Quello di Marco Reggio, attivista per i diritti animali, saggista studioso e molto altro, è un testo estremamente ricco, a volte complesso proprio perché sceglie di non semplificare le cose: è questo approccio formale di intersezione – per cui da un problema non necessariamente sorge una soluzione quanto un ulteriore problematizzazione – a rendere evidente come il pensiero si strutturi in maniera rizomica e come sia di fatto impossibile scindere il pensiero dall’azione.

È in un afoso pomeriggio di luglio, il quattro precisamente, in cui seduta al tavolo di un bar, affianco alla libreria Antigone di Milano, per la presentazione del mio libro La filosofia del cane. Orme per un futuro postumanista, che incontro Marco Reggio il quale si era generosamente proposto di dialogare con me in quell’occasione.

Vederlo è stato come se si impersonificasse dinanzi a me un personaggio straordinario, come se da bambini fosse di colpo uscito dal libro della nostra fiaba preferita il personaggio tanto osannato. Che strano! Marco Reggio era una persona!

Eppure, non sembrava neppure un essere umano quando leggevo delle sue azioni di protesta, quando mi perdevo nella profonda sensibilità e sottigliezza delle sue parole, quando dovevo riprendere in mano i suoi interventi perché sentivo una vicinanza profonda con la sua emotività.   

Cospirazione animale
Tra azione diretta e intersezionalità

Aveva una maglietta nera Marco Reggio, e forse non era pronto al fatto che gli sarei saltata al collo abbracciandolo come fossimo sempre stati amici, ma, grazie al cielo, non ha dinegato il mio slancio di affetto. Dovevamo presentare assieme il mio libro, tuttavia, per me la questione fondamentale non era quella: io volevo parlare con lui del saggio Cospirazione animale. Tra azione diretta e intersezionalità.

Il testo è talmente ricco che difficilmente riuscirò a presentarvi tutti i temi trattati per quanto vi siano dei punti che ho trovato fondamentali per comprendere molte delle mie mozioni esistenziali.

Sulla scia di un testo che – come vi ho già detto in questo blog – ho amato molto, Bestie da soma, l’autore porta avanti una riflessione che interseca i diritti degli animali con quelli dei soggetti disabili, incrocia così questi aspetti con le questioni di genere, si occupa dei corpi e prova ad approfondire il concetto di antispecismo: gli animali combattono per i loro diritti? E se sì, come lo fanno?

Marco Reggio evidenzia come nessuna di queste questioni si possa scollegare da un pensiero politico circa le cose essendo animale, disabilità, genere, corpo, tutti dei dispositivi politici perfettamente utilizzati dalla società per creare dei meccanismi di dominio e potere.

Ecco che la riflessione dell’autore non rimane ancorata esclusivamente quindi a un orizzonte teoretico ma si sporca le mani le immerge nella terra per mostrare come il congelamento di alcuni atti di pensiero in degli stereotipi predigeriti e inculcati alle persone implichi un’assenza di espressione politica su un piano libero di quasi tutte le minoranze, siano esse animali non umani, froci, storpi, disabili fisici o cognitivi.

Ecco, come vi anticipavo, complesso è dirimere tutte le questioni presenti nel libro, tuttavia posso dirvi quale è stata la prima questione che ho voluto affrontare con Marco Reggio in quell’afoso bar di Milano mentre lui beveva un succo di albicocca e io, sperando di allentare la tensione/emozione, mi ero presa una birra.

Cosa è la disabilità?

La tesi fondamentale tracciata da Marco Reggio è l’insussistenza del concetto di disabile. Infatti, la disabilità in quanto tale può sussistere solo all’interno di una società profondamente performativa in grado di misurare (e non uso a caso questa parola) il valore di una persona sulla capacità che ha di produrre reddito.

Produzione e consumo sono dunque le due categorie che soppesano il valore specifico del capitale umano (su questo suggerisco anche di vedere il geniale film Il Capitale umano di Paolo Virzì).

Per comprendere meglio e approfondire questo discorso dobbiamo uscire dall’immaginario del disabile in sedia a rotelle (argomento che ripercorremmo dopo) e pensare a tutte quelle categorie che non vengono racchiuse all’interno del neurotipico.

