. Non ha bisogno di soluzioni di emergenza per poter permettere a tutto il sistema di ricominciare a funzionare come prima, perchè vorrebbe dire coprire una falla nella chiglia di una barca con un tappo di sughero e rimandare l’affondamento della nave. 

Abbiamo bisogno di una chiglia nuova, di recuperare la professionalità degli insegnanti formandoli, preparandoli e pagandoli bene, di diffondere la scuola ovunque perchè tutta la società civile se ne possa prendere cura, perchè ogni territorio, ogni città, ogni paese, possa essere un ambiente di apprendimento.
“La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com’è”, affermava Ivan Illich nel libro descolarizzare la società, se vogliamo cambiare la società dobbiamo iniziare con il cambiare il sistema scuola

La scuola riguarda tutti, e non perchè in questo momento bisogna tornare a lavorare e non sappiamo dove lasciare i figli, ma perchè la scuola ha bisogno dell’interesse e del contributo di tutti perchè investe sul capitale più importante di tutti: quello umano, il nostro futuro, chi prenderà decisioni prossimamente. Apriamo tutti i parchi delle città alle scuole, le piazze diventino laboratori di teatro, luoghi di discussione e dibattiti, il greto dei fiumi sia un laboratorio di scienze, si faccia lezione nelle aree dismesse, nei non luoghi, nelle stazioni ferroviarie, nei teatri e nei musei, apriamo le scuole al territorio e il territorio alle scuole, si mettano a disposizione risorse e spazi, si riconosca agli insegnanti il compito di coordinare e progettare la didattica e a tutti gli altri portatori di interesse, che siano falegnami, avvocati, infermieri o disoccupati di potersi mettere a disposizione dell’offerta formativa, ognuno a vari livelli e ciascuno per le proprie competenze, per incontrare e prendersi cura del nostro futuro: bambini e ragazzi. La scuola non è un luogo, è una necessità, è uno spazio di cura in cui si incontrano il sè e l’altro per diventare ciò che siamo. Tutti ne abbiamo bisogno, nessuno escluso.