Il neurotipico è colui che ha delle facoltà di percezione della realtà e di rielaborazione che sono riconosciute normali dalla società ma, attenzione a chi è un po’ più sensibile, attenzione a chi percepisce le cose con sfumature differenti; pericoloso è chi, soprattutto, non si fa piegare dal sistema in delle logiche di assoggettamento mascherato da libertà e per questo non riesce a passare intere giornate rinchiuso in un palazzo a premere dei tasti o fare delle fotocopie.

Attenzione a quei bambini che con troppa energia dimostrano una facoltà interpretativa del mondo differente – che può essere al di sopra o al di sotto della media come si usa dire – sono queste persone o meglio questi corpi tutte micce pronte ad esplodere in qualunque momento.

E non sono necessariamente pericolose per se stesse, bensì per la conservazione del sistema in atto: essi cospirano – forse senza una precisa consapevolezza – contro il regime liberista ma autoritario dal quale siamo schiacciati.

Corpi fuori luogo

Marco Reggio utilizza un’espressione in grado di mettere insieme e di rilevare tutte queste differenze: “corpi fuori luogo”. Questa perifrasi riesce a tenere assieme sia la disabilità che la transgenia, l’omosessualità, l’animalità e per certi aspetti anche il corpo donna.

Infatti, essi sono tutti accomunati dal trascendere i canoni della normoabilità. Come evidenzia l’autore nel testo, vi sono forme di resistenza animale dirette, nelle quali non è più l’animale umano a prendere parola per loro (oltre le ristrette briglie della sofferenza animale ma spostando il vettore sul diritto della libertà animale); sono molteplici i casi in cui animali definiti da reddito rompono le catene degli allevamenti e riescono ad intraprendere una fuga oltre il muro della reclusione in cui sono obbligati fin dalla nascita, e appunto la loro presenza in zone limitrofe a centri urbani (luoghi deputati alla sola dimensione antropica) risulta essere del tutto fuori luogo.

Lo stesso scandalo lo provocano gli animali selvatici che, per cercare cibo, si addentrano durante la notte nelle nostre metropoli per recuperare alimenti dai cassonetti, pensiamo ai cinghiali. La loro presenza risulta essere fuori luogo.

Alla stessa maniera il disabile su una carrozzina è fuori luogo in una città pensata esclusivamente per persone per cui è normale l’utilizzo delle gambe; la domanda da porsi qui è solo una: se tutti non potessimo utilizzare gli arti inferiori come sarebbe pensato lo spazio di convivenza comune? Quante scale sarebbero state progettate?

Quindi, si chiede l’autore, quanto il concetto di disabile sia reale, oggettivo e quanto sia in realtà la società che abbiamo costruito a rendere dis-abilitante?

Fuori luogo è anche un corpo non perfettamente normativizzato per cui prima di considerare la persona in quanto tale ci si prende carico del genere a cui appartiene. E se il genere di fatto non esistesse?

Quanto il corpo donna deve rispettare dei principi di performatività? Dall’essere madre, all’essere oggetto di desiderio sessuale, all’essere sempre in qualche modo organismo funzionale al compiacimento dell’umano maschio e della sua potenza predatoria? Se il corpo donna rifiuta la maternità? Se rifiuta l’omologazione ai modelli sociali quanto è appropriato?

Seguendo questo ragionamento o meglio lo squarcio che aprono queste domande comprendiamo come tali questioni siano non relegabili a una questione privata, ma rompano il muro dell’intimità per divenire delle vere e proprie questioni politiche.

Il corpo animale, il corpo non perfettamente delineato su un profilo di genere, il corpo donna, il corpo disabile di fatto hanno meno diritti di tutti gli altri corpi e nel loro darsi al mondo vengono concepiti come un essere fuori luogo.

Disabilità animale secondo Marco Reggio

Come vi dicevo quando ho incontrato Marco Reggio avevo una marea di domande da porgli, dubbi, perplessità ma anche un’immensa gratitudine per come aveva spinto il mio pensiero oltre i limiti di me stessa.

La disabilità o meglio dis-abilitazione viene raffigurata con lo stereotipo della persona su una carrozzina: una persona non bipede quindi, privata dell’utilizzo delle gambe.

Come viene evidenziato proprio dallo stesso Marco Reggio il

“non poter utilizzare gli arti inferiori porta la persona umana ad essere figurativamente rapportata all’animale non umano: colui che non è bipede, colui che non può assumere quella posizione eretta – e dunque di dominio – che caratterizza il diventare umani”.

Il disabile è colui che non è del tutto umano, che vive quella dimensione tra la bestia e l’umano. Considerazioni, queste, che valgono anche per le persone transgender (mostri umani) per le donne (molto del pensiero occidentale ha considerato la donna non completamente umana e non certo a livello dell’uomo) per gli omosessuali.

Si crea quindi un parallelismo diretto tra una condizione che non è normotipica e l’essere fuori dalle categorie di umanità per essere trascinati nell’animalità laddove essa rappresenta il mostruoso, l’involuto, il limitato ecc. ecc.

L’animale è quindi per eccellenza il disabile, colui che o deve essere accudito per sempre (pensiamo ai pet, alla loro condizione di vita che spesse volte è peggiore anche di quella degli animali da reddito; e non mi riferisco ai cani a catena ma a quegli animali che pensiamo di viziare perché li rimpinziamo di cibo, li stazioniamo tutto il giorno sul divano o li vezzeggiamo attraverso riti squisitamente umani senza tenere minimamente conto delle loro esigenze etologiche) oppure colui che, poiché a servizio dell’umano, diviene mero oggetto di utilizzo per la catena alimentare.

Questo ragionamento permette di comprendere in maniera profonda l’intersezionalità dei diritti e come sia impossibile un atto di liberazione animale senza gettare dalla finestra il dispositivo di normalità.

La normalità non esiste, quanto invece esiste un perpetrarsi di categorie di normalizzazione che non sono affatto innocue, ma dispositivi politici volti a creare un dominio anche attraverso l’assistenzialismo.

In una società evoluta e libera – non, dunque, liberale – ogni essere deve avere la possibilità di svolgere un ruolo protagonistico nelle proprie vite là dove la collettività non deve assistere quanto aumentare la capacità reciproca di prendersi cura a vicenda l’uno dell’altro.

L’inclusività non è quindi accettazione della differenza, non semplice integrazione, ma capacità di cogliere nelle disuguaglianze quell’arricchimento costruttivo in grado di parlarci di forme e di gradi diversi dell’abitare il mondo.   

Tuttavia, vi è una questione che per me è rimasta aperta: quanto sia pertinente ed includente rappresentare proprio la disabilità con la fantomatica immagine dell’umano su una carrozzina: questa immagine, infatti, esclude una serie di forme di disabilità che non riguardano necessariamente l’utilizzo degli arti inferiori.

L’immagine per definire un soggetto che di fatto vive delle fragilità specifiche nella sua vita – e a volte queste sono innegabili e non necessariamente prodotte da un’esclusione di tipo sociale – è a sua volta normativa ed escludente.

Utilizzare l’immagine della carrozzina per racchiudere il senso di una diversa modalità di stare nella vita non permette di comprendere la profondità delle problematiche che molte persone stanno affrontando senza essere per forza relegate su un ausilio motorio.

Questa è la riflessione che lascio aperta, come aperta per me resta una domanda: vi sono limiti fisici oggettivi, limiti interni al corpo che spesse volte neppure sono visibili, silenti che, come serpenti, sibilano costantemente una differenza che però è endemica, non sociale: per questo meno politica?

È con questa domanda che io e Marco Reggio ci siamo salutati. È una domanda che a me sta molto a cuore, come mi starebbe molto a cuore che la raffigurazione di una persona con difficoltà differenti non fosse relegata all’immagine della carrozzina. Tra i vari diritti su cui è necessario lottare, che si intersecano sempre l’uno con l’altro, che non sono mai un fatto intimo ma politico, per me c’è anche questo.

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